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L’intervento. Ci vorrebbe una pacificazione per l’Italia divisa tra berlusconiani e forcaioli

Pubblicato il 8 agosto 2013 da Andrea Tremaglia
Categorie : Corsivi Politica

Italia_divisaCi sarà mai un’Italia pacificata? Dopo queste calde giornate di Cassazione e di iperboli quasi nostalgiche, bisogna osservare che, passati settant’anni, siamo ancora nel secondo dopoguerra. Alla base di tutto c’è quella certa e omertosa natura italiana, ben interpretata da alcuni tra i garanti delle istituzioni che danno dell’eversivo a quel pesciolino rosso di Bondi… Ma in Italia, d’altronde, non possiamo chiamare guerra civile nemmeno la vera guerra civile, quella del 1943-45…

Se il governo e la politica contemporanee volessero provare a lasciare un’eredità significativa potrebbero cominciare facendo la pace tra di loro, normalizzando toni e scontro partitico, inaugurando una nuova stagione di riconoscimento dell’avversario. C’è da chiedersi se può realmente pretendersi la pacificazione dal paese che riesce, ogni anno, a dividersi persino sulla sua festa nazionale.

Già, il 25 Aprile. Amato e odiato, comunque sempre usato per recriminare, in un senso o nell’altro. A Bergamo è morto pochi giorni fa Giacomo “Mino” Bartoli, Medaglia d’oro del Comune e comandante di una brigata partigiana; un uomo vivace e onesto che, a proposito della Festa della Liberazione, ebbe a dire: “…mi ero accorto che quella ricorrenza era solo un pretesto della sinistra ai fini della sua propaganda politica: ne fanno testo gli infiniti vessilli russi che sovrastavano le piazze, con mio grande fastidio. Era come se avessi combattuto e rischiato la vita per il trionfo del comunismo. Ma la sinistra non si era fermata qui e aveva cominciato a bruciare le bandiere degli alleati, oltre a rompere le vetrine e fracassare le automobili. A questo punto ho preso le distanze dall’Anpi e a trascorrere la ricorrenza con pochi amici con i quali andavamo in qualche trattoria di montagna.

Poco importa però di quel che dice un partigiano eterodosso, in Italia. Così continuiamo a dire che i repubblichini furono tutti brutali assassini, i partigiani tutti vigliacchi traditori comunisti, i berlusconiani tutti mafiosi e puttane, quelli del Pd mangiabambini, i grillini ignoranti… Le categorie, che sarebbero da intendersi storiche e sociali piuttosto che politiche, proprio a causa della peggior cultura civile dell’occidente – la nostra – divengono vessilli assoluti e farciti di retorica. Sembrano ancora traguardi lontani la normalizzazione di queste distinzioni e l’umanizzazione di categorie ormai di fatto astratte.

Potevamo davvero sperare che in pochi anni si risolvesse la frattura di incomunicabilità tra “berlusconiani” e antiberlusconiani? Confidare che il confronto passasse, finalmente, sul piano dei programmi e del dialogo, piuttosto che su quello di appartenenze che sono poi oggi, in molti casi, assolutamente vuote e arbitrarie?

Di certo non è facile parlare di pacificazione e serena comunicazione quando non esiste una comune idea di passato né di unità territoriale e nazionale, quando la litigiosità sociale è ai massimi storici; in un territorio, peraltro, che ospita rivalità antiche e, a volte, antichissime.

L’Italia è ricca proprio per questo: perché meravigliosamente variegata e faticosamente eterogenea. È così finemente ornata di particolari e particolarismi che è cresciuta bella e intelligente; ma, in un attimo, sa diventare anche brutta, stupida e, soprattutto, immobile. Così – guerre civili o guerre fredde che siano, post fascisti o post comunisti, governo che cada o governo che resti, Berlusconi libero o Berlusconi ai domiciliari – guardandosi alle spalle resta la traccia del peggiore tra i peccati: quello di aver già perso tanto, troppo, tempo.

Di Andrea Tremaglia

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