
Una stecca di legno, di quelle usate per proteggere gli angoli dei muri, alla quale era fissato un grosso foglio di carta che avevo colorato con i pennarelli. La mia prima bandiera, il mio primo ricordo di un Mondiale. E la radio a transistor, portatile, che ascoltavo sul balcone che dava sulla ferrovia. L’Italia era sempre al confronto di titani, assediata da forze preponderanti, sempre sull’orlo del collasso. Ma vinceva, vinceva, in qualche modo ce la faceva.
17 giugno ’70, Città del Messico, Azteca
Non mi riebbi più da quella stagione: m’innamorai perdutamente della Nazionale, come milioni e milioni di italiani. E come per loro, quando gioca, per me non c’è più destra, né sinistra, rosso, bianco o nero, non conta più nulla, se non l’azzurro. La Nazionale è la Nazionale e la Nazionale sono io, siamo noi.
Calci a ogni cosa sferica o quasi
Quando fu evidente che il mio talento calcistico era trascurabile, mi dedicai all’atletica leggera con un certo successo, ma anche allora, quando non nascondevo il disappunto per un calcio dominato da soldi, scandali e violenza sugli spalti, non abbandonai la Nazionale. Lei abbandonò me, abbandonà noi, con passaggetti all’indietro, con pavidità da bambini viziati che da 12 anni ci rende lo zimbello del mondo.
Più di ogni altro sport, il calcio è fatto di simboli.
11 luglio ’82, Madrid, stadio Bernabeu
La Nazionale è questo: un simbolo, un pezzo d’Italia. Anzi, è l’Italia stessa.
Ora, dopo 12 anni di girovagare per campi di provincia a mendicare una qualificazione, in balia di continue tempeste, improvvisamente ci accorgiamo che quell’Italia l’abbiamo lasciata andare alla deriva, che il nostro nocchiero era cieco o guardava altrove. Ma ormai siamo al terzo, orribile, naufragio.
Facciamogli vedere noi!
La bandierina dei 3 colori è sempre la più bella
Qui, dal balcone sulla ferrovia, con in mano la bandierina di carta, che ho colorato con i pennarelli, torno a guardare i treni che passano, mentre ascolto una nuova storia con la mia radio a transistor e le mie speranze di bambino.
Aspetto che scenda Ulisse da uno di quei treni, o uno come lui, un eroe del passato, che ha combattuto e vinto per la Nazionale e per noi. Voglio credere che vengano loro a riscattare il calcio italiano, simbolo di una nazione intera. A pensarci bene, poco importa che sia Ulisse in persona, coi suoi dribbling astuti; andrebbero bene anche Diomede o Ajace Telamonio, con la loro possanza, o Achille, con la sua “ira funesta, che tanti lutti addusse” a tedeschi e a brasiliani. L’importante è che non sia uno dei proci.
Il calcio è politica con altri mezzi
Qualcosa però mi dice che sarà proprio Antinoo, o uno come lui, uno di quei politicanti che ci hanno condotto fin qui, a scendere da quel treno che stiamo aspettando, a diventare il nuovo nocchiero di una barca destinata all’ennesimo naufragio.
Ma noi, quei bambini che giocavano sul marciapiede o in cortile, che cosa faremo noi? Resteremo a guardare dal balcone o scenderemo di nuovo giù a pretendere rispetto e a bagnare l’asfalto col nostro sudore? Ora è il momento di rammentare che, nella vittoria come nella sconfitta, abbiamo i simboli che ci meritiamo.








Se una vittoria al Mondiale di calcio cagiona rispetto e la bandiera dei tricolori viene solo sventolata per una vittoria calcistica allora buonanotte.