
Il 28 aprile prossimo ricorrono i 150 anni dalla nascita di Nicola Romeo, fondatore della mitica casa automobilistica “Alfa Romeo”. Egli nacque a Sant’Antimo, un comune a 12 km da Napoli ma il padre Maurizio e la nonna paterna Lucia Guida erano di Montalbano Jonico, così come l’omonimo nonno Nicola era di Cirigliano, comuni, questi, entrambi della provincia di Matera. Per il fatto, però, di essere figlio di una napoletana (Consiglia Taglialatela) e di aver vissuto fino al 1901 a Napoli è passato alla storia come “imprenditore napoletano”.
Al di là delle stantìe rivendicazioni di campanile quello che è importante della vicenda imprenditoriale di Nicola Romeo è come egli, da meridionale, sia riuscito a farsi strada e ad affermarsi in quella vera e propria “giungla imprenditoriale” che era la Milano degli inizi del Novecento. Egli si era laureato alla Scuola di Applicazione di Ingegneria (oggi Politecnico) di Napoli e si era specializzato in ingegneria elettrotecnica presso l’Istituto Georges Montefiori di Liegi, una vera e propria eccellenza europea nel campo dell’ingegneria applicata all’elettrotecnica.
Vincitore di un concorso per capostazione ferroviario a Tivoli, Nicola Romeo, facendo ritorno in treno dal Belgio, incontrò un uomo di affari che lo mise in contatto con la Blackwell & Co. che produceva motocompressori, ricavandone la rappresentanza in Italia con sede legale in Via Dante a Milano e officine al quartiere del Portello, a nord della vecchia fiera di Milano. Entrato in contatto con il banchiere Angelo Pogliani, futuro fondatore della Banca Italiana di Sconto (BIS), Romeo rilevò l’Alfa (acronimo di Anonima Lombarda Fabbrica di Automobili), che stava per fallire, alla vigilia dell’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale. Egli ne divenne Consigliere Delegato (una sorta di AD odierno) e il famoso critico letterario e storico dell’arte Ugo Ojetti ne divenne presidente in virtù del pacchetto azionario acquistato dal suocero Anselmo Gobba.
Romeo, Pogliani e Ojetti convertirono gli stabilimenti Alfa in industria bellica per la produzione di proiettili, granate e motocompressori trasportabili per minare le montagne al confine con l’Austria. Uno di questi attrezzi, il così detto “Piccolo Italiano” fu decisivo per la conquista della cima del Col di Lana nel 1916. Questo impegno consentì all’azienda di ricavare enormi profitti e di rilanciarsi. Alla fine della Grande Guerra Romeo avviò un processo di riconversione degli stabilimenti per tornare a produrre auto, motocompressori, ma anche materiale ferroviario come vagoni e locomotive nonché motori avio. A tali fini l’azienda si ingrandì acquisendo le Officine Ferroviarie Meridionali di Napoli (OFM) e, dalla Esslingen tedesca, le Costruzioni Meccaniche di Saronno trasformandosi così un vero e proprio gruppo industriale tendente, con il sostegno della BIS, a realizzare una vera e propria “concentrazione orizzontale”.
Se il legame con la BIS aveva favorito il rilancio dell’Alfa, divenuta nel 1918 ufficialmente Alfa Romeo, per altri versi a metà anni Venti ne costituì il fattore di declino più determinante perché in uno scontro contro la Banca Commerciale e il Credito Italiano (entrambi a capitale tedesco) la BIS ebbe la peggio, fallì e trascinò in un’endemica e irrisolvibile crisi di capitali e di liquidità l’Alfa Romeo, sicché nel 1928 l’imprenditore dovette lasciare la conduzione dell’azienda assorbita nell’IRI e Mussolini, per ricompensarlo in qualche maniera, lo fece nominare Senatore del Regno. Romeo però conservò, in cambio dei propri crediti nei confronti della società, il gruppo napoletano delle OFM avviato alla produzione di aerei da ricognizione, filovie e vagoni per treni di lusso. Egli sperava di poter essere con la sua azienda da stimolo per uno sviluppo industriale del meridione.

In Senato si distinse per le sue battaglie a favore dello sviluppo dell’Aeronautica ed ebbe come sostenitore in queste controversie parlamentari il Ministro Italo Balbo. Morì a seguito di una grave malattia il 15 agosto del 1938. 20 giorni dopo si corse il Gran Premio di Monza, vinto da Tazio Nuvolari a bordo di una Auto Union (attuale Audi), ma nessun’auto Alfa Romeo fu listata a lutto ne vi fu alcuna commemorazione del personaggio che aveva lanciato le auto Alfa Romeo nell’agone delle gare automobilistiche internazionali con grandi e numerosi successi. Solo Enzo Ferrari vergò un bellissimo necrologio sulla rivista “Alfa Corse” che egli dirigeva. Ferrari, che aveva usato il simbolo del cavallino rampante donatogli dai genitori di Francesco Baracca dapprima sulle Alfa Romeo che guidava, chiudeva questo suo ricordo commosso dell’ingegnere con queste parole: «Elevare un pensiero di accorata devozione verso Chi ci insegnò ad affrontare, con serena audacia, la via del rischio e della vittoria, è un dovere come lo è il ricordarlo esempio ai giovani».
Lugi Federzoni, presidente del Senato, nel rievocare la figura di Romeo in aula dopo la morte, disse: «Si fece presto conoscere per le sue peculiari qualità di tecnico e di sagace organizzatore». In effetti le qualità principali del suo essere imprenditore erano la sagacia organizzativa e l’arte della diplomazia industriale con la quale si interfacciava con i suoi competitori, infatti per il suo eloquio suadente lo soprannominarono “Sirena”. Egli costruì e lasciò in eredità all’Alfa Romeo una tecnostruttura eccelsa, d’avanguardia, fatta di abili piloti (da Ugo Sivocci a Giuseppe Campari, da Antonio Ascari a Tazio Nuvolari, da Enzo Ferrari a Gastone Brilli-Peri) e di tecnici bravissimi come Giuseppe Merosi, Vittorio Jano, Lugi Fusi e Kálman Kándó.
Forse difettò nel ritardare ad introdurre nella gestione aziendale il così detto scientific management, introdotto nei decenni successivi da Ugo Gobbato, l’Amministratore voluto alla guida dell’azienda da Mussolini dal 1935 al 1945.
Montalbano Jonico, paese natìo del padre e della nonna dedicherà all’imprenditore una due giorni di eventi (26 e 28 aprile) con tanto di raduni di auto Alfa Romeo d’epoca, con la presentazione di una mostra documentaria e fotografica a lui dedicata e la presentazione di due saggi, uno dedicato a Ugo Gobbato e scritto da Ivan Sclesa (recensito su Barbadillo nei mesi scorsi) l’altro su Romeo, scritto da Leonardo Giordano e che uscirà per i tipi di Historica-Giubilei-Regnani con il titolo di “Romeo e l’Alfa. Storia di un mito italiano” nei prossimi giorni.





