
Figura appartata ma centralissima nel panorama della letteratura austriaca del Novecento, Alexander Lernet-Holenia (1897–1976) occupa un luogo singolare, quasi liminare, tra tradizione e disincanto moderno. Aristocratico di nascita e di temperamento, ufficiale dell’esercito imperiale, poeta prima ancora che narratore, egli attraversò il secolo breve senza mai aderire davvero alle sue avanguardie, preferendo una scrittura di impeccabile compostezza formale, nutrita di storia, mito e metafisica. Nei suoi romanzi – spesso ambientati in una Mitteleuropa crepuscolare, sospesa tra splendore e dissoluzione – l’intrigo narrativo non è mai fine a se stesso, ma si fa veicolo di una meditazione più profonda sull’identità, sul tempo, sulla morte. Il conte Luna appartiene pienamente a questa costellazione: un testo in apparenza eccentricamente costruito, ma in realtà rigorosissimo nel suo disegno simbolico.
Il conte Luna si apre e si chiude nel segno di Roma, della Roma sotterranea delle catacombe. Le catacombe di San Pretestato assumono un ruolo centrale nella narrazione; nondimeno – racconta con fare erudito l’autore – il luogo propriamente detto ad catacumbas sorgeva nei pressi della basilica di San Sebastiano, lungo la via Appia, laddove il suolo presentava avvallamenti che, nella loro forma concava, evocavano il ventre delle antiche navi (cymbae). Da questo termine, congiunto al greco katà (“verso il basso”), deriva l’etimo di catacumbae: “presso gli avvallamenti”, dunque, un toponimo che già di per sé sussurra il fascino dell’abisso e dell’ignoto.
È proprio questo fascino dei sotterranei inesplorati a permeare il capitolo conclusivo, di sapore squisitamente antiquario, nel quale l’autore evoca gli Etruschi – spregiudicati, nichilisti ante litteram – giunti non già a un nichilismo per difetto di fede, ma per sovrabbondanza di disincanto, per lucida consapevolezza della vanità di ogni cosa. Di segno opposto i Romani, al tempo della Roma Quadrata; della Roma arcaica e rurale, ancora abitata da una stirpe di contadini-guerrieri valorosi, prima che l’espansione del potere esteriore del popolo ne erodesse irrimediabilmente la forza interiore. In questo contrasto tra civiltà si riflette, in filigrana, una delle ossessioni lernet-holeniane: la perdita di un centro spirituale a favore di un dominio puramente materiale.
Ma è Vienna, soprattutto, a dominare l’orizzonte del romanzo: Vienna con il suo Alexander Jessiersky e, inscindibilmente legato a lui, lo spettrale conte Luna. Di Jessiersky conosciamo fin nei minimi dettagli l’intricata genealogia aristocratica; del conte Luna, invece, sfugge quasi tutto. La sua stessa esistenza rimane avvolta nel dubbio. Eppure, come il satellite da cui mutua il nome esercita sulla Terra un influsso occulto – attraverso le maree o il cammino dell’eclittica –, così il conte Luna emana presenze indirette, invisibili correnti che imprimono all’intreccio il suo moto: una spy story sgangherata, venata di farsa, eppure ineludibile.
“Alla luna non si sfugge né si può sfuggirle”, ammonisce l’autore; “e questa incertezza non è soltanto l’essenza della luna stessa, ma anche di tutto ciò che sta sotto la luna. Noi esistiamo sotto il simbolo dell’illusione, nel segno dell’insicurezza”.
Sparsi lungo il testo, momenti di tragicomica crudezza – singolare quello dell’incidente automobilistico in cui Jessiersky travolge un motociclista – offrono a Lernet-Holenia il pretesto per una tirata antimoderna. Con sadica compiacenza l’autore descrive la soddisfazione del protagonista che, accesa una sigaretta, prova “una certa soddisfazione al pensiero di aver fatto pagare almeno a un motociclista il fastidio causato da tutti i motociclisti”. E subito affiora il ricordo grottesco di quell’automobilista che, dopo aver investito per caso una Vespa, ne centra deliberatamente altre cinque prima di essere fermato. Episodi che, al di là dell’umorismo nero, tradiscono un’insofferenza profonda verso la civiltà meccanica e il suo cieco furore cinetico.
Verso la fine del romanzo l’autore depone ogni maschera e si rivela: tutto ciò che ha narrato fino a quel momento non era che preparazione alla meditazione sulla morte del capitolo conclusivo – quella morte che, nell’illusione di un tempo infinito, siamo soliti esorcizzare e rimuovere. E l’immortalità? È l’interrogativo che il protagonista, ormai prossimo al congedo dalle pagine, osa finalmente formulare. Darvi risposta appare impresa disperata, quasi preclusa alla parola umana. Eppure, in quel silenzio ostinato, si insinua una piccola speranza, affidata alle parole di un religioso. Parole che l’autore, pur senza dichiararlo, sembra forse accogliere e far proprie, lasciando dischiusa una porta sull’eternità: “Se non fosse mai esistito, naturalmente non esisterebbe più. Ma dal momento che esisteva, esiste ancora”.
*Il conte Luna, di Alexander Lernet-Holenia (Adelphi. – 2022: pagg. 174 – euro 18,00)
@barbadillo.it






Lernet-Holenia è uno dei miei scrittori preferiti(così come il suo “maestro” Leo Perutz) ; purtroppo è da quasi 4 anni ( “il conte Luna” nel 2022 è stato proprio l’ultimo…)che Adelphi non pubblica più nulla di questo autore, che pur ha una produzione sconfinata…
Grandissimo autore, Lernet-Holenia. E soprattutto grande uomo. Era un figlio dell’Austria asburgica (e, per la verità, lasciava credere di essere figlio di un Asburgo…). Fu uno dei pochi scrittori a praticare una silenziosa resistenza al nazionalsocialismo, ma fu anche un convinto anticomunista. Si dimise da presidente del Pen Club austriaco in segno di protesta per l’assegnazione del Nobel a Böll, che aveva manifestato la sua simpatia per i terroristi della Rote Armee Fraktion.
Il suo capolavoro credo sia Lo stendardo; Giano Accame mi raccontò una volta che il romanzo era nello zaino di molti ragazzi che si erano arruolati nelle forze armate della Rsi, perché si riconoscevano nello straniamento del protagonista, l’alfiere Menis, dinanzi al crollo dell’Impero Asburgico.
La lapide che lo ricorda all’ingresso della Hofburg, a destra entrando, è pienamente meritata.