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Notti magiche (e roventi) tra le due guerre raccontate da Julius Evola

Il volume raccoglie una serie di reportage del filosofo risalenti agli anni Trenta (solo due degli articoli antologizzati sono del 1929)

di Giovanni Sessa
20 Febbraio 2025
in Cultura, Libri
0
Notturno europeo di Julius Evola

Nell’anno da poco concluso, il 2024, cinquantenario della morte di Julius Evola, sono stati pubblicati diversi libri sul pensatore tradizionalista e nuove edizioni di sue opere. Ci occupiamo qui dell’ultima uscita, la silloge di articoli evoliani intitolata, Notturno europeo. Serate sull’orlo della catastrofe, comparsa nel catalogo di Altaforte Edizioni per la cura di Andrea Scarabelli e Adriano Scianca (pp. 156, euro 16,00). Il libro è aperto da una Nota della Fondazione Evola. L’introduzione è firmata da Scarabelli, la postfazione da Scianca. Il volume raccoglie una serie di reportage del filosofo risalenti agli anni Trenta (solo due degli articoli antologizzati sono del 1929). In essi l’autore si mostra attento osservatore della “vita notturna” delle principali capitali europee. I testi sono tratti da diverse testate alle quali il pensatore collaborava: innanzitutto da Il Regime Fascista di Farinacci, per il quale Evola fu, dal 1937, “corrispondente estero”, ma anche dal Tevere, dal Corriere Padano e dal Roma. Il volume è chiuso da un’Appendice che raccoglie due lettere del tradizionalista al pittore de Pisis e testimonianze varie sulla frequentazione evoliana dei locali notturni.

A qualche lettore, questo interesse del pensatore, questa sua attività poco nota, potrebbe sembrare atipica o, addirittura, impensabile. In realtà, non è così. Comprendere le ragioni che indussero Evola a frequentare i tabarins fino all’alba, e non solo i chiostri dei Cistercensi o le alte vette innevate, consente di acquisire piena contezza della sua personalità, centrata sulla volontà di mettersi costantemente alla prova. Nelle capitali europee egli si recò per intervistare insigni rappresentati del mondo della politica e della cultura del tempo, in particolare il milieu rivoluzionario-conservatore tedesco e austriaco, esplicitando, in tal modo, le sue intenzioni metapolitiche che, come nota Scarabelli, ebbero: «la rivoluzione conservatrice come ascissa “orizzontale” e il tradizionalismo integrale come ordinata “verticale”» (pp. 12-13). La “vita notturna” è osservata dal filosofo con attenzione e distanza interiore propria di un “convitato di pietra”. Per capire il senso profondo della silloge è bene tenere in considerazione il fatto che Evola scrisse questi pezzi sull’orlo della catastrofe europea, nell’imminenza dell’ esito esiziale del Secondo Conflitto. Può valere da introduzione, quanto il filosofo nota in Momenti dell’Europa notturna: «”Vita notturna” è […] un concetto borghese. Alla concezione borghese […] si deve […] l’opposizione fra la vita normale diurna, più o meno addomesticata […] e la “vita notturna, intesa come […] compensazione […] con caratteri di cosa proibita […] peccaminosa» (p. 26).

La capitale asburgica è descritta da Evola con queste parole: «Non sei più la Vienna regale e imperiale […] la monumentalità tutta e perenne della tua anima di pietra» (p. 50) appartiene ormai al passato. La vita dei viennesi è dominata dall’agitazione perpetua, senza centro e senso, dilaga l’odio per grandezza e aristocrazia. La Vienna descritta da Evola è “città senza qualità”. A Budapest il sentore della trascorsa grandezza è risvegliato in lui dai violini zigani: questa musica, dal tratto magico, è atta a indurre, sullo sfondo della notte danubiana, sentori di una visione del mondo al momento solo sopita. Bellissimo e suggestivo, rileva Scarabelli, il racconto della sua cavalcata notturna nei dintorni della città ungherese, durante la quale il filosofo apprezzò l’illimitatezza e la dolcezza del cielo stellato di fronte al quale: «ciò che era soltanto sentimento si libera e si illumina, e la nostalgia umana dà luogo a una nostalgia più vera e virile, alla nostalgia verso l’infinito» (p. 93). A Belgrado l’acquavite, sorbita nei locali notturni, induce in Evola stati evocatori durante i quali: «sembra che le impressioni delle cose […] ci giungano […] come in una naturale, calma rivelazione» (p. 42).

Non diverse furono le esperienze e le impressioni che il filosofo visse a Capri, “isola pagana”, prima che, a muovere dagli anni Trenta, divenisse luogo dell’invasione turistica perpetrata da barbari moderni insensibili alla voce del Mediterraneo metafisico. A Capri, Evola ebbe contezza che la vita dionisiaca metamorfizza la realtà, mostrando che l’uno si dà nella physis, nella molteplicità tragica e abbagliante della natura solare. Evola si confrontò con l’invisibile, con il principio che muove il mondo, anche durante i soggiorni sulle Alpi, nel castello, infestato di presenze, dei Tauferes a Campo Tures. Scianca, nello scritto che chiude il libro, mette in atto un inusitato e interessante confronto tra la descrittiva “notturna” di Evola e quella dei situazionisti. A dire dello studioso, Evola, al pari del primo Debord, in questi scritti ha realizzato un esercizio di psicogeografia: «Non si tratta di immaginare “sintesi” pasticciate tra Evola e il situazionismo, semmai di leggere Evola attraverso il situazionismo» (p. 137). Evola e i situazionisti hanno sviluppato, infatti, una radicale “critica della vita quotidiana” indotta dall’urbanesimo moderno con i suoi determinismi sottaciuti, ma capaci di agire in profondità sull’immaginario collettivo. Per destrutturare il “meccanicismo” della vita moderna, il vagabondaggio urbano, anche notturno, gli incontri casuali nei tabarins hanno svolto, per il tradizionalista e i situazionisti (non casualmente sensibili al mito), ruolo dirimente. Evola, dunque, quale flâneur baudelairiano, latore di una “metafisica dell’episodico” (chi scrive preferisce l’espressione “filosofia del singolare”)

Nei locali notturni il filosofo mise alla prova se stesso, l’ idea di individuo assoluto, proteso alla conquista della libertà in un processo iperbolico sempre in fieri. È il riferimento a Dioniso a differenziare Evola da Debord. La deriva “etilica” del tradizionalista mira a un: «Io potenziato che integra in sé elementi dionisiaci incardinati in una lucidità superiore, che sa davvero far parlare Dioniso con la voce di Apollo» (p. 150). Il suo dionisismo non è semplice via di fuga dalla vita borghese in funzione compensativa. Il filosofo ha contezza dell’eterna presenza della potestas dionisiaca, dell’origine. I limiti del situazionismo sono superati, nella sua visione, dalla categoria di tradizione (con la “t” minuscola”, come egli la scrisse fino al 1934): lo spettacolo della tradizione, con i suoi miti e riti, è l’antidoto alla società dello spettacolo contemporanea, in quanto radica l’uomo in una comunità di destino.

Sappia il lettore che questi articoli di Evola sono rari cammei letterari. La prosa è godibilissima, in alcuni momenti lirica e poetica. Il filosofo ha il tratto tipico dell’ “uomo difficile” hofmannsthaliano. Appartenne a quella genia umana che seppe vivere a proprio agio nei locali notturni o sulle vette montane, esemplare rappresentante dell’aristocrazia dello spirito di cui ha detto Péter Esterházy in Harmonia caelestis. Con buona pace della vulgata “evolomane”e dei suoi dogmi.

Giovanni Sessa

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Tags: altaforteGiovanni Sessajulius evolaNotturno europeo

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