
Primo atto, Donald Trump: “Darei a Zelensky i missili Tomahawk con testate nucleari, capaci di colpire Mosca”.
I russi, in coro: “Se ci provate, addio sogni di pace” (ovvero Mosca ricorrerà alla difesa nucleare)”.
Secondo atto, Trump: “Sono indeciso, dovrei parlarne con Putin”.
Trump è un comico? Non esattamente. La sua vera arte tattica, preceduta dai bluff, pare sia trattare. Chiusa al momento la crisi di Gaza, tira in ballo il Venezuela, dove una creatura degli Usa, la capo dell’opposizione, ha ricevuto il Nobel per la Pace.
Terzo atto: finora chi ha protetto il Venezuela? Putin.
Ricapitolando: se Trump cancella l’idea dei Tomahawk, avrà in pasto da Putin il ricchissimo e insolente Venezuela.
In effetti nel Paese caraibico, colpito dall’embargo statunitense, si vive ormai nel panico: largamente allineata al governo di Nicolás Maduro, il popolo teme l’invasione. Gli statunitensi già violano la sovranità venezuelana. Con atti di pirateria, l’Us Navy ha affondato natanti venezuelani in acque territoriali.
In effetti nel Paese caraibico, colpito dall’embargo statunitense, si vive ormai nel panico: largamente allineata al governo di Nicolás Maduro, il popolo teme l’invasione. Gli statunitensi già violano la sovranità venezuelana. Con atti di pirateria, l’Us Navy ha affondato natanti venezuelani in acque territoriali.
Maria Corina Machado
Emissaria della Cia e premiata per la pace, Maria Corina Machado agita minaccia la guerra: esorta gli Usa a “liberare” il suo Paese, che è sfuggito al controllo coloniale statunitense grazie alla rivoluzione “bolivariana” di Hugo Chávez, imperdonabilmente amato dai venezuelani per aver creato lavoro, costruito case per i poveri, organizzato servizi da Paese moderno e introdotto la sanità pubblica.
Se la Nobel 2025 María Corina Machado è una marionetta di Marco Rubio e colleghi, che contano di impiegarla per depredare il suo Paese, dopo aver abbattuto Maduro con un golpe, previa aggressione militare del Venezuela (sempre che Putin ceda), ben altro ruolo avrebbe giocato e giocherebbe, nello scacchiere mondiale l’ottantenne Miriam Adelson, vedova miliardaria vedova di Sheldon Adelson, magnate dei casinò di Atlantic City, scomparso nel 2021. La Adelson – che il 13 ottobre era alla Knesset a godersi la “pace” – già durante il primo mandato di Trump l’aveva convinto a favorire l’acquisizione israeliana del Golan (Giulan per i siriani). Poi ha indotto la Casa Bianca a calpestare i sacri principi della libertà americana, sanzionando duramente le università – studenti e professori – che protestavano per Gaza, negando implicitamente il diritto di manifestare.
Se la Nobel 2025 María Corina Machado è una marionetta di Marco Rubio e colleghi, che contano di impiegarla per depredare il suo Paese, dopo aver abbattuto Maduro con un golpe, previa aggressione militare del Venezuela (sempre che Putin ceda), ben altro ruolo avrebbe giocato e giocherebbe, nello scacchiere mondiale l’ottantenne Miriam Adelson, vedova miliardaria vedova di Sheldon Adelson, magnate dei casinò di Atlantic City, scomparso nel 2021. La Adelson – che il 13 ottobre era alla Knesset a godersi la “pace” – già durante il primo mandato di Trump l’aveva convinto a favorire l’acquisizione israeliana del Golan (Giulan per i siriani). Poi ha indotto la Casa Bianca a calpestare i sacri principi della libertà americana, sanzionando duramente le università – studenti e professori – che protestavano per Gaza, negando implicitamente il diritto di manifestare.
Una vedova da 106 milioni di $
Sempre la Adelson ha spinto Trump lungo la via negoziale per il rilascio degli ostaggi, forte dei suoi “argomenti”: l’assegno da 106 milioni di dollari per Donald nella campagna elettorale. Lo stesso presidente, stavolta, a Tel Aviv l’ha ringraziata in mondovisione: “Guardatela, seduta così innocentemente. Ha 60 miliardi in banca: sessanta miliardi. La metterò nei guai, con questo, ma una volta le ho chiesto: Miriam, ami di più gli Stati Uniti o Israele? Lei ha non ha risposto e ciò significa che potrebbe esserci un problema”. È stata la battuta più illuminante di tutto il Trump Day, celebrato in Israele con Netanyahu e in Egitto con i padrini islamici dell’accordo: il generale Al-Sisi, l’emiro del Qatar Al-Thani e il turco Erdoğan. All’ombra di Trump, Giorgia Meloni, dal presidente americano definita “donna bellissima, molto rispettata”.
Gli analisti geopolitici sono perplessi sulla “pace” di Trump e sul futuro di Gaza: infatti se ne occuperà chiunque, salvo i palestinesi. I trumpiani diranno: non c’era altra possibilità, vista l’ingombrante presenza di Netanyahu. A proposito: Trump ha suggerito al presidente israeliano Isaac Herzog di graziarlo, cosìcché Netanyahu eviti i processi e si dimetta.
Gli analisti geopolitici sono perplessi sulla “pace” di Trump e sul futuro di Gaza: infatti se ne occuperà chiunque, salvo i palestinesi. I trumpiani diranno: non c’era altra possibilità, vista l’ingombrante presenza di Netanyahu. A proposito: Trump ha suggerito al presidente israeliano Isaac Herzog di graziarlo, cosìcché Netanyahu eviti i processi e si dimetta.
È già questa la vera soluzione sul tappeto, dietro le quinte, per passare alla fase due? E quale altra potrebbe essere? Improbabile che il destino riservi un lieto fine ai palestinesi. Se davvero venisse scarcerato il loro capo, il carismatico Marwan Barghouti, difficilmente gli amici di madame Adelson (magari capitanati da Tony Blair) potrebbero banchettare sulle rovine di Gaza e soprattutto mettere le mani sugli immensi giacimenti di gas del litorale palestinese.
Retrovie del potere
Nulla sappiamo di sostanziale del posizionamento dei vari attori primari nelle retrovie del potere (super-massonerie, Triadi, segrete cerchie religiose, lobbies religiose), ma brandelli di schemi si scorgono. Punto di partenza: la crisi degli Stati Uniti – ex impero con poca industria nazionale e 100.000 miliardi di debiti – e la solidità emergente dei Brics, che ormai sono “la manifattura del mondo” e non sanno più che farsene di dollari che non valgono niente.
Entità residuale: l’Europa, impantanata nella grottesca sfida con la Russia grazie alle ridicole oligarchie che dominano l’Ue. Comunque utile, la guerra in Ucraina, per bloccare la Russia (che non si è riusciti a piegare) e quindi almeno ricattarla, facendole cedere, dopo la Siria, il Venezuela? Sfumata il controllo del mondo, gli Usa si concentrerebbero sul cortile di casa.
In altre parole: difficilmente si arresterà l’operazione-Venezuela (minacce militari, intimidazioni politiche, il Nobel alla sconosciuta Machado). Gaza, Caracas, Kiev: una sorta di Risiko, probabilmente, con veti incrociati e scambi di favori. I potenti del mondo sembrano non volere la nuova guerra mondiale, ma danzano su cimiteri e fosse comuni.
In altre parole: difficilmente si arresterà l’operazione-Venezuela (minacce militari, intimidazioni politiche, il Nobel alla sconosciuta Machado). Gaza, Caracas, Kiev: una sorta di Risiko, probabilmente, con veti incrociati e scambi di favori. I potenti del mondo sembrano non volere la nuova guerra mondiale, ma danzano su cimiteri e fosse comuni.
Spectre aspetta
Una lettura “romantica” della situazione vorrebbe indicare un’alleanza trasversale dei “buoni”, impegnati – da Washington a Pechino, passando per Mosca – a sgominare la Spectre, annidata nell’antico potere del denaro. Ma finora quello non l’ha toccato nessuno: all’orizzonte non c’è alcuna moneta sovrana mondiale. Non solo: sono proprio certi miliardari a imporre la “pace” di Gaza, mentre il titolare dell’amministrazione statunitense prova a recitare la parte dell’imperatore, del Man of Peace, che procede tra pacche sulle spalle e cannoniere davanti alle coste dei Paesi da colpire).
C’è da impallidire ascoltando i discorsi della neoliberista e privatizzatrice cui è stato dato il Nobel: invita ripetutamente gli “investitori” americani a prenotarsi per divorare le risorse non solo petrolifere del Venezuela, che lei – una volta al governo – svenderebbe a prezzi da saldo. Ecco perché i venezuelani (il cui governo sta richiamando sotto le armi i riservisti) hanno ragione a essere preoccupati. Guido Grossi aiuta ad afferrare il concetto: se tu, ex superpotenza unica, stai perdendo la presa sul mondo e non hai più veri beni, che non siano cioè volatili asset finanziari, ti occorre qualcosa di concreto su cui basare il tuo eventuale, futuro fondo sovrano. Terre, risorse, materie prime. Ecco perché Trump ha parlato di Canada, di Groenlandia, di Panama. Perché non aggiungere il Venezuela nel paniere?
C’è da impallidire ascoltando i discorsi della neoliberista e privatizzatrice cui è stato dato il Nobel: invita ripetutamente gli “investitori” americani a prenotarsi per divorare le risorse non solo petrolifere del Venezuela, che lei – una volta al governo – svenderebbe a prezzi da saldo. Ecco perché i venezuelani (il cui governo sta richiamando sotto le armi i riservisti) hanno ragione a essere preoccupati. Guido Grossi aiuta ad afferrare il concetto: se tu, ex superpotenza unica, stai perdendo la presa sul mondo e non hai più veri beni, che non siano cioè volatili asset finanziari, ti occorre qualcosa di concreto su cui basare il tuo eventuale, futuro fondo sovrano. Terre, risorse, materie prime. Ecco perché Trump ha parlato di Canada, di Groenlandia, di Panama. Perché non aggiungere il Venezuela nel paniere?








No, non ci sto proprio. Sarmaticus s’informi, prima di scrivere corbellerie. Ho passato metà della mia vita come diplomatico in Sud America, vivo a Montevideo, mio genero è di Caracas. Oggi Venezuela è un cesso immondo privo di tutto, uno stato di polizia feroce come il castrismo (i cubani stanno in tutti i gangli vitali dell’esercito e dell’amministrazione venezuelana), si regge solo grazie allo status privilegiato concesso ad esercito, magistratura, apparati di polizia. Sono oltre sette milioni i venezuelani che han dovuto sfuggire l’oppressione chavista. Uno Stato ricchissimo di petrolio e privo di tutto il resto… Sarmaticus deve leggere solo la propaganda del narcotrafficante comunistoide Maduro, piena di enormi falsità.
In risposta alle banali considerazioni del Sig .Guidobono :In America Latina, il Venezuela è utilizzato da coloro che sostengono che qualsiasi scuola di pensiero alternativa che non rispetti i dettami neoliberali e non segua le ricette tradizionali della narrazione economica del libero mercato deve fallire. Dobbiamo fare attenzione quando facciamo confronti storici come questo, ma la situazione è un po’ come dopo la caduta del muro di Berlino e la fine del comunismo in Europa, quando c’è stata una massiccia spinta proveniente da pensatori e organizzazioni neoliberali di prendere l’esempio di un fallimento come prova assoluta che tutto ciò che viene dalla sinistra sia destinato a fallire.
Nel caso del Venezuela, c’è una sorta di industria di denigratori. Spesso è il caso di persone che sono state critiche del chavismo fin dall’inizio, in particolare quelli che io chiamo gli anti-chavisti-maduristi “sociologici” (o l’élite tradizionale), che si sono opposti al chavismo con mezzi non sempre molto leciti o democratici. Sostengono che quello che stiamo vedendo oggi in Venezuela era scritto già nel 1999 [all’inizio del governo di Chávez], e questo è il motivo per cui lo hanno criticato fin dall’inizio. Un modo per riscrivere la storia.
D’altra parte, ci sono spiegazioni interne della crisi. Si possono elencare; nessuna di loro è la sola, essenziale ragione, ma tutte hanno un ruolo parziale. Una è che, in Venezuela in particolare – ma questo vale per la maggior parte dei governi progressisti/di sinistra sorti in America Latina nei primi anni e nella metà degli anni 2000 – il chavismo ha trovato un modo per mobilitare la ricchezza nazionale del paese, derivante innanzitutto dall’industria petrolifera, e farne un progetto redistributivo. In questo senso ha avuto una dimensione rivoluzionaria perché mai prima d’ora un governo venezuelano aveva deciso di utilizzare in modo così massiccio l’approccio redistributivo come strumento per affrontare non solo i problemi del Venezuela quali disuguaglianza, mancanza di accesso all’istruzione e alla salute, ecc. ma anche per aumentare i consumi e creare un mercato interno in una crescita economica dinamica.
Il problema è che sebbene questi sforzi redistributivi abbiano avuto un impatto di vasta portata, come possiamo vedere nei rapidi miglioramenti degli indicatori sociali durante il governo di Chávez, la sinistra venezuelana e la sinistra latinoamericana in generale non hanno mai avuto una strategia economica. In che modo le nazioni in via di sviluppo che si trovano in quella che alcuni chiamano “trappola del reddito medio” affrontano la sfida dello sviluppo, di aumentare la base materiale che consente il progresso sociale? E in che modo le economie in via di sviluppo che tentano di organizzare un processo di sviluppo orientato sul mercato affrontano le pressioni della globalizzazione, cioè il fatto che la finanza mondiale è globalizzata e che paesi come il Venezuela richiedono l’accesso al capitale internazionale?
Tutte queste domande non sono state prese in considerazione sotto Chávez, principalmente perché la situazione economica del Venezuela nei primi anni 2000 e fino a poco tempo fa era favorevole. La maggior parte dei paesi dell’America latina faceva affidamento sul super-ciclo delle materie prime per sostenere la crescita ed era in grado di accedere a un capitale sufficiente a sostenere le strategie sociali espansive. La maggior parte di questi paesi, e chiaramente nel caso del Venezuela, non aveva realmente bisogno di rispondere a queste difficili domande perché la situazione economica favorevole dava loro una autonomia così consistente da poter perseguire ambiziosi programmi di spesa sociale. Una volta che la situazione è cambiata [con il declino dei prezzi delle materie prime globali nel 2014], il chavismo ed anche Maduro non erano preparati ad affrontare un ambiente economico negativo.
Inoltre, per quanto la stampa internazionale abbondi nel sensazionalismo, il governo venezuelano soffre anche di una mancanza di trasparenza, di corruzione, con un problema generale di cattiva gestione, mancanza di capacità tecniche e di persone qualificate nei posti giusti. C’è una convinzione [tra i funzionari del governo venezuelano] che la fiducia personale e la vicinanza politica siano più importanti della competenza tecnica. Questa è una caratteristica comune in molti paesi dell’America Latina. Gli stati latino-americani erano mal equipaggiati per poter svolgere l’importante ruolo che la sinistra aveva loro assegnato nel processo di sviluppo nazionale.
Inoltre, proprio perché coalizioni e leader di sinistra hanno raggiunto il potere politico attraverso le elezioni negli anni 2000 (qualcosa di molto nuovo in America Latina all’epoca), ciò non significa – nonostante le affermazioni di trarre ispirazione da ideali socialisti – che il Venezuela sia una società socialista. Come sa chiunque conosca l’America Latina, in queste società vi sono grandi settori economici che possono essere definiti pre-capitalisti, c’è una forma molto selvaggia di capitalismo in cui le forze del denaro sono molto forti e i diritti delle persone per difendersi dalle forze del mercato sono deboli.
Nonostante il governo di Maduro citi la guerra economica e le forze della borghesia nazionale e internazionale come i principali fattori della crisi economica, credo si tratti di un’esagerazione. Ciò non significa che non vi sia una influenza negativa esercitata da questi gruppi. Ma per il governo di Maduro non è una novità.
La borghesia tradizionale , storicamente, ha fatto pochissimo per contribuire al progetto nazionale. Ciò che viene spesso definita come una comunità imprenditoriale è solo un settore privato che, a differenza delle economie più avanzate del Nord, non agisce in base al principio rischio-rendimento, ma solo al vantaggio immediato senza una visione ed esportando ingenti somme all’estero. Esistono vari meccanismi attraverso i quali le borghesie nazionali e internazionali possono preservare i loro interessi contro i tentativi progressivi di riforma, ma questa è una caratteristica permanente che non è unica del governo attuale. Chávez e Maduro hanno dovuto affrontarlo in passato ed è stato comunque in grado di ottenere dei successi. Quindi, spiegare la crisi attuale facendo soprattutto riferimento all’esistenza di una cospirazione internazionale è una spiegazione molto parziale e insoddisfacente. La Crisi del Venezuela è una caratteristica congenita e storica della incapacità dell’America Latina di avere una Visione di Sviluppo Economico a lungo termine , forse solo il Brasile si salva !