
Un certo interesse continuano a suscitare in Francia gli scritti sanitari di Céline, quasi si fosse finalmente capito che non è possibile coltivare e approfondire la conoscenza dello scrittore francese prescindendo dalla sua identità medica, che egli tenacemente anche se ambiguamente difese sempre nel corso della sua vita.
Nello scorso mese di ottobre l’editore Du Lérot ha diffuso in edizione limitata un volume che riunisce in forma di estratto undici articoli del Dottor Louis Ferdinand Destouches, articoli peraltro precedentemente apparsi dapprima sul “Cahiers Céline” n° 3 e successivamente sulla “Année Céline” del 2024. Onze articles médicaux et pharmaceutiques 1930-1935 suivis d’une bibliographie des écrits scientifiques, médicaux et pharmaceutiques ne è il titolo, l’agile volumetto essendo curato da Gaël Richard, noto studioso di Céline.
Si tratta di una piccola – e a dire il vero abbastanza eteroclita – raccolta, cronologicamente successiva al periodo della collaborazione del futuro scrittore con la Società delle Nazioni (S.d.N.), esperienza quest’ultima conclusasi come noto nel 1927.
Si tratta evidentemente di scritti di occasione, che non si fa alcuna fatica a definire minori, appartenenti a quella che oggi si suole etichettare in ambito medico, con sufficienza, come “letteratura grigia”, sottovalutando forse una certa complessità che le molteplici sfumature di tale colore possono a volte generare.

Per quasi tutti questi articoli il committente è dunque più che esplicito, e l’intento chiaramente promozionale. Sono testi molto brevi – che rappresentano peraltro anche degli esercizi di stile, come acutamente li definisce lo stesso curatore – rivolti comunque ad un pubblico di addetti ai lavori e motivati dal ruolo di impiegato, anzi di “redattore farmaceutico”, che Céline ha deciso di accettare presso alcune ditte, anzi alcuni laboratori, per dirla alla francese. Solo due degli articoli riportati allargano il discorso oltre i confini della “thérapeutique” investendo dimensioni organizzative che oggi si è soliti fare rientrare nelle competenze della cosiddetta “sanità pubblica”, dimensione questa peraltro assai congeniale al Dottor Destouches. Si tratta di due interventi relativi il primo al problema dei costi dei farmaci, quindi un tema attinente a quella che sarebbe divenuta in seguito una vera e propria disciplina, la farmacoeconomia, e il secondo relativo alla esigenza di meglio definire il contesto clinico all’interno del quale valutare l’efficacia dei trattamenti. Si è ancora, va precisato, nella preistoria di quella che solo nel secondo dopoguerra diventerà la farmacologia clinica.
Prosegue dunque questa lenta operazione, un po’ archeologica, di riattualizzazione del percorso pubblicistico sanitario di Céline, che copre il lungo periodo intercorrente tra la tesi di laurea su Ignác Semmelweis, discussa nel 1924, e la sua ripubblicazione del 1936 per i tipi dell’editore Denoël di Parigi, quando Céline è ormai uno scrittore affermato, anche a livello internazionale.
Va ribadito che non sono oggetto di questa riproposta editoriale altri articoli medici riferibili allo stesso periodo, articoli che raccolgono riflessioni di ordine valutativo più generale, con un taglio quindi non tanto clinico ma piuttosto di sanità pubblica.
Con almeno alcuni di questi ultimi articoli il Dottor Destouches – che nel frattempo, nel 1928, è stato eletto membro dell’Accademia di Medicina di Parigi – intendeva riprendere e proseguire le riflessioni di medicina del lavoro già svolte per la S.d.N. un decennio prima (in un’epoca in cui, va ricordato, la medicina del lavoro era agli albori). Ci si riferisce in particolare ai famosi reportage riguardanti la medicina preventiva dei lavoratori presso le fabbriche statunitensi Ford e Westinghouse.
Di questi articoli, salvo errore, solo alcuni sono disponibili in italiano, e si tratta di quelli riportati nella vecchia raccolta (1993) di Giuseppe Leuzzi, per la casa editrice Shakespeare e Company, titolata I sotto-uomini. Scritti sociali. Altri invece, uno per tutti: “La Santé publique en France”, apparso a Parigi nel 1930, sono tuttora inediti nella nostra Penisola.
Comunque, al di là di ogni divagazione sulla ricezione italiana degli scritti medici di Céline, ricezione la cui analisi approfondita resta forse ancora da fare, in questa sede si intende solamente dare la giusta enfasi ad una operazione che da un certo punto di vista potrebbe apparire addirittura spericolata. Ovvero l’edizione di un bouquin in cui Céline si rivolge ai medici (come acutamente rilevato da Gaël Richard) presentando questo o quel prodotto farmaceutico come un possibile ulteriore strumento messo a disposizione del medico all’interno della relazione terapeutica con il suo paziente.
Non è possibile non notare come, da allora, entrambi i poli di questa relazione, il medico e il paziente, siano stati progressivamente marginalizzati, sostanzialmente espropriati, per dirla con Ivan Illich, della loro competenza diretta in materia di salute.
Questi scritti “farmaceutici” rappresentano dunque, pur senza averne probabilmente la minima intenzione, una vera e propria sfida alla mentalità che da allora è subentrata soprattutto nella medicina di base, e che ha consegnato l’intera gestione della creazione, produzione e commercializzazione dei farmaci all’industria farmaceutica. Il ruolo del medico è stato in poco meno di un secolo (e soprattutto negli ultimi trent’anni) progressivamente ridimensionato, divenendo spesso il terapeuta nient’altro che una sorta di prescrittore di complemento. A giusto titolo Richard mette invece in luce la dimensione addirittura artistica dei lavori presentati, in particolare il “tono” che la scrittura del Dottor Destouches assume evocando il rapporto del terapeuta con i suoi pazienti nell’ambito, altamente simbolico, della prescrizione, ambito in cui non vi è assolutamente nulla di meccanico (impossibile non notare oggi il contrasto con la sua spersonalizzante “informatizzazione”).
Nessuna sorpresa comunque per coloro i quali (e chi scrive è fra questi) pensano che vi sia nel grande scrittore francese, e a molti livelli, qualcosa di profetico.
Se si guarda, infatti, al contesto sanitario attuale, alcune considerazioni appaiono evidenti. In fondo, perlomeno secondo le voci più critiche, cosa rischiano spesso di diventare oggi gli stessi professori universitari se non degli impiegati di Big Pharma? Cosa fa dunque Celine da autentico antesignano? Si impiega come contractuel presso alcune aziende farmaceutiche, arrivando a quanto sembra addirittura a collaborare allo sviluppo di un nuovo principio attivo, riguardante la ancora oggi mai sufficientemente studiata ghiandola tiroide.
Egli dunque precorre i tempi e sembra eliminare alla radice, sia detto au passage, l’ipocrita questione dei conflitti di interesse.
Unico garante infatti dei testi di cui si sta parlando (promozionali, vale la pena di ripeterlo) è il suo Autore, vincolato nella stesura degli stessi dalla deontologia medica che come noto pone il primum non nocere quale proprio imperativo categorico, premessa di ogni attività professionale che alla pratica medica faccia riferimento.
Va notato che Céline nello stesso periodo mantiene, in parallelo, il suo impegno di clinico nel famoso dispensario comunista di Clichy. Siamo ovviamente in un’epoca in cui è ancora al di là da venire quell’autentico ginepraio rappresentato dalle varie incompatibilità istituite per i medici dai cosiddetti sistemi sanitari universali.
È anche grazie a questa consuetudine con la pratica clinica “di base” (oltre ai contatti comunque sempre intrattenuti con il mondo scientifico e accademico dell’epoca), che Céline riesce a preservare per i suoi contributi promozionali l’intento fondamentalmente cooperativo e a mantenerli in una dimensione di collegialità che ne facilita probabilmente l’impatto.
Come si vede dunque, pure nello spazio ristretto di undici articoli destinati a rimanere minori – e destinati anche a riviste mediche minori o “di provincia” – emergono sia pure in modo implicito diversi motivi che hanno caratterizzato l’essere medico di Céline, anche in modo contraddittorio, dall’accento posto sulle politiche di prevenzione e sulla dimensione che per comodità si suole definire “igienista”, comunque organizzativa, al realismo naturalista (nel doppio senso dell’aggettivo, letterario e scientifico) con cui egli si rivolge al mondo della clinica e dei sintomi, alcuni dei quali, come noto, dall’insonnia all’emicrania, lo perseguiteranno per tutta la vita.
Quando Céline descrive, la sua descrizione è naturalistica, nel doppio senso appena ricordato.
Da un certo punto di vista il suo sguardo, crudo fino ad essere spietato se necessario, si pone al servizio della natura (vivere è vedere, diceva). Peraltro l’osservazione, chiamata anche ispezione, è anche, o dovrebbe essere, la prima tappa – indispensabile – della semeiologia fisica medica, sempre meno conosciuta e quindi sempre meno insegnata.
Come si può constatare si è qui agli antipodi di ogni intento preventivo (siamo in ballo e dobbiamo ballare, sembra amasse dire nelle situazioni difficili, sfoderando la freddezza dell’urgentista).
Lo sguardo di Céline di fronte alla malattia diviene impietoso come la sua scrittura lo è nei confronti della realtà. Del resto se “il medico pietoso fa il malato gangrenoso”, come volgarmente recita il vecchio adagio, altrettanto farebbe lo scrittore che accettasse di edulcorare la realtà per compiacere il lettore.
Questo, e sia detto in guisa di conclusione, retroattivamente contribuisce forse a gettare una qualche luce sul triennio professionale brillante, prestigioso, ma anche conflittuale e in fondo enigmatico che Céline spese come ricercatore presso la S.d.N. Céline, aldilà della sua personale insofferenza per le gerarchie e in fondo per ogni relazione umana “politica”, sembra intuire che l’ideologia della prevenzione finirà per tradursi in una guerra contro la natura e contro la vita, guerra del cui “fuoco amico” la medicina sarà inevitabilmente vittima, e non ci sta.
Sembra in altre parole intuire, anche qui profeticamente, che la prevenzione implica un cambiamento di pelle della medicina, un suo diventare in-naturale (lui che era contro il parto indolore!) e, come detto, non ci sta. La medicina, a questo punto posta inevitabilmente sotto sequestro politico, diviene insomma un qualcosa di contro-natura, e lui sceglie la natura.
Se la vita non è che una lenta agonia – célinianamente, ma prima ancora shakespearianamente – essere medico e volerlo rimanere a tutti i costi (visitava gratis!) è un modo, forse il modo par excellence, per accettarla e per tentare di trasfigurarla.





