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Televisioni. “Cacciatori di fantasmi”: su Dmax le avventure di un novello Gordon Ramsey

Pubblicato il 31 luglio 2013 da Giovanni Vasso
Categorie : Televisionando

cacciatori di fantasmiGuappi di cartone a caccia di fantasmi: prima li minacciano e poi chiedono scusa al primo rumore. Certo che, detta così, potrebbe risultare non meno misteriosa del Fantasma della Torre di Londra ma, in realtà, è una delle ultime frontiere della Tv d’importazione from Usa che, una volta tanto, potrebbe essere anche un pungolo per recuperare le nostre tradizioni e che, sicuramente, ha il merito di catapultarci indietro nel tempo a quando eravamo noi, in bicicletta e con pochi amici fidati, ad andare in giro per case ‘infestate’.

Andiamo per ordine e cominciamo dal principio: mettete un gruppo di ragazzotti più o meno attempati, armati fino ai denti di telecamerine ultratecnologiche, registratori digitali, rivelatori di campi elettromagnetici, termometri da passeggio e schermi ad alta fedeltà, in un vecchio e cigolante edificio abbandonato sul quale si raccontano strane storie di apparizioni, voci dall’aldilà e contatti medianici. Fate loro passare una notte liberi di scorazzare negli stanzoni di questi edifici fuori uso, fornite ai ragazzotti una sceneggiatura più o meno credibile e poi aspettate l’alba. Ne vedrete delle belle.

Il campionario è vasto, e non si direbbe di certo in tempi in cui l’unico fantasma che fa davvero paura è quello di non riuscire ad arrivare a fine mese. Tra i più incredibili, però, ci sono i sedicenti ‘Cacciatori di Fantasmi’, una serie da poco iniziata sul canale Dmax. Immaginate la scena, se non l’avete vista già in Tv. Uno di questi baldanzosi scienziati del contattismo hi-tech fa irruzione in un vecchio carcere abbandonato da anni in cui, si racconta, un detenuto venne barbaramente trucidato e poi decapitato nelle caldaie. Ecco, proprio lui, il nostro ‘scienziato’, aspirante Gordon Ramsey medianico, entra nel locale pieno di tubi arrugginiti e comincia ad inveire contro lo spirito. Sfide, ingiunzioni e pure parolacce affinché si manifesti a favore di telecamere e microfoni. Dato che nessuno presta ascolto alle sue urla da ossesso, il nostro Ramsey sbotta sul serio e usa pesanti epiteti contro questi poveri morti che, presenti o meno e ci crediate oppure no, cercano solo di riposare.

Dario Argento, a questo qui, non ha insegnato proprio niente.

Ad un certo punto, mentre il baldanzoso eroe continua a straparlare, si inizia ad avvertire una serie di rumori indefinita e, come dice il nostro prode contattista: “la temperatura si abbassa repentinamente e si vede il respiro”. Significa che il fantasma a lungo canzonato è finalmente vicino. Ma qui c’è il vero colpo di scena. La spocchia, schiacciata dalla paura, è bell’e finita ed il bullo medianico finisce per smascherarsi da solo: “Non volevamo offenderti, se dobbiamo andarcene faccelo capire”. E la invocata presenza – a prestar fede a quanto asseriscono le ‘prove’ del registratore digitale – evidentemente scocciata di esser insolentita dal biondino dagli occhi improvvisamente colmi di terrore gli risponde: “Ti ucciderò”.

A seguire, una volta fuori la tenebrosa galera, l’analisi scientifica grazie al computer dei dati scaturiti dall’indagine. Che conferma il ‘Ti ucciderò’ e svela altre amenità. In fondo, dando per vera la storia, già è tanto che il bulletto sia tornato a casa senza prendere mazzate dall’aldilà.

A dircela tutta, l’idea di base è divertente e, a patto di non prendere troppo sul serio il feticismo ultra-tecnologico di cui sono imbevute queste serie, si riesce a passare una mezz’ora in allegria. E, magari, si torna indietro nel tempo fino a quando – messaggio rivolto soprattutto a chi è sulla soglia, attraversata o meno, dei trent’anni – con gli amici si andava in giro per case stregate. I ‘tour dei fantasmi’ nelle vecchie bicocche sconnesse, nelle masserie disastrate, nelle fabbriche abbandonate in cui, senza telecamere, cellulari, web-cam ed altre mostruosità hi-tech, c’era chi giurava di veder mostri di tutte le fogge.

Poi, a sera, specie d’inverno, si passava il tempo a ‘scambiarsi’ storie di spiriti. Certo, le leggende urbane c’erano già (che noia quella della ragazza morta a cui viene dato il solito passaggio in macchina e lascia la giacca del generoso lui, inconfessabilmente innamorato della révenante, sulla sua tomba al cimitero, non mancava mai) ma, grazie soprattutto ai nonni, si poteva arrivare a conoscere e scambiarsi i racconti di una volta. Non per sterile e vuoto rimembrare ma per tener vive le tradizioni popolari che, poi, sono l’anima di una comunità. E, magari, scoprivi che, per i nostri antenati, una roncola aveva un significato ultraterreno vicinissimo a quello del falcetto dei druidi celtici e che poteva essere usata anche per uccidere i lupi mannari (alla faccia dei proiettili d’argento del Gevaudan e di Hollywood).

Diciamocela tutta: se gli americani, in poco più di tre-quattro secoli di storia, hanno accumulato tanti luoghi ‘infestati’ da poter ospitare più di una serie televisiva e per più stagioni, cosa potrebbe accadere se riuscissimo a riconnetterci alle leggende ed ai miti italiani? Altro che Cacciatori di Fantasmi, ci vorrebbe un esercito di Ghostbusters. Sperando, però, che siano conoscitori profondi ed appassionati della nostra tradizione e rispettosi del sonno dei morti. Di guappi di cartone, ormai, ne abbiamo a iosa.

@barbadilloit

Di Giovanni Vasso

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