
Il 31 marzo è stato firmato un accordo storico tra il Belgio e l’Algeria per «facilitare il rimpatrio dei cittadini algerini in situazione irregolare». I documenti ufficiali non parlano ovviamente di «remigrazione» eppure ne esprimono il concetto, almeno in parte.
A Bruxelles, capitale del piccolo Regno e sede del parlamento europeo, Maxime Prévot, ministro degli Esteri e Anneleen Van Bossuyt, ministra dell’Asilo e della Migrazione, hanno incontrato il ministro algerino Ahmed Attaf. Ed hanno siglato un testo che era in ballo dal luglio del 2025, da quando cioè Prévot che è anche vice primo ministro, fece una visita ad Algeri, dando via ai negoziati tra i due paesi.
L’accordo bilaterale prevede due punti di fondo. Da un lato, per quel che interessa l’attuale governo di centro destra, presieduto da Bart De Wever, sarà ora più facile e meno burocratico «espellere i clandestini» di nazionalità algerina che vivono in Belgio, senza alcun permesso di soggiorno o avendo ricevuto delle «condanne penali».
Dall’altro, i «diplomatici algerini» che lavorano in Belgio, saranno d’ora in poi «esentati dal visto». Ma evidentemente non sono i diplomatici e gli impiegati dell’ambasciata di Algeria a Bruxelles che creano noie al popolo, alla magistratura e alla polizia belga.
Secondo i termini dell’accordo, vi saranno adesso delle «scadenze rigorose» per eliminare gli «ostacoli amministrativi» che finora hanno «rallentato le espulsioni» o le hanno rese carta straccia. Il governo di Algeri si è impegnato a «identificare i propri cittadini», migrati in Belgio, «entro quindici giorni» dalla richiesta emessa dal ministero dell’Asilo, contro i tempi molto più lunghi di prima.
I fogli di via emessi dal Belgio, dovranno essere eseguiti «entro 30 giorni», consentendo così «di organizzare i rimpatri nelle condizioni migliori» per tutti. Se il rimpatrio poi sarà «forzato» sarà possibile a Bruxelles fare ricorso a «scorte algerine» e organizzare dei «voli speciali».
Tutte queste misure non nascono dal nulla o dal capriccio, ma dal fatto che il Belgio, come la vicina Francia, registra da anni un aumento sistematico di reati, in cui il peso degli stranieri, è certamente superiore alla percentuale di «regolari» e «profughi» ufficialmente presenti nel regno. Gli stranieri nelle carceri, ad esempio, ammontano al 45% del totale, mentre sarebbero meno del 15% dei residenti stabili.
Per quello che riguarda la presenza degli algerini in Belgio, i dati ufficiali sono chiari. Sui «2251 cittadini algerini» che hanno ricevuto nel 2025 l’ordine di rimpatrio quelli che lo hanno effettuato sono «solo 85», meno del 4%. D’altra parte, sono circa 780 i carcerati di origine algerina, di cui oltre 700 senza alcun valido titolo di soggiorno.
L’accordo ha rallegrato la deputata Anneleen Van Bossuyt, membro del partito nazionalista Nuova Alleanza Fiamminga, che parla di «passi concreti» che l’Algeria e il Belgio «si impegnano» a compiere insieme. Anche perché, l’attuale presidente algerino Abdelmadjid Tebboune, che ha concluso accordi simili anche con Giorgia Meloni appare più pragmatico e meno «ideologico» di altri leader del mondo arabo. E più volte si è mostrato conscio del fatto che svuotare il paese di giovani, in fuga verso paradisi inesistenti, non è mai il segno di una buona politica.
Certo il Belgio non è l’Italia. Eppure quella «remigrazione» che oggi fa tremare le vene e i polsi agli sgangherati radical chic del progressismo, appare possibile e necessaria, a fronte di una immigrazione incontrollata che bisogna gestire con prudenza, pensando alla gente comune.
Un’ultima notazione di fondo. Papa Francesco, morto nell’aprile dello scorso anno, propose una «soglia etica» ai politici europei sulla quantità degli stranieri da «doversi accogliere». Quanti migranti e profughi accogliere? «Quanti se ne possono integrare» (21 giugno 2018).
Ed è l’autorità politica di un paese l’unica in grado di fare con prudenza tale valutazione: non gli intellettuali blasonati, i miliardari senza patria o la Caritas.







