Giovedì 5 marzo è morto, a Lisbona, all’età di ottantatré anni, António Lobo Antunes, fra i maggiori scrittori di lingua portoghese, nonché una delle figure più importanti della letteratura contemporanea europea e più volte candidato al Nobel. Autore assai prolifico, per aver scritto una trentina di romanzi, ma anche cronache e raccolte poetiche, insieme ad alcuni saggi, molti dei suoi libri sono stati tradotti in varie lingue. In Italia, le sue opere sono state pubblicate principalmente da Feltrinelli. Anche Einaudi ne ha in catalogo alcune, quale Os Cus de Judas – il suo secondo libro, pubblicato in Portogallo, in prima edizione, nel 1979, lo stesso anno dell’uscita di Memória de Elefante, con cui ha esordito –, ancora oggi il romanzo di Lobo Antunes più famoso e celebrato, avendolo consacrato a livello internazionale, e la cui prima edizione italiana (In culo al mondo), con la traduzione di Maria José de Lancaster, è uscita nel 1996.
Lo scrittore ha ricevuto numerosi premi letterari, nazionali e internazionali, fra i quali il Premio Europeo di Letteratura (2001), il Premio Camões (2007), il massimo riconoscimento per gli scrittori di lingua portoghese, il Premio Juan Rulfo (2008) e, in Italia, il Premio Internazionale Nonino (2014) e il Premio Bottari Lattes Grinzane – sezione La Quercia (2018). Quanto al primo dei due premi italiani ricevuti, consegnato da Claudio Magris, la giuria glielo assegnò con questa significativa motivazione: «La prosa del narratore lusitano è il canto struggente di un ribelle senza pace, che polifonicamente distrugge la sintassi. Uno scrivere dove violenza e malinconia sono immerse in una solitudine metafisica e si intrecciano. Una marea incessante di morte e follia annegate in un crudo realismo, acide passioni inconfessate di un naufragio simbolo del nostro simulacro di felicità.» (1)
Nato nel 1942 a Benfica, un quartiere di Lisbona, da una famiglia dell’alta borghesia cittadina, António Lobo Antunes seguì professionalmente le orme del padre medico. Una volta laureatosi in medicina, e specializzatosi in psichiatria, nel 1971 venne mandato in Angola in qualità di medico militare. Esperienza che molto avrebbe influenzato la sua produzione letteraria, quantomeno nel corso della prima fase, il cui tema dominante è, propriamente, la guerra coloniale. Una volta rientrato in Portogallo, nel 1973, esercitò la professione di psichiatra a Lisbona, prima di dedicarsi esclusivamente, a partire dal 1985, all’attività di scrittore.
Pur riconoscendone l’indubbia grandezza e genialità letteraria, devo confessare di non essere un appassionato lettore di Lobo Antunes. Ciò è dovuto, più che altro, al suo modo di narrare per il tramite di frammenti, ricordi che vanno sovrapponendosi, spesso privi di una chiara linea cronologica, ed “estremizzando” tecniche e modalità tipiche della letteratura modernista, quale il monologo interiore, il flusso di coscienza. Senza dimenticare il suo particolarissimo stile, denso e, per certi versi, “delirante”, ricorrendo a ripetizioni, comparazioni metaforiche, punteggiatura inusitata e al frequente passaggio dalla prima alla terza persona senza marche testuali che lo indichino, con il risultato ovvio di una lettura dei suoi romanzi – almeno per quanto mi riguarda – abbastanza “faticosa”.

È noto come António Lobo Antunes sia stato profondamente influenzato dal modernismo e, in particolare, da William Faulkner, quanto all’utilizzo del flusso di coscienza e di una prosa ellittica fatta di periodi lunghi e sintatticamente sinuosi, e da Louis-Ferdinand Céline, quanto all’intensità narrativa e alla decostruzione del linguaggio.
Orbene, con riferimento allo scrittore francese, Lobo Antunes ha avuto modo di raccontare più volte, nel corso di alcune sue interviste, la curiosa storia di quando, ancora adolescente, scrisse a Céline e questi gli rispose. In merito a tale scambio epistolare, prendo in esame sia un articolo-intervista dal titolo Quando Lobo Antunes escreveu a Céline… – a firma di Isabel Coutinho e pubblicato il 17 marzo del 2010, sull’inserto culturale «Ípsilon» del quotidiano «Público», in occasione della riedizione, da parte dell’Editora Ulisseia, della traduzione portoghese, curata da Aníbal Fernandes, del capolavoro indiscusso celiniano Voyage au bout de la nuit (1932) – (2), sia una lunga intervista concessa al settimanale «Expresso» nel febbraio del 2017. (3)
António Lobo Antunes, a suo dire, fu un bambino «molto precoce», tanto che «a due anni parlava spagnolo» e, su insegnamento della madre, apprese a scrivere molto presto. Aveva tredici o quattordici anni allorquando il padre diede a leggergli Mort à crédit, il secondo romanzo di Céline, pubblicato nel 1936, rimanendone «folgorato». Più tardi lesse, sempre in versione originale, Viaggio al termine della notte, e a partire da lì lo scrittore francese iniziò a diventare “vitale” per Lobo Antunes, ritenendolo «uno dei grandi scrittori del XX secolo» e rammaricandosi del fatto che «in Portogallo è molto poco conosciuto o non compreso». Fu allora che decise di scrivergli una lettera, inviata all’indirizzo della sua casa editrice in Francia, chiedendogli una fotografia, come se Céline «fosse un attore cinematografico», e lui avrebbe risposto. Era una lettera scritta a mano, su un foglio giallo, formato A4, con una grafia tortuosa, ma facile da leggere:
«Gli dicevo che volevo diventare scrittore, che avevo 15 anni, e lui mi rispose con una lettera di immensa tenerezza: “Non ho una fotografia poiché non sono un attore cinematografico. Ma se vuoi fare lo scrittore, pensaci bene, visto che poi non potrai andare al cinema, non potrai avere fidanzate, non potrai non so più che cosa… Perché scrivere è qualcosa di molto difficile e richiede assai tempo, devi passare la vita incollato ai libri…”. Aveva perfettamente ragione in quello che diceva. A quindici anni, non sapevo di certo in cosa consistesse scrivere! Scrivevo schifezze come qualsiasi ragazzino, ero convinto che nessuno avrebbe mai scritto cose come quelle che io avrei scritto e io scrivevo solo merda. Sicché rimasi meravigliato. Ricordo di aver portato con me la busta di quella lettera per tutto il tempo possibile, poiché c’era il mio nome scritto di suo pugno. Non avevo mai avuto contatti con qualche scrittore e fino all’uscita di Memória de Elefante non conoscevo nessuno.» (4)
Isabel Coutinho, l’intervistatrice, chiese a Lobo Antunes se fosse ancora in possesso della lettera. Al che lui rispose: «Ce l’ho, ma non la mostro. La busta è scomparsa. L’ho persa, era già molto consumata, tutta spiegazzata. Non la mostravo a nessuno poiché i miei compagni di liceo che potevano sapere mai chi fosse Céline!» (5)
Uno di questi suoi compagni di liceo era stato lo scrittore e docente universitario Eduardo Prado Coelho (1944-2007), il quale, in seguito, avrebbe scritto sul suo diario – a dimostrazione di come con Céline non esista una via di mezzo: o passione o avversione! –: «In Céline, il segreto intimo di ogni essere risiede in quell’umidità viscosa e agonizzante, in quella bava intestinale, in quella schiuma degradante delle budella e delle mucose: il nucleo è fatto di escrementi (…). L’universo di Céline è un inferno viscerale. È proprio a questo punto che meglio capisco il disgusto preliminare suscitatomi da una scrittura fatta di grugniti, sputacchi e metafore viscose.» (6)
Ecco allora António Lobo Antunes che, così come un Charles Bukowsky – straordinario ammiratore della prosa di Louis-Ferdinand Céline, tanto da definirlo «il più grande scrittore degli ultimi duemila anni» – si erge a indefesso scudiero e difensore dello stesso Céline, ribattendo: «Cos’è che Eduardo diceva? Che la prosa era viscosa, che tutto era una cosa orrorosa, rivoltante quasi, simile a feci o a budella. Non è nulla di tutto ciò. Quei libri, tutta la sua opera, anche i grandi deliri finali, in cui lui già stava sminuito, sono epopee liriche.» (7)
Note
(1) Premio Nonino. Trentanovesimo Anno. Comunicato Stampa. https://www.sossanita.it/doc/2014_01_ComStamNonino_2014.
(2) Di questo romanzo di Céline già esisteva una traduzione in Portogallo, a firma di Campos Lima e pubblicata, nel 1944, dall’Editorial Século. Tuttavia, era una versione fortemente rimaneggiata e mitigata. La nuova traduzione, assolutamente integrale, sarebbe stata affidata dall’editore Vítor Silva Tavares ad Aníbal Fernandes, il quale aveva lavorato a una prima versione nel 1966. Il libro, una volta pubblicato, venne d’immediato censurato e ritirato dal mercato dalla PIDE (la polizia politica del regime salazarista, attiva fra il 1945 e il 1969). L’accaduto molto sorprese l’editore, visto trattarsi di un’opera di Céline. I motivi potevano solo essere legati, secondo Vítor Silva Tavares, al fatto che Viagem ao Fim da Noite «è un libello contro la guerra». Di conseguenza, poiché in quell’epoca si era al culmine della guerra coloniale, politicamente il regime non aveva alcun interesse a che circolasse in Portogallo un libro tutto sommato antibellico. Trent’anni dopo, Aníbal Fernades rivide la sua traduzione e il libro venne pubblicato, nel 1997, dalla Editora Frenesi di Lisbona. Questa nuova versione è quella che poi sarebbe stata rieditata, nel 2010, dall’Editora Ulisseia. A tale proposito, Lobo Antunes afferma: «Qualsiasi traduzione di un grande libro è una fotografia in bianco e nero di un quadro. Il lavoro di Aníbal Fernandes è serio e onesto. È semplicemente impossibile tradurre quel libro, se ne ha solo una vaga idea. La stessa novità radicale del linguaggio nell’anno in cui appare, il 1932, rimane ancora oggi una novità radicale. Céline reinventa il francese. È impossibile ricreare la straordinaria novità di quella prosa». Cfr. https://www.publico.pt/2010/03/17/culturaipsilon/noticia/quando-lobo-antunes-escreveu-a-celine-252756.
(3) Cfr. António Lobo Antunes, numa entrevista em 2017: “Não penso muito na morte” – Expresso
(4) Cit. in https://www.publico.pt/2010/03/17/culturaipsilon/noticia/quando-lobo-antunes-escreveu-a-celine-252756.
(5) Cit. in Ibidem.
(6) Cit. in Ibidem.
(7) Cit. in Ibidem.





