
Eduard Limonov ci ha abituato, fin dalla sua scoperta – che per molti ha coinciso con la celebre biografia di Emmanuel Carrère uscita nel 2011 – non solo a peripezie, avventure borderline e visioni geopolitiche e politiche per noi occidentali spesso difficili da decifrare.
Ha anche consegnato al pubblico opere che, una volta concluse, lasciano addosso una scia di domande e, come accade con certi cibi irresistibili, alimentano il desiderio di tornare ad approfondire. Ancora oggi, a cinque anni dalla scomparsa, Limonov continua a suscitare sentimenti contrastanti.
In questo solco si inserisce Ideario di un figlio di puttana, breve pamphlet pubblicato a marzo da God: meno di 140 pagine che, a dispetto dell’estensione ridotta, restituiscono una sorprendente densità di pensiero. Ne emerge una figura multiforme: poeta, scrittore, esteta, politico, soldato e tombeur de femmes in una sola esistenza. Più vicino, per certi versi, a modelli come D’Annunzio o Malaparte di quanto egli stesso forse avrebbe ammesso.
Edichka – così si faceva chiamare già da giovane poeta underground nella Char’kov di Eddie Baby, ti amo – nella premessa ci conduce nella Russia dell’ottobre 1993: un Paese in macerie, smarrito dopo il crollo improvviso dell’impero sovietico. Lui, ex dissidente fuggito negli odiati Stati Uniti e poi a Parigi, torna a guardare con nostalgia a quel mondo perduto, rimodulandolo in chiave nazionalista ed eurasiatica con la nascita, nello stesso anno, del Partito Nazional-Bolscevico, fondato insieme a Aleksandr Dugin, destinato poi a prenderne le distanze per divergenze ideologiche.
È qui che Limonov espone la natura della sua creatura politica: una miscela di principi di destra ed eredità bolscevica, in particolare sul versante sociale, capace – nelle sue intenzioni – di superare gli schemi tradizionali. Resta però invariato il cuore della sua visione: l’idea di una Russia forte, temuta, antagonista di un Occidente giudicato prigioniero di un liberalismo ipocrita e intrinsecamente totalitario. Nonostante ciò, Limonov non aderirà mai al modello putiniano, da lui considerato «un regime come gli altri », arrivando spesso a vestire i panni dell’agitatore politico nelle piazze, pagando più volte con il carcere.
Il libro è articolato in capitoli eterogenei: saggi, riflessioni, scritti politici. In Un odio lungo secoli, per esempio, torna il tema dell’antagonismo secolare tra Russia e Occidente. Secondo Limonov, questo disprezzo affonderebbe le radici in oltre mille anni di storia, ribadendo l’idea che la spiritualità dei popoli orientali sarebbe stata autonoma, ricevuta da Bisanzio e non imposta dal cristianesimo occidentale.
Particolarmente evocativo è il capitolo dedicato alla detenzione nel penitenziario di Lefortovo, a seguito delle accuse legate alla sua attività politica. L’apertura è affidata a un corsivo intenso che tratteggia la figura del «poeta-guerriero»: silenzioso, recluso, intento alla scrittura, costretto a condividere spazi e umiliazioni. È in quegli anni che Limonov inizia a intuire con chiarezza la deriva autoritaria che la Russia stava assumendo, nonostante il processo di modernizzazione avviato dopo il caos post-comunista.
Tra le figure più toccanti rievocate nel libro c’è anche Anna Politkovskaja, che prima del suo assassinio si era battuta per la causa di alcuni militanti nazional-bolscevichi incarcerati.
Limonov la descrive come una «puritana», quasi ascetica, animata però da un inflessibile senso di giustizia.
Non manca la dimensione privata. Commovente il passaggio dedicato alla moglie scomparsa, Nataša: al momento di rinnovare i documenti per il passaporto, Limonov pretese che fosse indicato «vedovo» e non «celibe», come suggerivano i funzionari. Scrive che così, almeno simbolicamente, non gli avrebbero portato via l’amata consorte una seconda volta.
Il volume si chiude con un’analisi che lo stesso autore definisce «ironicamente piagnucolante», ma che ha piuttosto il tono della nostalgia crepuscolare, richiamando – per sua stessa ammissione – i Mémoires di Chateaubriand. Il tempo, feroce e inesorabile, domina l’ultimo sguardo: «Quelli che ai miei occhi erano adulti, ora sono tutti morti da un pezzo». Seguono riflessioni sulle donne, sulla perdita della femminilità di un tempo, sugli odori che rendevano riconoscibile ogni corpo, sui cappotti rattoppati per anni perché l’abbondanza non esisteva.
Ed è proprio la scarsità – ci dice – a conferire valore alle cose.
Il libro è, in definitiva, un concentrato di pensieri scomodi, intimi, taglienti e lucidissimi. È il ritratto di un uomo che ha fatto della fusione tra estetica, poesia e azione il senso ultimo della propria esistenza. L’ultimo punk della letteratura mondiale, di cui – nel bene e nel male – continueremo a leggere ancora.
Eduard Limonov, Ideario di un figlio di puttana, God edizioni






