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Pietro Taricone, il guerriero nicciano che sfidò lo star-system italico

Pubblicato il 28 giugno 2012 da Roberto Alfatti Appetiti
Categorie : Personaggi

Sono passati due anni da quando Pietro Taricone non c’è più. Tradito dalla terra, dall’atterraggio, e non dal cielo, come ogni paracadutista sa e Roberto Saviano ebbe a sottolineare. Eppure la via per Trasacco – per il piccolo cimitero che ne ospita i resti mortali – continua a essere battuta dai “pellegrini”. La Provincia dell’Aquila dove ancora vivono i suoi parenti, lo scorso anno s’era inventato un premio. Ma i soldi sono finiti, pare. L’amore dei fan, invece, no. Se l’era conquistato col cuore e con la testa, unico concorrente del Grande Fratello – nella prima edizione dell’ormai lontanissimo 2000 – a essere riuscito a cavalcare la tigre del reality senza farsi disarcionare, senza ridursi a fare il figurante a basso costo per l’intrattenimento televisivo più penoso. Prendendosi i suoi tempi e il rischio di dire qualche no. Collezionando nemici: «Quelli dello star-system, gli sfigati, i comici di seconda categoria, le soubrettine, quelli che mi boicottano perché temono di dover scendere dall’autobus. Le intellettuali. Le giornaliste. Taricone è molto Italy… Little Italy… non è trendy».
S’era messo di buzzo buono: aveva studiato (recitazione) e messo su famiglia (con Kasia Smutniak) stabilendo le (sue) priorità. Vita ritirata in campagna, la figlia Sophie da crescere, i cavalli da accudire, le moto da guidare, le opportunità da valutare, i film da scegliere. Senza fretta. Poca televisione. «Perché la tv ti rende ipocrita. Del resto, basta guardare a questa schifezza di melassa spalmata sui palinsesti. Alla fine siamo in Italia, c’è il Vaticano, il buonismo e compagnia bella. Tutti fanno i buoni, i commossi, pure se dentro hanno un egocentrismo allucinante e ucciderebbero la madre per farsi notare». Spogliandosi del costume di scena da O’ guerriero e indossando – per fiction – le divise da soldato, vigile del fuoco e da ispettore di polizia. Noi, dalle colonne del “Secolo d’Italia”, lo candidammo a ministro pidiellino dell’Interno scamiciato e irregolare. Lo facemmo per gioco, certo, ma anche per sincera simpatia. Era uno di noi. «Idealista di destra per aver letto Nietzsche alla dannunziana», si definiva con la giusta dose di autoironia. Alla politica s’era appassionato da bambino, accompagnando lo zio Vincenzo nei comizi trasaccani. Lui, da parte sua, non mancava di condire il Taricone-pensiero con frasi a effetto di Nietzsche e Mishima. «E poi se a Porta a Porta ci vanno Alba Parietti e Sabrina Ferilli, pur’io posso parla’ di politica, porca vacca». Non solo parlare. «Mi affascina l’idea del “fare”, a prescindere dalle ideologie». Così s’era presentato, cogliendo l’occasione di un dibattito su Bombacci, alla sede romana di CasaPound. Un feeling immediato: Taricone divenne il principale sponsor di Istinto Rapace, il corso di paracadutismo sportivo delle tartarughe. «Saltare da 4.500 metri con un paracadute a profilo alare è un’esperienza unica, perché questo sport ci aiuta a crescere, a incanalare le energie nel giusto modo, a stare lontani da quelle derive nichiliste che continuano a cercare di imporci come modelli culturali», spiegò a proposito di tale iniziativa. Che gli pregiudicò simpatie e costò attacchi. Il più violento glielo rivolse Fabrizio Roncone su IoDonna. Come s’era permesso, Taricone? Non era nessuno, se l’era scordato? Figuriamoci. Li aveva ben impressi in mente. Gli anni spesi da studente svogliato e poi da amministratore di condominio, i concorsi senza raccomandazione, gli amici ancora a spasso. E poi il Grande Fratello, la vittoria del Telegatto 2001 e la reazione scomposta dell’eternamente indignato Alessandro Cecchi Paone. «Cosa c’entra la Macchina del tempo con la cultura? Totò è cultura – comiziava il nostro dichiarando guerra all’establishment televisivo – Cecchi Paone è vecchio. Quei leoni sono dieci anni che stanno lì a ruggì. Quei ghepardi sono sempre gli stessi che inseguono e se magnano sempre la stessa gazzella». Sotto il giubbotto da bullo, batteva un cuore buono, non buonista. Quel cuore che s’è spento due anni fa e che amaramente rimpiangiamo.

Dal Secolo d’Italia

Di Roberto Alfatti Appetiti

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