
Appoi si vidi. Poi si vede, per gli italofoni. I greci la chiamano ataraxía, atarassia. Gli arabi e i normanni, invece? Si comincia sempre così, con la tradizione, richiamando alla nostra mente ciò che ha dato origine a un popolo, il nostro, così bizzarro. Mano al cielo in posizione d’arancino, un’improbabile sigaretta che scorre lungo i bordi della bocca, una certa imperturbabilità: questi siamo, noi siciliani, sempre pronti all’erudizione soprattutto nella tragedia quando invero bisognerebbe tacere. Perché il voto va lì, oppure di là, a quello che ci fa la spesa e a quell’altro che parla bene e quindi piace alle casalinghe dell’entroterra ibleo. Cosa importa a loro della corruzione se il cucinino in mansarda è abusivo? E quindi muto io e muto tu, per dirla quasi col ritmo di una taranta. Eppure, da Roma si erogano circa 20 miliardi per combatterla, questa corruzione. Il denaro per combattere un reato ove spesso c’è proprio Pluto – quello dantesco – di mezzo. Paradosso del paradosso, al quale siamo abituati da troppo tempo.
Niscemi è la somma di tutto questo e di tanto altro ancora, perché viviamo in una regione buttanissima (Buttafuoco docet), dove il miglior acquirente diventa il nuovo rais di un territorio manco fosse un Moncada o un Peralta. E il compratore, che non è un avventore avventato, sa bene che qui si può far ciò che si vuole. Tant’è che noi siamo ancora impaludati nel combattere contro i mulini a vento, tra “Sicilie bedde” che spopolano nei talent mefitici facendoci sprofondare ancor di più, comuni in dissesto finanziario e territori nella medesima situazione, ma idrogeologica. E in tanti hanno tentato di ridestare le varie amministrazioni niscemesi dagli anni Sessanta a oggi, ma senza ottenere risultati: geologi, scienziati d’ogni tipo, majare e uomini e donne con una certa memoria storica. Soprattutto Saverio Landolina Nava, archeologo catanese, aveva avvertito che sarebbe stato un errore continuare a edificare in quel luogo. Era il 1790, i palazzinari non esistevano ancora, il cemento non dettava legge sopra ogni cosa e mancavano ancora 176 anni per la frana di Agrigento, primo indizio che qualcosa in Sicilia non stava andando affatto bene. Lì, per puro caso o per volontà degli dèi che proteggono Akragas, il netturbino Francesco Farruggia avvertì i cittadini della presenza di pericolose fenditure sulle strade e riuscì a compiere un miracolo. Sessant’anni dopo, non bastò un Farruggia, perché il proletariato in Sicilia può davvero poco, al massimo subire, subire, subire. Chi non subisce va al Settentrione, studia e torna, forse. Torna soprattutto con tante parole prive di spirito, rimproveri che sembrano omelie e verità assolute: fici bonu chi mi ndi andai. (Ho fatto bene ad andarmene, con chiara inflessione milazzese)
Quando un popolo è in rovina, lo è anche la sua architettura, dunque la capacità di concepire spazi armoniosi in quel tutto e nulla che è la Natura. E quindi il ponte è un’opera fondamentale, soprattutto perché urge alla Nato. Il Muos non può assolutamente essere messo in discussione. Sono architetture anch’esse, segmenti e parabole che descrivono il nostro destino – altro che amor fati – tra autoctoni mazzettari e stranieri volenterosi di attraversare il canale di Sicilia per prendersi un’altra fetta di Mediterraneo. Niscemi, per molti, moltissimi, è soltanto un incidente di percorso, un guazzabuglio di problemi vecchi come le miniere di zolfo e le storie dei carusi. Non sia mai che qualcuno si assuma la responsabilità di un disastro del genere, dove è pur sempre quel proletariato a perdere tutto.
Qualcuno, più di un secolo fa, annotò sul suo taccuino che non dormiva la notte pensando ai messinesi nelle baracche dopo il terremoto e che avrebbe provveduto a ricostruire la città nel più breve tempo possibile. Oggi, invece, nel baccano democratico si è persa la Schlein, la quale è giunta a Niscemi in silenzio per il suo tornaconto elettorale. La Meloni promette soldi, è il regno dell’oro. L’onore delle armi va a Nello Musumeci che continua a lottare con le unghie e con i denti per la sua idea – pregevole – di Sicilia, mentre dallo scranno romano ci dà un dato incontrovertibile: nove comuni siciliani su dieci sono a rischio frana. È pur sempre, ancora una volta, il regno dell’oro, cari lettori.







Analisi impietosa, cruda, con una sottile vena ironica (ma i politici comprenderanno?)
Scritto con amara ironia tipicamente “sicula”,io sono nordico( come fiumano appartengo alla gente veneta) ma la Sicilia ,che mi ha visto spesso come turista ,mi ha sempre affascinato…tuttavia non so proprio come si possa salvarla da se stessa. Lo dico con dolore: nessun siciliano si offenda .