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Armin Mohler e la fedeltà ad uno “stile” differente

La postura è incarnata da chi ha esperito su di sé, nella sua più profonda initimità, la mortale fiacchezza di ogni mito o valore illuministico, razionalista, democratico

di Matteo Romano
23 Luglio 2025
in Cultura
0
Armin Mohler

“Si è più fedeli a uno stile che a delle idee” scriveva La Rochelle, e senza ombra di dubbio possiamo dire che sia questo il filo conduttore del breve ma denso saggio del filosofo ed esponente della Nuovelle Droite Armin Mohler, “Lo stile fascista” (Settimo Sigillo, 1987). Mohler studioso della rivoluzione conservatrice tedesca, già segretario di Ernst Jünger negli anni del dopoguerra nonché corrispondente di Evola è, come detto, conosciuto soprattutto per il dialogo con la Nouvelle Droite e per la sua forte critica al liberalismo. 

Ora, Mohler, qui, attraverso una descrizione fisionomica di ciò che ritiene essere “Lo Stile” attitudinale del “fascista”, si propone di rintracciare il nucleo essenziale di tale esperienza storica, politica e sociale. Il contesto in cui tale breve saggio si forma può rintracciarsi in un  dibattito presente in quegli anni tra diversi intellettuali della Nuova Destra francese che ha come base speculativa l’antico dibattito medievale tra nominalismo-universalismo; animato soprattutto  attraverso articoli e pubblicazioni sulla rivista “Nouvelle Ecole” firmati spesso dallo stesso Mohler o da Alain de Benoist. Tale questione, tra l’altro, venne ripresa successivamente anche da Aleksander Dugin, che proprio nella visione “nominalista”, vedrà la radice dell’individualismo liberale moderno.

Per Mohler, invece, una visione che rimetta al centro l’individualità e il suo valore esistenziale (e perciò che potremmo dire nominalista), è proprio ciò che permette una riappropriazione del senso più autentico e altresì crudo della vita, il solo perciò che consente un rinnovamento catartico al di fuori di ogni concezione vuota dell’uomo, astratta, ed universale e perciò livellante. Esse si fondanti il liberalismo moderno e le sue forme di internazionalismo. Ne seguirà, quindi, tornando al nostro studio, che l’approccio optato dal Mohler per delineare “ciò che è fascista” sarà (giustamente, aggiungiamo) squisitamente pre-politico, pre-dottrinale. In ciò seguendo l’indirizzo tracciato da altri studiosi del fenomeno quali Giorgio Locchi, nel suo “L’essenza del fascismo”.

Scrive Mohler: “Diciamo, per riassumere, che i fascisti non hanno davvero alcun problema ad adattarsi alle incoerenze della teoria, e ciò perché essi si intendono tra di loro per una via più diretta: quella dello stile”. E ancora, Mohler,  facendo riferimento al discorso tenuto da Gottfried Benn in occasione della visita di Marinetti alla Germania hitleriana nel 1934 , scrive: “Lo stile sopravanza la fede, la forma viene prima dell’idea”

Per Mohler, quindi,  Il fascista non è tale perché aderisce a uno schema ideologico, dottrinario o politico. Esso è tale perché ha esperito su di sé, nella sua più profonda initimità, la mortale fiacchezza di ogni mito o valore illuministico, razionalista, democratico. Tutto ciò infatti deflagra davanti guerre, rivoluzioni, crisi economiche e sociali. Ma a ciò il fascista risponde raccogliendo ciò che vi è di positivo in ogni crisi, e si fa portatore di una volontà creatrice riaffermante i valori dello spirito, dell’eroismo, e della volontà sulla vita.

 Scrive Mohler citando Jünger: “La nostra speranza poggia sui giovani che soffrono di febbre, perché la purulenza verde del disgusto li consuma”.  In ciò si ha per l’autore “la nostalgia per un’altra forma di vita, più densa più reale”. Vita più densa, perché più completa, poiché passata attraverso una tragicità esperienziale nuda e rinnovatrice. Mohler parla di una commistione tra “anarchia” e “stile”, tra distruzione e rinnovamento. Ed è proprio tale mortificazione eroica, che porta ad una riconnessione con la radice originaria e unitaria della realtà e della vita dell’individuo: in cui l’opposizione tra vita e morte è superata in un’interna indifferenza. Rinnovamento che il fascista sente in sé, ma a patto di aver assunto come compito “la necessità di dover morire costantemente, giorno e notte, nella solitudine”. Solo e solamente a quel punto, arrivato al punto zero di ogni valore (non a caso un capitolo è intitolato “il punto zero magico”), attingendo a forze più profonde, forgiatosi virtuosamente attraverso uno stile “non teatrale, di uno stile d’una imponente freddezza verso il quale orientare l’Europa”, potrà testimoniare la nascita di una nuova gerarchia. Stile oggettivo, freddo, ed impersonale.

E tale attitudine Mohler, la ritrova specificatamente nell’uomo e nello stile “fascista”, proprio perché in esso, secondo l’autore, viene maggiormente messa al centro l’individualità e la sua esperienza. Se infatti ciò che caratterizza maggiormente il nazionalsocialista, è il suo accento che cade maggiormente sul “popolo”, sulla “volksgemeinschaft”, e sulla ribellione sociale, ciò che lo differenzia ulteriormente da quello che Mohler definisce “lo statalista”, è l’ ammirazione di quest’ultimo per ciò che funziona, per ciò che non è arbitrario, per ciò che è ben integrato nelle maglie di un’ ossatura statale, a volte asfissiante, che non gli permette di vivere tutto il “tragico”  proprio del fascista. Sebbene i tre “tipi” si siano potuti storicamente incrociare, Mohler ha qui, in via teorica, intenzione di sottolineare il carattere specifico di ció che definisce “l’uomo fascista”.

È proprio la necessità primaria di un bisogno di persuasione esistenziale che per Mohler spiega come al fascismo  “manca un sistema confezionato  a priori, manca la pretesa scientifica di spiegare tutto in maniera dogmatica e libresca”. In ciò il carattere immanente, intimo, individuale della rivoluzione che il fascista innanzitutto compie, e che lo anima, portandolo a manifestare una forma interna, un atteggiamento, ed una particolare dignità e nobiltà, a cui non si accede se non attraverso un’intima catarsi.

In conclusione, possiamo dire che se l’interpretazione del Mohler può apparire in alcuni punti forzata, ha il merito di non ridurre l’esperienza e il fenomeno in oggetto ad un ché di accidentale, contingente, o relegato ad una tessera di partito, ad una dottrina politica o economica. Bensì inserendolo ad un livello più profondo e costitutivo, e cioè con ciò che nell’individuo è in comunicazione con la sfera dell’essere. 

Matteo Romano

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Tags: armin mohlerMatteo Romanostile

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