
L’opera di paziente e tenace recupero della Tradizione da parte di Papa Prevost, all’insegna della ratzingeriana «ermeneutica della continuità» è ormai sotto gli occhi di tutti. Ma all’interno del cattolicesimo, ovviamente, è vista come una battaglia di fondo che non fa a piacere a tutti.
Così il quotidiano della Cei Avvenire ha appena osannato, senza grandi sfumature, la figura di Ernesto Buonaiuti (1881-1946) sacerdote progressista scomunicato, morto lontano dalla Chiesa di Pio XII e fautore di una sorta di cattolicesimo liberal, senza dogmi e senza gerarchie: i dogmi definiti una volta per sempre e la sacra Gerarchia furono, fino alla fine, i suoi due nemici storici.
Non è facile, certo, né per Avvenire né per Barbadillo, sintetizzare la vita e il pensiero di un teologo e studioso di alto livello, autore di decine di opere storiche, filosofiche e religiose, docente universitario di lungo corso e intellettuale irrequieto. Noto alle enciclopedie soprattutto come capofila del «modernismo» italiano, Buonaiuti fu un pensatore inclassificabile, di vastissimi interessi, contraddittorio ed eminentemente altero e superbo.
Secondo Luigino Bruni, che intitola il suo pezzo, citando san Paolo con una certa empietà, «La buona battaglia di Ernesto Buonaiuti», occorrerebbe sostenere un appello per la «revisione della scomunica» del sacerdote romano. Anche perché, secondo lui, il «caso Buonaiuti», attesa la sua grande «onestà e libertà di spirito», sarebbe «tutt’altro che chiuso».
Anzi, da come la mette il quotidiano dei Vescovi, fu l’eretico ad essere un «profeta» inascoltato e ad avere ragione sulla teoria della formazione ed evoluzione dei dogmi e la Chiesa ad essere nel torto sia per la condanna che per l’incomprensione. Infatti, per Avvenire l’esistenza di questo «prete e un uomo di talento eccezionale», a cui si attribuisce addirittura un «valore assoluto», fu letteralmente «stravolta dall’impatto con le istituzioni della Chiesa cattolica». In un micidiale scontro dottrinale «dal quale don Ernesto uscì ferito gravemente», amputato quasi, «ma ancora capace di fede, speranza ed agape» e ciò fino alla fine dei suoi giorni, «nonostante il Santo Uffizio».
Per tutto ciò, Bruni chiede, in occasione «dell’anno giubilare» – il tempo in cui in cui «venivano rimessi i debiti e liberati gli schiavi» – la piena «riabilitazione di Buonaiuti» attraverso la «cancellazione della sua scomunica».
Ma cosa fece don Ernesto per meritarsi la scomunica cioè la pena massima prevista dal diritto canonico, oltre all’espulsione dalle facoltà teologiche, la messa all’indice dei suoi libri e la condanna di quel «modernismo» di cui fu promotore, giudicato da Pio X come la «sintesi di tutte le eresie» (enciclica Pascendi, 1907)?
L’Enciclopedia cattolica, monumento inarrivabile del pensiero ecclesiale compilata sotto Pio XII (in 12 volumi), dedica una voce equilibratissima a don Ernesto, riconoscendogli «cultura enciclopedica», «parola eloquente» e «facile penna». Ma ricordando altresì che il «movimento modernista» che voleva adattare la teologia, la dottrina e spiritualità cattolica alle «esigenze del pensiero moderno», «ne guadagnò l’intelligenza e lo deviò» dalla retta fede.
Autore prima nascosto, poi aperto di saggi profondamente anti-cattolici e anti-ecclesiastici (cf. Il programma dei modernisti e Lettere di un prete modernista) in cui si invitava la Chiesa a seguire Lutero, rinnegando Trento, Buonaiuti dopo mille tentativi di conciliazione fatti sotto Pio X e Benedetto XV, ricevette la scomunica maggiore nel 1926, da papa Pio XI, pontefice di larghe vedute e piuttosto aperto alle novità dei tempi.
Pio X nell’enciclica Pascendi, documento apprezzato per motivi diversi sia da Croce che da Gentile, analizza lo spirito del «modernismo» e constata che la sua essenza non sta nel negare questo o quel dogma di fede e di morale. Ma sta nel tentativo di rileggere tutta la dottrina cristiana in modo da armonizzarla con la modernità filosofica (Cartesio, Kant, Hegel) riducendo Cristo e i sacramenti a meri simboli, la Bibbia a testo umano e meramente storico, la fede a slancio intimistico, la stessa idea di verità ad adeguamento ai tempi che mutano.
Con tecnica collaudata, benché già confutata da Benedetto XVI nel Discorso alla Curia romana sulla vera ermeneutica del Concilio (22.12.2005), Luigino Bruni vorrebbe far credere che «dopo il Vaticano II», la scomunica sarebbe «nella sostanza tramontata» così come sarebbero tramontate la «Christianitas» medievale, l’odiata «Chiesa della Controriforma», eccetera.
Ma qui siamo nel pieno di quella «rottura ecclesiale» che hanno denunciato Giovanni Paolo II e Benedetto XVI e che Leone XIV sta cercando di ricucire a fatica e con agostiniana pazienza.
Giovanni XXIII del resto, il papa di quel Concilio che piace a Bruni e che fu il nemico n. 1 dei «profeti di sventura», nei 7 volumi dei Diari pubblicati dall’Istituto per le scienze religiose di Bologna critica severamente Buoniauti e approva senza mezzi termini la scomunica e il suo allontanamento dalla docenza. Lo stesso san Giovanni Paolo II nel cuore dell’epoca post-conciliare, nell’enciclica Fides et ratio, in cui rilancia san Tommaso d’Aquino – bestia nera dei modernisti vecchi e nuovi – riparla del modernismo.
Approvando la condanna di Pio X e notando che alla sua «base» si trovano «asserti filosofici di indirizzo fenomenista, agnostico e immanentista». Ovvero, senza dirlo forte, il modernismo di Buonaiuti e dei suoi epigini, agiva come una «setta teologica» e si muoveva «nelle viscere della Chiesa», svuotando la fede della sua essenza, riducendola a «slancio vitale», oggi diremmo a «umanitarismo».
La nostra conclusione è opposta a quella di Bruni. Papa Leone non solo non deve cancellare la scomunica di chi ha deliberatamente deviato dalla fede, portandosi dietro una fetta importante di teologi e pastori. Ma dovrebbe ribadirla in termini chiari, seppur con il linguaggio che si impone nel 2025.
Anche perché se avesse ragione Avvenire e Buonaiuti disobbedendo alla Chiesa del suo tempo, fosse ora un «martire» per le sue idee incomprese, molti cattolici avrebbero un ottimo pretesto per opporsi al Magistero del papa di oggi – per esempio su vita e famiglia – illudendosi di poter diventare così i «martiri e i profeti della Chiesa di domani».







Eppure c’è del buono in Buonaiuti…
Non sono credente, ma dò ragione alla Chiesa che scomunicò Buonaiuti. Nella Chiesa ci stai o non ci stai. Padronissimo di rifiutare gerarchie e dogmi, ma da fuori… Altrimenti non hai proprio capito nulla del valore dell’istituzione e delle sue regole, come appunto il prefato.
Sì, caro Sandro, ovviamente c’è del buono in tutti, incluso Satana!
E avendo Buonaiuti scritto decine di libri, diretto riviste, ci mancherebbe.
Ma come dice Guidobono poi alla fine è questione di coerenza: che fede hai, quella che ti crei tu o quella trasmessa dagli apostoli?
Tutto qui. Servirebbero oggi, ne convengo facile, vescovi e teologi con la cultura di Buonaiuti e… l’ortodossia di chi lo scomunicò, dopo aver fatto di tutto per salvarlo…
La teologia non è una scienza esatta e va interpretata anche perché le sacre scritture sono in lingue antiche.
La fede è un aspetto le discussioni teologiche sono un altro.
L’esempio della coerenza non viene dalla chiesa che è fatta di uomini ma dai nostri comportamenti rispetto ai dogmi che abbiamo deciso di accettare.
Il modernismo riduce quasi tutto a mero simbolo. Il contrario di quanto predicato dalla Chiesa in 19 secoli….
Giovanni. Se sei credente (io non lo sono), dico un credente cattolico, non puoi scegliere i ‘dogmi che ti stanno bene’ e ripudiare gli altri… A meno di essere un deista, un panteista ecc. Ma in quel caso sei fuori dalla Chiesa, per elementare coerenza…