
«Fare memoria», «ricordare i drammi», «chi dimentica il passato è destinato a ripeterlo»: sono alcuni dei motti e dei detti che si accavallano oggi, specie in ambiente scolastico, per sottolineare il valore cruciale della storia, in ordine al presente e al futuro.
Un tempo c’era un proverbio assai più aulico e pregnante per dire tutte queste cose: «Historia magistra vitae». Ma forse il disprezzo contemporaneo per i «maestri» e per l’essere «educati da altri», ha fatto sì che nelle celebrazioni ufficiali della memoria storica in Italia si usino altri slogan.
Il problema poi è un altro e cioè: cosa ricordare tra i mille fatti, tragici o eroici, belli e brutti del nostro passato nazionale? Secondo certi interessati cantori della memoria collettiva, andrebbero ricordati solo (alcuni) dei drammi più sanguinosi del Novecento. Come si fa, in modo ormai rituale e canonico, con il Giorno della Memoria, celebrato il 27 gennaio di ogni anno, a partire dal 2000 (governo di Giuliano Amato, presidente Ciampi).
I genocidi – a ben vedere – sono stati molti nella storia moderna e contemporanea. Da quello dei vandeani al tempo della rivoluzione francese (con ordini precisi di sterminio) a quello degli ucraini sotto Stalin (detto Holodomor), dalle 2 bombe atomiche sganciate sui civili giapponesi alla fine della guerra a quello dei cristiani armeni causato dai turchi, senza dimenticare i milioni di cittadini annientati da Mao, Pol Pot e i loro sbirri.
Per non essere manichei e non vedere nei nostri avi solo male e violenza, sarebbe bene perciò, come fa lo storico Stefano Banti, ricordare anche le «Vittorie d’Europa», e fra esse, emblematica tra tutte, proprio quella di Lepanto (cf. La vittoria di Lepanto. La storia militare del 7 ottobre 1571, Passaggio al Bosco, 2024, pagine 188, euro 15).
«Il giorno del Signore 7 Ottobre 1571, la flotta cristiana vinse l’invasore islamico nelle acque di Lepanto, nel Mar Egeo». E questa battaglia non è riducibile a una delle mille battaglie della storia. «Non fu», scrive giustamente l’Autore, «una vittoria di un regno o di uno Stato».
Lepanto fu infatti «il trionfo della nostra Civiltà cristiana contro un nemico crudele che il nostro continente ha sempre rigettato, perché incompatibile con i valori che hanno contribuito a costruire l’Europa» (p. 7).
Giustamente e polemicamente si chiede Banti in apertura, contro gli apologeti della «memoria selettiva»: «quale Europa vogliamo? Quella di Lepanto, dei pellegrinaggi, dei sentieri, delle cattedrali, dei castelli, degli artigiani, dei costruttori, dei coltivatori e dei capitani che hanno consegnato i vessilli del nemico agli altari» oppure quella «della sostituzione etnica e religiosa, della sottomissione alla Sharìa, delle banche e delle multinazionali dissanguatrici dei popoli?» (p. 9-10).
Il suo libro, in 6 capitoli densi e ben raccontati, segue passo passo la storica battaglia, dalle sue premesse, sino alla minuziosa descrizione degli eserciti, dei protagonisti (da don Giovanni d’Austria a papa Pio V, da Marcantonio Colonna ad Andrea Doria), con una sintesi precisa dello svolgimento della lotta e della gloriosa riuscita dei cristiani.
Molte immagini (sia geografiche che delle imbarcazioni militari) aiutano il lettore a capire concretamente i passaggi, i nessi e i momenti dell’azione bellica, restituendo bene l’idea del nobile eroismo degli europei, senza negare però il coraggio degli stessi combattenti turchi.
Il racconto, storico ma che si legge come un romanzo, si conclude con un toccante Poem di G.K. Chesterton (1915) intitolato Lepanto e scritto dal poeta inglese per magnificare i «crociati della cristianità» tra cui è menzionato il grande Cervantes.
In appendice, prima della bibliografia per chi volesse approfondire, è riportato un raro documento del tempo: la narrazione della battaglia, fatta dall’archibugiere Francesco Balbi (1565), che militò nelle truppe spagnole e tenne un diario.
Sì, la memoria storica va mantenuta. Sì, le radici (profonde) non gelano. No, non siamo figli di nessuno, di ignota madre, del Fato o del Caso. Siamo figli ed eredi di una storia e di una civiltà unica e avvincente, romana-cristiana-europea, fatta di santi, di papi, di eroi, di generosi, e di vigliacchi.







Tutto vero, ma nell’Europa multirazziale d’oggi (che poi non piaccia a molti è un’altra storia, ma non possiamo farci nulla) a quanti Lepanto potrebbe suonare come un richiamo forte ed ancora attuale? Le Guerre Mondiali, il suicidio geopolitico dell’Europa, i totalitarismi, infine la sarabanda Politically Correct, fregnona, eco-godereccia, ludica, scansafatiche d’oggi, hanno reciso il cordone ombelicale con la nostra storia. Non è questione d’iniziative scolastiche o governative. Lo stesso Giorno della Memoria, nonostante il martellamento mediatico sinistro-sionista, dice poco o nulla alla stragrande maggioranza dei giovani d’oggi…Se io, storico per formazione e forma mentis, allievo e collaboratore di Luigi Firpo e Franco Venturi, non riesco a parlare di storia con mia figlia (giacchè non l’interessa), ma solo con vecchi coetanei? La memoria storica non è un decreto…
Certo, per carità. Cerchiamo comunque di salvare la memoria storica autentica e come si dice ‘preserviamo il buon seme’ della verità. Poi chi vivrà. vedrà.