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La necessità di una politica di Difesa (con investimenti) per le nuove sfide

Ipacifisti sono i peggiori nemici della pace: storia vecchia eppure di stringente attualità, viste le recenti  trasformazioni  dei sistemi a  difesa delle infrastrutture critiche e della sicurezza dei cittadini

di Mario Bozzi Sentieri
6 Dicembre 2025
in Corsivi, Difesa
1
Un soldato dell’Esercito italiano

I pacifisti sono i peggiori nemici della pace: storia vecchia eppure di stringente attualità, viste le recenti  trasformazioni  dei sistemi a  difesa delle infrastrutture critiche e della sicurezza dei cittadini.Evitando di trincerarsi dietro le bandiere del disarmo e di un pacifismo ad oltranza è allora urgente prendere atto – come ha dichiarato il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, in occasione dell’audizione congiunta in Commissione Difesa per la relazione sul Documento Programmatico Pluriennale della Difesa per il triennio 2025-2027 – dei ritardi dei nostri sistemi di difesa: “Sono decenni che non ci occupiamo di tutte queste cose e ora bisogna correre”. E correre significa dotare l’Italia di una protezione adeguata ai rischi contemporanei, costruendo una difesa capace di muoversi in tutti gli ambiti operativi (dalle aree urbane al mare, dai fondali allo spazio, fino ai nuovi scenari ibridi) nel contempo facendo crescere – a livello di più vasta opinione pubblica – una maggiore consapevolezza su queste tematiche e sulla necessità di dare risposte condivise, adeguandosi al mutare degli scenari.

Lo stesso Crosetto ha ricordato come gli attuali assetti della difesa rispondano a logiche ormai superate e che perciò sia necessariauna riforma complessiva. Una proposta organica sarà presentata alle Camere all’inizio del 2026, con l’obiettivo di dare vita a un modello duraturo e condiviso, capace di sostenere la trasformazione necessaria negli anni a venire.

Niente – in questo ambito – avviene per caso. A cominciare dal conflitto in Ucraina, che  rappresenta un  laboratorio evidente dei nuovi scenari bellici: droni sempre più sofisticati, capacità tecnologiche decisive, guerra elettronica e strumenti automatizzati.

La guerra dei droni

Crosetto ha evidenziato come “il conflitto ucraino è divenuto una ‘war of drones‘ caratterizzato da un sempre più rapido ciclo di innovazione tecnologica”. In questo quadro “le tecnologie emergenti e dirompenti assumono un ruolo chiave nelle dinamiche strategiche e militari industriali e la crescente accessibilità a nuove tecnologie consente anche a soggetti ostili di acquisire strumenti avanzati a basso costo difficili da identificare e contrastare, come droni e minidroni“.

Siamo nel pieno di una “war of drones” che dimostra quanto l’innovazione sia ormai centrale nei teatri operativi e rispetto alle “retrovie” produttive.

Droni, cyberspazio e scudo missilistico, ovvero lo scudo spaziale di difesa missilistica e anti-drone di cui l’Italia dovrà dotarsi nei prossimi anni: sono queste le nuove frontiere della difesa nazionale, indicate nel Documento Programmatico Pluriennale della Difesa per il triennio 2025-2027

“Vanno allora aumentate le forze armate – ha specificato il Ministro della Difesa – ma va aumentata anche la qualità con professionalità che non si trovano attualmente al loro interno. Ho bisogno di strumenti che mi consentano di avere le risorse che sono necessarie per implementare alcune specificità, anche utilizzando dei civili”.

Il riferimento principale è ai professionisti della cyber-sicurezza, ormai pilastro della difesa dalla guerra ibrida. La leva volontaria consentirebbe di creare un bacino di riserva, “una riserva selezionata” pronta e formata, in grado di intervenire a supporto in caso di crisi o emergenze.

Il dibattito sul servizio militare

La nostra realtà nazionale non è peraltro  un caso isolato. Il dibattito sul servizio militare è tornato centrale in Europa, complice l’aumento delle tensioni internazionali e le recenti decisioni politiche annunciate da Germania e Francia.

La Germania punta ad aumentare la consistenza delle proprie forze armate fino a raggiungere un totale di 260mila soldati entro il 2035, con un piano che comprende l’ampliamento dei riservisti e incentivi all’arruolamento volontario.

La Francia, per bocca del presidente Macron, è orientata ad accelerare sul servizio militare volontario, la cui la prima attuazione costerà circa due miliardi di Euro nel 2026, con il coinvolgimento di tremila persone nella fase iniziale. Ma l’obiettivo è quello di raggiungere 10mila partecipanti nel 2030 e 50mila nel 2035.

Ma gli esempi  di Francia e Germania non sono isolati.  Nel 2025, molti paesi europei stanno rivalutando le proprie strategie di difesa, oscillando tra rafforzamento delle forze armate, modelli di leva volontaria e reintroduzione della coscrizione. Il risultato è un mosaico complesso di scelte diverse, modellate dalle esigenze di sicurezza e dalle dinamiche sociali di ogni nazione.

Il ruolo della leva volontaria

L’orientamento generale tende oggi verso una maggiore flessibilità e verso il rafforzamento delle forze armate tramite incentivi all’arruolamento volontario. Le reintroduzioni mirate della leva obbligatoria vengono prese in considerazione solo in circostanze eccezionali, mentre cresce la consapevolezza che, nei prossimi anni, le capacità di mobilitazione rapida saranno fondamentali per la sicurezza europea. Da qui la necessità di lavorare a livello continentale per realizzare, in un contesto oggi ancora frammentato, standard comuni, cooperazione reale tra Paesi e un mercato della difesa più integrato, capace di sostenere sia la sicurezza del continente sia la competitività dell’industria.

Molto – come si vede – c’è da discutere e da analizzare, a livello dei singoli Stati nazionali ed  europeo, abbandonando finalmente vecchi schematismi ed inadeguate affermazioni di principio.

Non ne siamo lieti – sia ben chiaro. Ma è doveroso farlo. Avendo ben presenti anche i “contesti” e le “ragioni” politiche e strategiche di un nuovo europeismo.

“L’importante – notava Jean Thiriart, un apostolo dell’Europa unita, armata e protagonista del proprio destino – è fare l’Europa, il resto verrà da sé”.

Ma “fare l’Europa” significa affrontare emergenze e fissare priorità ben più stringenti rispetto al passato. La definizione di una difesa comune appartiene a queste priorità. Non rendersene conto vuole dire perdere in partenza la sfida principale che ci sta di fronte:  quella di un destino comune, condannandoci, ancora una volta, in quanto europei, all’irrilevanza.

Mario Bozzi Sentieri

Mario Bozzi Sentieri

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Tags: difesainvestimentimario bozzi sentieri

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Comments 1

  1. Calogero Antonelli says:
    9 mesi ago

    Sono d’accordo.
    Già anni fa, Piero Baroni mise in risalto il processo di induzione (finto)pacifista presso la popolazione di una nazione da indebolire mediante pressione psicologico-emotiva ottenuta tramite la subdola comparazione con lo stato di miseria delle nazioni del Terzo Mondo: « […] gli “sprechi” delle potenze industrializzate, le “spese per gli armamenti” (definite immorali, suicide, angoscianti, inquietanti), l’egoismo dei popoli ricchi, etc. e tutto ciò per scatenare un “senso di colpa” sempre più diffuso, imbarazzante, condizionante, sino a provocare, in certi settori, insofferenza, se non addirittura isterismo strumentale. Le immagini di donne, vecchi, bambini, soprattutto africani, centro e sud americani, asiatici ridotti in condizioni scheletriche, vengono iniettate in dosi sempre più massicce. Si verifica allora una sostanziale paralisi nella capacità critica, quasi che un’analisi spietata della situazione sia impossibile per non suscitare scalpore, scandalo. Si evita ogni sia pur vaga allusione alle spese militari e di “prestigio” sostenute da tutti i paesi emergenti […] » (1).

    Questi processi scattano immediati al minimo accenno di una volontà di rafforzamento, non solo in àmbito finanziario/economico ma anche militare, di una qualsiasi nazione sottomessa. Oltre a questo tipo di pressione esterna, si ha anche l’azione di pressione interna per mezzo di quello che Francis P. Yockey chiamava il “Michel-stratum”: « […] Il Michel “stratum” è il nemico interno dell’Europa, lo “stratum” che commette il tradimento organico e istintivo. La visione del mondo è quella della passata epoca del nazionalismo […] Poiché esso è rivolto al passato, resistendo all’Imperativo del futuro con intensità patologica, questo “stratum” è la personificazione della malattia chiamata “Cultura ritardante” […] Durante la Seconda guerra mondiale, il Michel europeo lavorò consciamente per la sconfitta dell’Europa e la vittoria della coalizione russo-americana […] ». (2)

    Oggi le cose non sono cambiate di molto: da più parti, purtroppo, ancora si fa gran confusione tra UE ed Europa; il becero tifo da stadio tra filo-atlantisti, filo-russi, filo-cinesi, filo-cubani è una triste realtà mentre l’europeismo è lasciato alle grinfie di radicali, neo-comunisti e arcobaleniche sinistre terzomondiste varie…

    NOTE:

    (1): Piero Baroni, “La guerra psicologica”, G.E. Ciarrapico – Roma 1986; pagg. 291-292; “Appendice: lessico della guerra psicologica”;

    (2): Francis Parker Yockey, “Il nemico dell’Europa”, Passaggio al Bosco – Firenze 2020; pagg. 105-106.

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