
Premetto di essere amico e corrispondente epistolare di Marcello Veneziani. Da sindaco della mia città ho anche avuto l’onore di poterlo ospitare, agli inizi degli anni 2000, a presentare alcuni dei suoi libri; ritengo che abbia scritto la più bella biografia di Giovan Battista Vico e ne condivido quasi sempre le posizioni espresse per i più svariati temi su “La Verità” o su “Panorama”. A lui mi lega, oltre lo stesso anno di nascita, anche il fatto che è stato il primo a notare e recensire positivamente il mio saggio Enrico Mattei….
Devo però dire, con serenità ed animo dialogante, affatto polemico, che non tutto quello che ha scritto sulla “Verità” il 22 dicembre con il suo “bilancio disincantato” dell’attività del governo Meloni, a mio parere, è condivisibile. Certo, concordo sul fatto che sulla cultura si poteva fare tanto di più e potevano reperirsi personalità che forse, in questo settore, avrebbero potuto lasciare un segno consistente, anche uscendo dal recinto stretto degli intellettuali “organici”, per usare un termine gramsciano. In fondo Giovanni Gentile divenne Ministro della Pubblica Istruzione nel primo “Governo Mussolini” provenendo dai liberali-nazionali. Non era un “fascista della prim’ora”.
Il passaggio del suo pezzo che mi lascia più perplesso è quello del “filoatlantismo” della Meloni. Perché? Per intanto ritengo che certe categorie, per quello che sta accadendo sullo scacchiere geopolitico globale, siano oramai datate e decisamente novecentesche. Che senso ha usare la categoria dell’Atlantismo oggi che Trump e gli Stati Uniti, a più riprese, dichiarano di volerci “scaricare” la Nato o, per lo meno, scaricarcene maggiormente l’onere finanziario? Che senso ha oggi parlare di Atlantismo, come sinonimo di ciò che è “moderno”, “liberale” e progressista, quando gli Usa di Trump e Vance ci mettono in guardia dai rischi del “vuoto spirituale” dell’Europa e dalla deriva woke? Che senso ha oggi parlare tout court di atlantismo vecchia maniera quando Trump si mostra più dialogante con la Russia di Putin rispetto alla frammentata ed irrilevante Unione Europea?
Gli Usa degli anni ’50-’90 non avrebbero mai permesso all’Italia di porsi nei confronti dei paesi del Mediterraneo, con il Piano Mattei e non solo, con la postura di oggi (proprio Mattei ne sapeva qualcosa). E, allora, ha senso più utilizzare, con una velatura demonizzante, questa categoria che, a mio avviso, non riesce più a leggere la realtà odierna nella sua complessità e completezza? Per essere allora più spiccioli, cosa dovrebbe fare oggi Giorgia Meloni? Schiacciarsi sulle posizioni dell’Unione Europea correndo il rischio di rimanere ancora succube delle diffidenze e dei colpi bassi di Francia e Germania, cui si è aggiunta anche la Gran Bretagna post-exit? Perseguire una politica isolazionista, apparentemente “sovranista” col rischio di non contare niente e dover di volta involta invocare sostegno come un mendicante col piattino in mano al “padrone di turno”?
Condivido il pensiero di Carlo Pelanda (espresso in un bel saggio del 2024 Italia Globale) secondo cui l’Italia deve ambire oggi a giocare una partita “globale” senza pregiudizi e timori di sorta, mirando a non rompere le alleanze tradizionali e rafforzando il proprio contributo e protagonismo in queste alleanze e senza rompere con l’Europa, mirando in prospettiva a costruire uno scenario geopolitico in cui la “Magna Europa”, che va dai confini con la Russia alle rive del Pacifico americano, e che ha nella comune cultura cristiana, con radici nella civiltà di Atene, di Roma e Gerusalemme, un punto di incrocio e di unità identitaria. Prospettiva ambiziosa? Se si, sarebbe la prova comprovata che Giorgia Meloni non stia a giocherellare con i desueti strumenti del secolo scorso e che il suo non sarebbe un “filoatlantismo” di maniera o un pavido “filo-occidentalismo” di comodo per non rischiare la cadrega.
«Io nutro la più cordiale amicizia per gli Stati Uniti e credo che la moderna Italia sia stretta ad essa da saldi e reali vincoli, sia per i continui scambi commerciali, sia per lo sforzo di grandi correnti umane, sia infine per l’innegabile desiderio di conoscerci e comprenderci reciprocamente. Intense relazioni si sono stabilite tra i due Paesi, ed hanno creato la vicendevole comprensione morale, da cui naturalmente una mutua simpatia ha avuto origine. Le due Nazioni infatti hanno molti punti in comune». Queste parole scrisse Benito Mussolini inviando nel 1925 un messaggio agli italiani d’oltreoceano.
Un altro punto mi lascia perplesso, quello che concerne le misure di politica interna in economia. È realistico pensare che Giorgia Meloni e il suo governo in soli tre anni potessero risanare i pregiudizi severi e pesanti apportati nei precedenti decenni al nostro sistema economico e finanziario con la complicità dell’Ue di Merkel e Sarkozy? Misure timide? Forse, ma lo spread basso, più basso che mai, è un argomento tolto alle sinistre, la riduzione della disoccupazione, per quanto limitata, rappresenta un’inversione di tendenza, specie se lo si inquadra nel contesto dell’aver abolito il deresponsabilizzante reddito di cittadinanza. I contratti dei dipendenti del pubblico impiego (fermi da un decennio e più) con la relativa rivalutazione degli stipendi è un balsamico ossigeno dato a quelle famiglie. Ricordiamoci quanto pesa ancora su ogni finanziaria quel colossale spreco che è stato il superbonus edilizio. Bettino Craxi riuscì a portare l’inflazione che erodeva crescentemente le paghe degli italiani più disagiati con la prova di forza dell’abolizione della scala mobile. Mussolini quando mise a capo del dicastero delle finanze Volpi di Misurata per perseguire la “quota novanta” della lira avviò una forte e decisa stretta deflazionistica, ma sarebbe stata pensabile, senza quella misura, la politica “sociale” degli anni ’30 e degli “anni del consenso”, come li definì Renzo De Felice?
Non voglio dire che tutto ciò che ha fatto e sta facendo questo governo sia perfetto e incensurabile. Per esempio sull’emergenza carceri, che indirettamente influisce anche sull’emergenza sicurezza, sta facendo ancora poco o niente. Giorgia Meloni, questo non lo dobbiamo dimenticare però, agisce in un contesto in cui il potere del suo esecutivo è super controllato e, oserei dire, fortemente contrastato: dalle magistrature, dal Capo dello Stato, da alcuni poteri forti dell’economia che, per fortuna, iniziano a perder colpi, dal sistema mediatico. Ogni decisione, come la palla di un flipper deve scansare questi funghi che vorrebbero farla andare nella buca e non farle accumulare molti punti. Ma poi c’è un altro punto che mi convince del fatto che, più di questo, il Convento non può passare. Ve lo immaginate il ritorno delle sinistre al potere? Riprenderebbe quota il mantra dei mutamenti climatici, del green deal, della cultura woke, del gender a tutto spiano. Dio e Giorgia Meloni ce ne scampino. Buon Anno a tutti.
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Concordo pienamente tranne il riferimento a Carlo Pelanda la cui analisi mi sembra un pò troppo teorica pensando poi alla Russia i cui rapporti a causa dell’ Ucraina sono interrotti e per ora non si vedono segnali positivi. Forse Meloni dovrebbe capire che sarebbe il caso di riprenderli almeno si spera dopo un eventuale accordo. Quanto a Veneziani m’è sembrata una sparata fuori misura quando dopo tre anni di governo si aspettava chissà quali rivolgimenti sulla nostra vita quotidiana . Ciò non significa non evidenziare i punti deboli del governo come di ogni esecutivo.