La silhouette di Sylvain Tesson è imparagonabile a qualsivoglia altro scrittore di successo contemporaneo, il quale è abituato ai salotti comodi degli attici nordamericani: le gambe esili, ma forti; il tronco e le braccia segnati dai chilometri; e quel volto che racconta un incidente assurdo, banale, ma che fa riflettere su di esso la fatuità dei nostri destini. Lungi dal qui scrivente volersi soffermare sul tratto somatico più distintivo – ahinoi – di Sylvain Tesson, quest’ultimo ci permette un parallelismo impensabile fino a pochi anni fa, dalla scoperta di Tesson in Italia a oggi, ovvero quello con Michael Schumacher. Due vite sempre oltre il limite, sebbene l’uno sia l’elogio vivente della lentezza su suola e l’altro sia il Kaiser della velocità su gomma. E proprio questa lentezza, che non deriva da certe sotto-filosofie da guru orientaleggianti, rappresenta l’insegna più importante per Sylvain, il vessillo da innalzare contro il pensiero occidentale del viaggio a tutti i costi, dell’esperienza prêt-à-porter con le applicazioni sul telefono e del volo a basso prezzo che profuma – falsamente – di conquista territoriale.
Tra Di Barbaro e Tesson c’è di mezzo uno Scarabelli… evoliano
Tradurre e pubblicare Tesson in Italia significa andare contro un’intera epoca editoriale dal carattere accelerazionista e profondamente addomesticata. Troppi “Yes Man” e paccottiglia occidentale, quest’ultima da leggere con l’accezione di Jean Thiriart. Ultimamente, sia Sellerio sia Piano B si stanno contendendo il primato delle opere “tessoniane” nel Belpaese. È uno scontro, si fa per dire, che a noi lettori fa star bene, senza dubbio. Uno dei suoi traduttori – in Italia ce ne sono due – è Giampiero Di Barbaro, più mitteleuropeo alla von Rezzori che franco-belga come Tom Boonen o Roger De Vlaeminck tra Parigi e Roubaix. È un vulcano di emozioni odeporiche. Non c’è fiume o pianura o lago tra Germania e Ungheria che egli non sappia accomunare a uno scrittore spesso germanofono o a uno dei loro passi vergati su carta. Eppure, il binomio con Tesson è divenuto inscindibile. Perché alla base c’è la visione, o meglio, l’essere visionari che accomuna entrambi con l’ottima capacità editoriale dei tipi di Piano B. Quando un vivente traduce un altro vivente si originano mille transiti che possono dar vita a esperimenti filologici straordinari. Soprattutto se, qui urge la nota del redattore, c’è di mezzo anche Pierre Drieu La Rochelle dall’Altrove e Andrea Scarabelli dal presente, il quale ha coordinato l’incontro tra il qui scrivente e Sylvain in un pomeriggio assolato etneo per NaxosLegge e pubblica certe vette evoliane dove s’incontra anche il parigino protagonista di questo articolo.
Reagire al moderno
Oggigiorno utilizzare il termine “reazione” rischierebbe di condurci direttamente nelle patrie galere. Tuttavia, volendo rassicurare i lettori, qui si sta parlando di quella metafora che Sylvain usa per parlare della vita, ovvero la “festa selvaggia”. Effettivamente, oltre all’offerta di un buon sigaro, queste sono state le ultime parole di Sylvain in Sicilia. Poi c’è stata anche una ricerca parigina, ma che non ha sortito l’effetto sperato. C’è chi dice che sia in America, chi in Asia. Non ha il telefono, il pc lo vede solo quando è a casa, Parigi la vive, camminando, di notte. Prima di telefonare a qualcuno deve avvisarlo con una lettera manoscritta. Gentilezze ormai dimenticate nell’epoca delle spunte blu che rassicurano gli amanti sulle intenzioni altrui. A Sylvain, invece, lo rassicura la torre di agendine vergate a mano con la sua meravigliosa stilografica che non costa chissà quanto – ne userà circa venti per viaggio – ma che dona un inchiostro così vivo da rassomigliare al percorso di un affluente verso il Nilo. Il suo modo di viaggiare, che è il metodo adatto a fargli scrivere così bene e così tanto, non contempla i fluidi aerodinamici, né – ove possibile – le quattro ruote gommate. Il suo viaggio dai gulag siberiani all’India – magistralmente narrato (e tradotto da Di Barbaro per Piano B) in L’asse del lupo – è stato compiuto rigorosamente a piedi fino alla Mongolia e a cavallo lungo le steppe dei cavalieri. Poi, una volta giunto nella mefitica India, ha adoperato la moto alla maniera eroica di Agostini così come ha amato il sidecar sovietico che lo ha condotto da Mosca a Parigi nell’atto di ripercorrere le tappe della ritirata napoleonica. E come dimenticare i mesi trascorsi lungo le rive del Bajkal o tra le alture tibetane alla ricerca della pantera delle nevi? Tutto questo senza alcunché di tecnologico: solo carta e penna. E una sana dose di istinto per sopravvivere. Anima d’altri tempi quella di Sylvain. Che noi, soprattutto chi vi scrive, vorrebbe avere.





