
Sul periodico di Colonna di Cesarò, Julius Evola si riferisce alla democrazia ovvero al democratismo – o ancora: all’idea di democrazia, ovvero alla democrazia come dovrebbe essere per i democratici – come a un regime o a una forma di Stato che affonda le radici ideali nel Cristianesimo. Dottrina religiosa inaccettabile per le reprimende nietzscheane rivolte alle meschinità d’un certo tipo d’uomo. Il problema del Cristianesimo verrà risolto dal filosofo accordando, alla sua maniera, stile e toni a una tradizione anti-guelfa. Due entità, dirà, come Stato e Chiesa non possono convivere in una sostanza unica (sia chiaro: qualora il Cristianesimo abbandoni la sua natura democratico-egualitaria, facendo valere l’autentico principio gerarchico), a meno che la sostanza statuale non contenga in sé il principio spirituale: epperò solo in quel caso essa sarà degna di chiamarsi Stato. Per Evola sarà l’entità statuale o a quel punto: imperiale, cioè non dotata di limiti moderni, ad assorbire quella propriamente spirituale, il fine sarà la creazione di una luminosa “concreta” armonia tra i poteri.
Un siffatto regime non c’è e difficilmente si avrà. Quello del filosofo è un osservare mentalmente la cosa – servendosi di lenti categoriali – non un pensare comunemente la cosa, comunemente appunto. Il mondo della vita si mostra in tutt’altro ordine e con ben altre regole. Quel crudo dover essere, quel rapportarsi al mito sarà, per Evola, solo uno stadio di avviamento – un puro mezzo – in funzione dello Stato, che è o sarà, sempre e solo, potenza assoluta; libero cioè da qualunque obbligo o posizione. Qualora esso ancora non sarà, e chissà fino a che limite temporale, ci si vedrà costretti a constatare l’insufficienza degli uomini alla realizzazione di un soggetto. Se l’uomo avrà in sé la potenza – come andava scrivendo da tempo e come afferma interpretando il tantrismo orientale – sarà definitivamente e invincibilmente in atto; se l’uomo o gli uomini falliranno, difficilmente potrà essere accampata alcuna scusa che non riposi nella sufficienza ovvero insufficienza della potenza stessa.
Più che riferirsi alle “altezze” di colui che sarà – anche se fino a un certo punto – riferimento dottrinale e padre dell’anti-positivismo europeo, cioè Friedrich Nietzsche, Evola intende qui mettere a nudo: a) le opposizioni logiche all’interno della democrazia, rendere cioè pubblica l’idea (sua) che la democrazia – s’intende o democrazia come alto valore o in più casi democrazia come metodo – non esista (per una serie aggrovigliata di motivi che illustrerò); b) la non sottovalutabile circostanza che, essa, sia un modo come un altro per sottomettere la massa al volere altrui, una sorta di metafisica dell’uomo solo, unica possibile via, sovente smerciata in altra forma, di cui Evola è abile, strenuo sostenitore. Per la qual cosa, al di là degli effetti (probabilmente per Evola positivi), non varrà la pena concedere spazio alla democrazia, alla sua idea, ovvero costruire per essa una narrazione di tenore epocale.
Al lettore attento alle vicende attuali, taluni passaggi appariranno pericolosamente confinanti con una interpretazione elitaria, da sinistra, del significato ultimo di democrazia: democrazia non come potere esercitato dal popolo, ma eventualmente come potere esercitato per il popolo. Un auto-riferirsi alle proprie stesse posizioni o funzioni, anziché rispondere alle sollecitazioni provenienti da un corpo elettorale. Un pastone di cultura dell’interesse, così per gli universali, e di esibito buonismo, così per sé.
Diversamente da altri, il filosofo scrive di un governo dei molti e non del popolo per il semplice fatto che, come espliciterà, egli stesso non offre alcun diritto di cittadinanza alle sostanze universali. Si concentra quindi su un punto fondamentale per la democrazia in senso moderno: la distinzione governanti-governati. Tale distinzione sulla quale non è possibile derogare è un’attestazione di ovvia superiorità dei primi sui secondi, una non sottile eccezione al sacro principio di eguaglianza, privo così di reale consistenza; ovvero una negazione della filosofia moderna che corregge, per via istituzionale, la o le verticalità di una, o della, tradizione. La risposta del tipo democratico, a questo punto, sarà: la suddetta ma funzionale superiorità verrà, per così dire, attenuata dal controllo effettuato dai molti: controllo esercitato a priori come corrispettivo di scelta o di selezione. Superiorità quindi solo di fatto, funzionale al meccanismo istituzionale, ma nient’affatto di “diritto”.
Epperò la disputa, replica Evola a un immaginario interlocutore, non potrà essere affrontata dal lato di una ragione tecnica in quanto occultante la verità delle cause, bensì da una ragione pura – originale – in grado di snudare la sostanza scientifica del fatto. Scrive così: i controllori, per evidenza o auto-evidenza, non hanno in se stessi qualità o attributi che non siano pratici, ne conseguirà la circostanza che i rappresentanti saranno meri soggetti pratici. Coerentemente, la democrazia: 1) o sarà un modo di governare che elargisce esclusivamente risposte pratiche; 2) o sarà una finta scommessa sui cosiddetti alti valori; 3) o infine baserà la propria credibilità sulla fiducia, ma una fiducia mal riposta: presto o tardi infatti i molti potrebbero intendere che il criterio materiale non è né il primo né l’ultimo tra i valori, impareranno cioè a riconoscere valori veri, superiori o perfino religiosi. Tuttavia, avendo Evola postulato la non razionalità della massa, cioè la sua congenita, percepibile incapacità, l’ultima tra le opzioni non verrà affatto considerata.
Svolte queste premesse (la democrazia pensata finge di essere alto valore ma appunto è solo meschinità), la maieutica evoliana si concentra sulla questione degli universali. Lo schierarsi del filosofo in favore degli individui è netto. Aristotele affermava che le sostanze seconde non fossero di alcun sostrato in quanto appunto non fossero individui bensì concetti utili alle classificazioni. Popolo, per Evola, è solo una metafora alla quale, per definizione, corrisponde una somma di forze instabili. Popolo o peggio umanità è una sorta di dogma insignificante: a contare sono i cittadini o gli uomini o al più, come ha già scritto: i molti. Mancando di un soggetto, la volontà del popolo è dunque volontà ingiustificata, un mero sofisma verbale, un artificio.
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