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Il caso. Arriva “The mission”, reality sui profughi. La Cri: “E’ solo spettacolarizzazione”

Pubblicato il 5 agosto 2013 da Martina Bernardini
Categorie : Cronache Televisionando

missionPapa Francesco chiede di porre attenzione anche al dramma di chi fugge dalla propria terra, e la Rai risponde. Lo fa con Michele Cucuzza, Barbara De Rossi, l’onnipresente Al Bano Carrisi, Paola Barale, Emanuele Filiberto. Forse anche Elisabetta Canalis. No, non stiamo parlando dell’estate dei vip a Formentera che farebbero vendere più riviste di gossip che bottiglie di latte, ma dei protagonisti di un nuovo reality show targato Rai, nel palinsesto del prossimo autunno.

‘The Mission’, questo il titolo.  L’obiettivo del primo reality “umanitario” (format esibito con orgoglio come fosse una medaglia al valore) è quello di portare pace e bene tra le popolazioni più indigenti, quelle del famigerato Terzo Mondo, con il Primo Mondo che oggi vuole piombare lì con le telecamere per documentare come un occidentale che in vita sua non ha mai lavato un piatto di pasta, possa riuscire a trasformarsi in eroe, con tanto di divisa e frase ad effetto, tipo: “Vivi nel pantano? A te ci pensa Al Bano!”.

Il reality, realizzato in collaborazione con UNHCR (l’agenzia Onu per i rifugiati) e l’organizzazione umanitaria Intersos, vuole proporsi come mezzo di pubblicità, come portavoce delle esigenze degli emarginati. Lo conferma anche Laura Lucci, responsabile dell’UNHCR, che ha dichiarato che il programma della Rai serve proprio a far conoscere al telespettatore (medio) italiano chi sono i profughi e i rifugiati, e il perché delle loro azioni e dei loro infiniti viaggi della speranza. Sempre secondo la Lucci, non si tratterebbe del canonico reality show di intrattenimento, in cui ci si tirano dietro i piatti se per caso qualcuno beve un goccio d’acqua di troppo (a proposito di indigenti!), ma sarebbe bensì un reality di informazione. IN-FOR-MA-ZIO-NE.

La prima dura reazione è giunta dalla Croce Rossa Italiana.  “Il rischio concreto è che trasmissioni di questo tipo aumentino solamente la spettacolarizzazione dei drammi – si legge in una nota – ma non riescano a spiegare fino in fondo cause e conseguenze. E che creino ancora di più nel cittadino l’idea che tutto questo sia lontano anni luce da noi. D’altra parte le isole dei famosi sembrano posti che non esistono: cosa succederebbe se il telespettatore pensasse lo stesso dei campi profughi?”.

E non si può che esser d’accordo. Serve un approccio più serio, e più consapevole. Perché il rischio, in questo modo, è che il soggetto principale del reality (la tematica umanitaria) passi in secondo piano, e che venga invece privilegiata quella della spettacolarizzazione del dramma e del ritorno di immagine, sfruttando la sofferenza. Insomma, più che informazione, sembra pietismo.  Le parole diventano ancor più importanti, se non sono solo parole. L’aiuto si dà, non si trasmette in prima serata.

Di Martina Bernardini

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