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Il ritratto. Cantava gli esclusi Rino Gaetano, “meteora” che ha lasciato un segno indelebile

Pubblicato il 29 luglio 2013 da Francesco Caputo
Categorie : Cronache Personaggi

Gaetano Rino - Sotto I Cieli Di RinoCome abbiamo raccontato, è stata saccheggiata la tomba di Rino Gaetano al Verano. Un atto che ha suscitato sdegno da parte di tutti. Nel ritratto che pubblichiamo emerge ciò che il cantautore continua a essere: una meteora che ha lasciato un segno indelebile.

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Era andato oltre, molto lontano, quel ragazzo originario di Crotone, magro come un chiodo e a tutti gli effetti poi diventato romano. Oltre gli steccati “dell’ italietta” che lui cantava. Aveva anticipato i nostri tempi in quello che era stato il suo tempo. Troppo breve, stringato, ma così intenso da essere attuale. Salvatore Antonio Gaetano, da tutti conosciuto come Rino, nel panorama musicale italiano, come diceva lui stesso “non stava da nessuna parte”. Nonostante un’amicizia instaurata all’inizio dei ’70, al Folkstudio di Roma (fucina di talenti lanciati nel panorama cantautoriale italiano) con i vari Venditti (che produsse il primo lavoro di Rino), De Gregori ed altri artisti, Rino Gaetano non aveva nessuna collocazione.

Non era esplicitamente schierato. Si pensi a Guccini, gli stessi De Gregori e Venditti citati poc’anzi. Rino no, cercava una “terza via”. Non cantava l’impegno, bensì denunciava in chiave ironica il disimpegno dai temi sociali. Quell’ironia da teatro dell’assurdo che tanto amava, quell’ironia che non si sposava con l’ampollosità dei testi degli artisti cosiddetti impegnati. Rino era un cecchino silenzioso nei modi, micidiale nei contenuti. Un cecchino di quel “sistema” italiano fatto di intrighi, compromessi storici, convergenze parallele, di “Pci-Psi-Pli-Pri-Dc-Dc-Dc-Dc”, di pentapartiti, jet-set, ciarlatani, ombrellai, colonnelli, usurai, reggimoccolo, di professori, arrivisti, nobili e padroni, specie se comunisti. La sua terza via Rino Gaetano la cercava negli emarginati, gli sfruttati, i derisi e frustrati. Nei fratelli che erano “figli unici”, nei cani esclusi. Quello era il suo mondo, venuto su nei bar, nelle partite a dama, nelle birre bevute in lattina. Rino era figlio di un tempo che non gli apparteneva, perché vedeva oltre. Rino era soprattutto figlio di un portiere di uno stabile e di una casalinga. Era cresciuto in un seminterrato con un amore spropositato per le sue radici. Per quel Sud dove era pronto a pagare “l’acqua che in quella terra era più del pane.”

Ma più di tutto Rino Gaetano era, è stato ed è tutt’ora un personaggio scomodo. Perché se è vero che da un lato i più superficiali etichettavano i suoi testi come “nonsense”, dall’altro insistevano “orecchie” più attente, occulte. Nel cui substrato pulsavano grembiulini e compassi. Rino dava fastidio a molti. In una famosa intervista del 1978 a Discoring – un programma musicale allora condotto da Gianni Boncompagni (sic!) – prima di cantare Gianna (un testo a cui Rino non era molto legato) il conduttore stuzzicò velenosamente Gaetano. Sminuendo con  un “non vuol dire niente” la “Gianna” in cui Rino invece aveva spiegato tutto. Sdoganando i tabù sociali, gli oscurantismi in voga, ciò che doveva esser tenuto nascosto. Rino non amava Gianna semplicemente perché la gente l’amava in quanto orecchiabile, commerciale. Rino avrebbe voluto invece un successo minore ed un pubblico più attento. Sempre stando alla famosa intervista, Boncompagni rivolse a Rino una domanda. «La canzone politica, i cantautori politici, sono forse un po’ in ribasso?». E con una tranquillità disarmante Rino rispose: «Forse perché è la politica che è in ribasso». L’imbarazzo di Boncompagni si esaurì in un: «È duro affermare una cosa del genere». Rino cantava in maniera “artigianale” la verità. Non era un giullare, non era un banditore. A una punzecchiatura di Baudo che gli chiese chi volesse essere «se Renato Rascel, Renato Carosone oppure Renato Zero?», Rino si definì “Re-nato”. Era nato un nuovo Re Maggiore nel contesto  musicale – e non solo – italiano. Una meteora capace di lasciare un segno indelebile, di non rifarsi a stili precostituiti o precotti ma crearne di nuovi. Rino vide così lontano che riuscì ad anticipare la sua morte.

Ne La ballata di Renzo, – un testo scritto circa dieci anni prima di morire, –  il protagonista del brano, Renzo appunto, viene coinvolto in un incidente automobilistico. Viene rifiutato da cinque ospedali romani, tra cui il San Camillo, il San Giovanni e il Policlinico. Ed anche al cimitero del Verano non c’era posto per lui. Sarà per un “tragico” segno del destino, “perfettamente” quello che intorno alle 4 del mattino del 2 giugno 1981 accadrà a Rino. Alla guida della sua Volvo 343 sulla Nomentana all’incrocio con via Carlo Fea finisce sulla corsia opposta schiantandosi contro un camion Fiat 650D. Rino Gaetano entra in coma ma gli ospedali San Giovanni, il Policlinico Gemelli,  il San Camillo, il CTO della Garbatella e il San Filippo Neri (ben 5 ospedali, proprio come ne La Ballata di Renzo) lo “rifiutano” perché non si trova un posto disponibile. Dopo due ore Rino muore, prossimo ai 31 anni. In un primo momento non verrà sepolto neanche al Verano (dove riposa oggi) ma al cimitero di Mentana. Tutto molto strano. O forse tutto “previsto”. Rino muore nell’indifferenza, forse “voluta”, di chi, come cantava nella famosa ballata «era al bar con gli amici a bere un caffè quando Renzo morì». La morte di Rino è stata un “contrappasso”. Ricordiamolo, era un personaggio scomodo, inviso a molti. Colpirlo con la sua stessa arte? E chi? Gli stessi «servi di partito, che ti chiedono il voto, un voto pulito» che  “partono tutti incendiari e fieri ma quando arrivano sono tutti pompieri?» Quei «politici imbrillantinati, che minimizzano i loro reati, disposti a mandar tutto a puttana pur di salvarsi la dignità mondana».

Quella dignità che Rino scorgeva negli ultimi e gli oppressi e deprecava nel sistema imperante. Un sistema che non denunciava apertamente, ma lo limava, vi affondava dentro il coltello come nel burro, con la sua solita ironia, il suo sarcasmo da ragazzo del Sud. Canzonava tutti, ha canzonato anche se stesso perché non si prendeva sul serio. Di solito si dice «che muore giovane chi è caro agli dei». E per Rino Gaetano il cielo è sempre più blu.

Di Francesco Caputo

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