
“Le parole muovono, gli esempi trascinano”. La massima di Sant’Agostino campeggia, a ben vedere, come filo conduttore ideale di Testimonianze quasi eroiche (pp. 256, Ed. La Memoria Del Mondo, 2025) a cura di Luciano Landoni nell’80 esimo anniversario della fondazione della Techint.
Sono 25 ritratti di vita e lavoro di Angelo Bertolini, Ezio Betti, Luigi Bosoni, Ernesto Bottone, Giuliano Ceradelli, Alessandro Daneu, Alessandro Foresti, Ugo Forghieri, Giovanni Gallarati, Enrico Garzone, Claudio Lodati, Piero Magrassi, Carlo Meloni, Roberto Mori, Gianfranco Motta, Edoardo Noseda, Claudio Paleari, Sergio Prati, Carlo Raggio, Giorgio Regazzoni, Roberto Rinaldi, Jorge Alberto San Martin, Alberto Santillo, Massimo Zambon, Paolo Zammattio.
La Techint è stata fondata a fine 1945 a Milano da un ex combattente della Grande Guerra, che nel 1921 si era laureato al Politecnico: Agostino Rocca. Dal 1933 amministratore della Dalmine poi – durante tutta la seconda guerra mondiale – all’Ansaldo e alla Siac. Nel dopoguerra la Techint si sviluppa dapprima in Argentina e Brasile, diventando presto una multinazionale nei campi della siderurgia, dell’impiantistica, dell’ingegneria, della sanità, con oltre 100 società nel mondo.
Valore del racconto, forza della memoria
La narrazione delle esperienze lavorative non è mai ridotta a mero elenco di imprese tecniche o cronache aziendali. Landoni dà voce e calore umano alle storie di questi “eroi del lavoro”, che emergono con tratti spesso poetici, commoventi e stimolare riflessione. Ciascuna testimonianza diventa così un piccolo affresco di vita vissuta, in cui si intrecciano passione professionale, amicizie, amore per la sfida, senso di responsabilità e orgoglio per i risultati.
Come scrive Donatella Sciuto, rettrice del Politecnico di Milano, nell’introduzione, “le storie […] sono testimonianze vivide di come i valori del Politecnico abbiano permeato l’azienda, creando una cultura basata su integrità, innovazione e rispetto”.
Memoria operosa e stile coinvolgente
Nella prefazione, Luigi Iperti, già amministratore delegato della Techint italiana, racconta la genesi del volume: un pranzo celebrativo, una maglietta con la scritta “Jurassic Rescue Team”, un fiume di ricordi e aneddoti che rianimano lo spirito di un gruppo di veterani dell’azienda. Ne nasce l’intuizione di raccogliere le memorie in un libro che, oltre a conservare il passato, l’offrisse come motivazione per il futuro.
Iperti sottolinea come, nella Techint, “la distribuzione del lavoro favorisse i rapporti collaborativi orizzontali”, in un clima di fiducia e libera iniziativa, dove “il project management non oscurava l’individuo”. E proprio questo individualismo solidale, per così dire, viene catturato con finezza da Landoni, che con maestria narrativa dà respiro agli intervistati, restituendo loro una voce distinta, riconoscibile, mai omologata.
Patto inter-generazionale
Oltre il valore documentario, Testimonianze quasi eroiche è anche un libro profondamente civile. La riflessione nelle prime pagine è un appello a riscoprire, attraverso l’esempio, un patto inter-generazionale, fondato sulla fiducia, il coraggio e la responsabilità. In tempi di apatia, cinismo e perdita di senso, “la sindrome italiana” cioè, queste storie di tecnici appassionati, capaci di “scalare le gerarchie professionali in virtù delle proprie competenze”, offrono un’alternativa: lavoro come costruzione di sé e del mondo, come forma di dignità e creatività.
Esempi, non modelli
Testimonianze quasi eroiche non propone eroi hollywoodiani, né nostalgie. Gli autori hanno attraversato decenni di storia industriale, affrontando sfide, commettendo errori, innovando, talvolta fallendo, ma sempre rialzandosi. E se, oggi, l’Italia ha bisogno di qualcosa, è proprio di esempi capaci di orientare, ispirare e restituire valore all’agire umano e professionale.
Le Testimonianze quasi eroiche, pur parlando del passato, parlano al presente e al futuro. È anche una lezione per i giovani: costruire significa impegnarsi e l’impegno, unito a passione e integrità, genera opere durevoli – e umane. La memoria del mondo – come il nome dell’editore – è fatta anche di questi racconti.








Ho conosciuto il figlio Agostino Rocca a Buenos Aires. Abitava nell’edificio Cavenagh. Se il padre Agostino non fosse andato in Argentina qui i comunsti lo avrebbero fatto fuori!
Non Agostino, il figlio Roberto, che aveva un grande appartamento nel mitico edificio Cavenagh di Buenos Aires. Pardon.