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L’analisi. La sinistra contro Manif pour tous sventola la debole obiezione “naturalismo”

Pubblicato il 29 luglio 2013 da Adriano Scianca
Categorie : Cultura

parigi Puntuale come un tormentone estivo, il tema della distinzione destra-sinistra e della sua validità ermeneutica torna periodicamente d’attualità. L’ultima trovata per risolvere il rebus si chiama “naturalismo”, complice il rinnovato dibattito su famiglia e unioni gay.

Agitando lo spettro mai sopito dell’Ur-fascismo, il cui ultimo avatar sarebbero per l’appunto le famiglie con passeggino di Manif pour tous, Guido Caldiron ha citato il sociologo dell’Università di Paris-VIII Eric Fassin, secondo il quale a destra sarebbe in corso una “battaglia per tentare di naturalizzare l’ordine sociale che viene condotta sui due temi – il no all’immigrazione e l’opposizione al matrimonio gay”. In Italia, invece, Gianni Vattimo è salito in cattedra per spiegare al Foglio che “voi conservatori dovete accettare che non esiste alcuna legge naturale, ma soltanto il positivismo […]. La parola stessa ‘matrimonio’ non è naturale, ma una costruzione del diritto positivo”.

Cerchiamo di raccapezzarci. Dunque, il naturalismo è la santificazione dello status quo, elevato a ordine naturale. Esisterebbe quindi un’entità suprema – la Natura, appunto – che dominerebbe, senza via di scampo, l’esistenza umana, orientandone il senso e le forme di vita. Sotto l’ala di questo dio terreno cadrebbero quindi anche tutte le istituzioni, pensate come strutture date una volta per tutte, eterne e immodificabili. Tutto ciò che è va conservato, pensare l’alternativa è sovversivo.

Ora, tutto questo è davvero “di destra”? Tutto sta, ovviamente, a capire cosa si intende con questo termine. Di sicuro ogni conservatorismo è sempre anche un naturalismo, questo è ovvio, ma la destra conservatrice è ben lungi dall’esaurire la gamma delle idee che, a torto o a ragione, vengono racchiuse dietro tale etichetta. Sfumature come questa non cessano di essere denunciate dai soliti fascistbuster come mere finzioni con cui si vorrebbe mascherare la sostanziale unità della destra politico-culturale, dalle frange più “radicali” a quelle più “moderate”, passando per ogni fermento non conforme, il tutto affogato nello stesso calderone. Eppure basterebbe una conoscenza anche sommaria della storia della cultura detta “di destra” per capire quanto antinaturalismo, quanto “costruttivismo” ci sia nel suo dna ideologico.

Da dove vogliamo cominciare? Pensiamo per esempio all’idealismo, nella linea che va da Fichte a Hegel fino a Gentile e Spirito. Basta un buon manuale di liceo per capire quanto antinaturalismo vi sia in questo filone, che anzi insegna a pensare la natura come un non-Io posto dall’Io, quindi come una costruzione di cui riappropriarsi storicamente. E dell’idealismo è in parte figlio anche Evola, che certo talora naturalizza lo spirito e la tradizione ma che allo stesso tempo non cessa mai di proporre la soluzione “eroica”, ovvero l’intervento umano destinato a sovvertire ogni necessità e ristabilire la libertà storica dell’uomo. Persino nella sua produzione più controversa – quella a tematica razziale – il barone fa dell’elemento biologico per eccellenza (la razza, appunto) un qualcosa da creare, un obiettivo da raggiungere, non certo un dato di cui prendere atto.

Se invece vogliamo riferirci a un’altro filone, pensiamo alla linea che va da Nietzsche ad Heidegger. Nell’esortazione zarathustriana a creare nuove tavole e a pensare la patria come “terra dei figli” c’è il rifiuto netto di ogni imperativo naturalistico, così come nel filosofo di Messkirch la questione principale resta quella di determinare l’essere di quell’ente particolare che noi siamo, essere che non è appunto “dato”, come per gli animali, ma è sempre da conquistare, sempre aperto su infinite possibilità. E la “mobilitazione totale” evocata da Jünger? Anche l’autore de L’Operaio va messo fra i difensori dell’ordine naturale?

Se vogliamo uscire dalla filosofia e passare a un ambito letterario, come non pensare a Marinetti e ai futuristi, nel cui elogio della macchina è davvero difficile vedere una concessione ideologica al naturalismo. Nel frattempo, in Germania, Stefan George immaginava il suo Algabal, trasfigurazione poetica di Eliogabalo, intento a coltivare un fiore nero nelle sue algide serre imperiali, risposta faustiana all’idillio arcadico di Novalis e del suo “fiore azzurro”. E il relativismo culturale, l’insofferenza all’idea borghese di famiglia, la demistificazione della stregoneria monetaria fanno forse di Pound un difensore della naturalità delle istituzioni?

Esiste, certo, una “destra” intellettuale che si è specificatamente dedicata all’indagine della dimensione naturale dell’essere umano, da Arnold Gehlen a Konrad Lorenz. Ma anche in questo caso, il primo ha finito per riconoscere la peculiarità dell’umano proprio nel sapersi dare una cultura che compensi la carenza strutturale di “programmazione” che è biologicamente propria dell’uomo. Il secondo, invece, ha sì individuato le ineliminabili costanti etologiche presenti nella natura umana – aggressività, gerarchia, territorialità – ma non ha cessato di spiegare come queste fossero pulsioni istintuali di cui l’uomo può consapevolmente farsi carico o meno, sublimandole in strutture culturali sempre diverse e spesso conflittuali fra loro.

Dall’altra parte, viceversa, cosa troviamo? Marx, certamente, ha effettuato una vigorosa denuncia del carattere “storico” delle istituzioni: Stato, mercato, famiglia, religione. Lo sfondo ultimo della sua filosofia della storia resta tuttavia profondamente naturalistico ed egli stesso, infatti, si vuole “scienziato” e scopritore di “leggi di natura”. Le istituzioni, certo, sono costruite e non “date”. Ma tanto la loro nascita che la loro fine si rivelano infine necessarie, inevitabili, poiché figlie di una evoluzione determinata da criteri “oggettivi” (i conflitti di classe) e destinata a sfociare in un lieto fine arcadico che è esattamente la sublimazione del buon vecchio comunismo primitivo.

Non parliamo poi dell’orizzonte liberale, dove, da Locke a Rawls, la frottola dello “stato di natura” e la stella polare di una presunta “legge di natura” stanno sempre lì a demarcare l’origine e i limiti del potere politico. E quanto c’è di naturalistico nell’appello ai presunti diritti umani, attributo inalienabile della “natura umana” e istanza superiore di fronte al quale l’uomo e le istituzioni da lui create devono sempre fare un passo indietro? La presunta inevitabilità della globalizzazione e della società multirazziale non certifica forse la “ossificazione” della libertà storica dell’uomo di fronte a una presunta necessità di natura quasi meccanica, fisico-chimica?

A ben vedere è proprio il mondo liberaldemocratico e progressista a soffrire di un peccato originale “naturalistico”. Ciò non toglie che quando la “destra” che dovrebbe essere erede dei fermenti di cui sopra comincia a fare davvero la destra e diventa conservatrice, reazionaria, talora finisce per diventare davvero ciò che gli altri dicono essa sia. Vedi le polemiche contro le unioni gay poiché “contronatura”. Ma qui ha ragione Vattimo: la famiglia, anche quella eterosessuale, non ha nulla di naturale in sé, naturale è semmai la procreazione, che però non ha di per sé bisogno di una sovrastruttura sociale. Se non sappiamo opporre progetto a progetto, cultura a cultura, se non sappiamo creare un’idea di civiltà opposta a quella dei nostri avversari, la nostra battaglia sarà persa in partenza. E non sarà certo il richiamo a una Natura immaginaria a salvarci.

Di Adriano Scianca

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