
Il 25 gennaio scorso una frana lunga 4 Km fa scivolare Niscemi, in provincia di Caltanissetta, verso la piana di Gela, formando un canyon di 50 metri. Il terreno cede alla velocità di 30 metri in una notte. Più di 1500 sfollati, crolli a meno di un Km dalla fascia di distanza dalla frana. I numeri non sono solo contabilità. I numeri sono paura, rabbia, disperazione, lacrime. I numeri, se certificano il disastro, hanno un cuore. Un cuore che batte all’impazzata se il disastro arriva da lontano. Era il 1997 quando franarono gli stessi quartieri. Ora come allora la Protezione Civile parla di demolizioni e di dissesto idrogeologico, la magistratura aprirà un fascicolo per omicidio colposo, i media nazionali arrivano dopo aver ignorato per giorni il ciclone Harry (a Niscemi ha dato il colpo di grazia, ma prima ha messo in ginocchio le isole e parte della Calabria), il governo nazionale promette aiuti, quello regionale si stupisce. Il solito balletto di dichiarazioni, le solite strumentalizzazioni da eterna campagna elettorale. Che è come trasformare la realtà in una tragicommedia già messa in scena fin troppe volte. Il timore è che insieme all’argilla scivoli via anche l’urgenza della solidarietà, l’impellenza degli indennizzi e la memoria dei luoghi.
Il nodo della memoria
«Come ricostruire ciò che è accaduto, la frana, lo schiantamento delle rupi, il crollo, la cateratta di macigni e di terra nel lago?» Così lo scrittore Dino Buzzati racconta sul Corriere della Sera il disastro del Vajont (9 ottobre 1963) e ancora «E il monte che si è rotto e ha fatto lo sterminio è uno dei monti della mia vita il cui profilo è impresso nel mio animo e mi rimarrà per sempre». Il punto è questo: cosa rimane di un luogo quando il luogo non esiste più? Quando una stanza diventa una ferita, quando in bilico sul precipizio ci sono le spoglie della quotidianità, quando la furia della Natura sradica le fondamenta di case e affetti, qual è la narrazione? Esiste una letteratura del disastro da Ignazio Silone (in Uscita di sicurezza sul terremoto nella Marsica del 1915) a Eugenio Montale che ricordando in Xenia l’alluvione di Firenze scrive «Non torba m’ha assediato, ma gli eventi/di una realtà incredibile e mai creduta», sul Vajont, in particolare, si sono scritti fiumi di parole (romanzi, testi teatrali, film) ed esiste una letteratura dell’abbandono.
Il precedente del borgo di Alento
Un romanzo “Cade la terra” di Carmen Pellegrino racconta di Alento, un borgo abbandonato e immaginario che sorge su un territorio franoso: tutti sanno che accadrà, tutti sanno che la frana si porterà via la memoria dei luoghi così come degli abitanti. Da quel romanzo nascerà l’abbandonologia ovvero la ricerca e la documentazione di abitazioni e attività dismesse per conservarne la memoria. Un culto delle rovine utile a preservare l’esistenza di ciò che c’è stato e nella fine non ha diritto di memoria: non si erige una lapide a una casa morta come si fa con un uomo o con un animale domestico.
Ora c’è bisogno di fatti
Il punto è se si vuole fare di Niscemi un altro Alento, se si vuole relegare nella narrazione un paese con i suoi abitanti. Oppure stupire e fare sì che le promesse di oggi saranno i fatti di domani. Il rischio è l’abbandono. Non quello nobile della letteratura, ma quello vile dell’incuria. Niscemi è solo l’ultimo drammatico esempio di un territorio che crolla, perché nessuno lo ha messo in sicurezza, nessuno ha attivato i controlli sulle costruzioni a ridosso della scarpata, nessuno ha monitorato i processi idrogeologici, nessuno ha investito sulle opere necessarie mentre progetta quelle inutili e irrealizzabili. «In seguito, tutti parleranno del rumore. Del rombo. Con cui è iniziato» scrive Esther Kinsky in “Rombo”, romanzo dedicato al terremoto del Friuli. Ecco, il timore è questo: che resti il rombo, l’inizio e non la fine. Intanto, il rombo dell’auto sospesa tra la parete del garage e il burrone, nella foto iconica di Niscemi franata, non si sente più.







