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Esteri. Il 60° anniversario della Rivoluzione cubana come lezione sovranista

Pubblicato il 20 luglio 2013 da Andrea Virga
Categorie : Cultura Esteri

Cuba Anniversary

La settimana prossima a Cuba si festeggerà in pompa magna il 60° anniversario della Rivoluzione. Uffici pubblici e attività commerciali hanno già cominciato ad esporre manifesti e locandine celebrative. Il 26 luglio sarà giornata festiva e gli Habaneros si riverseranno sul Malecón a fare fiesta y pachanga, a bere e danzare fino a tardi.

Non si tratta però della ricorrenza dell’ingresso dei barbudos all’Avana, 1 gennaio 1959. Anche questa è una giornata festiva, l’anniversario del Trionfo della Rivoluzione, ma non è che la conclusione della prima tappa di un’avventura intrapresa più di cinque anni prima. Per strano che possa sembra, non si festeggia un trionfo, il 26 luglio, ma una sconfitta.

Era il 1953, e l’anno prima l’ex-Presidente Fulgencio Batista aveva ripreso il potere con un golpe militare. Era un sergente mulatto, che aveva esordito con il golpe del 1934, prima di essere eletto (questa volta regolarmente!) nel 1940, con il sostegno delle sinistre (comunisti inclusi). La guerra mondiale gli aveva dato l’occasione di correre in soccorso agli States dopo Pearl Harbour e coltivare velleità di partecipazione al teatro europeo. Negli anni ’50 si accontentava di far tintinnare le sciabole e riscuotere dai suoi soci d’affari, Meyer Lanski e Lucky Luciano in primis, laute tangenti destinate al suo conto a Santo Domingo.

Dopo l’occupazione militare e la spartizione delle ricchezze del Paese tra le corporation, infatti, fin dall’epoca del proibizionismo e del dittatore Machado, i puritani Stati Uniti avevano eletto Cuba a bordello di lusso, a 60 miglia dalla Florida. Intanto, fuori dalla scintillante “Parigi delle Antille”, l’Avana dei night e dei casinò, delle mazzette e dei postriboli, i contadini cubani vivevano in condizioni di miseria, mentre l’1% dei proprietari si spartiva il 47% delle terre. Ma non furono loro a sollevarsi, né tantomeno i braccianti delle piantagioni o gli operai delle raffinerie; fu un pugno di giovani di buona famiglia, figli della borghesia bianca e cittadina, a reagire, costasse quel che costasse.

Pochi di loro erano effettivamente comunisti o socialisti, a dire il vero. Molti di loro venivano dal Partito Ortodosso, il cui leader, Eduardo Chibás, si era sparato in diretta radiofonica, per protestare contro la sconcertante situazione politica in cui versava il Paese. Il motto del partito, “vergogna contro denaro”, rifletteva le sue posizioni giustizialiste e nazionaliste. Infatti, ciò a cui puntavano era una Rivoluzione Nazionale che proseguisse il cammino interrotto nel 1898 e realizzasse il sogno di José Martí: una Cuba libera dalle ingerenze statunitensi, pienamente sovrana nel consesso delle altre nazioni americane, e socialmente giusta.

Il delfino di Chibás, già animatore dei suoi circoli giovanili, era un avvocato di ventisei anni, figlio di un piantatore galiziano di Birán, presso Holguín, e cognato del ministro batistiano Díaz-Balart. L’educazione impartita dai gesuiti falangisti del Collegio de Belén aveva nutrito la sua fierezza, il suo carisma e la sua eloquenza, creando un capo naturale: Fidel Alejandro Castro Ruz. Lo affiancavano nell’impresa, tra gli altri, il fratello minore Raúl, i fratelli Abel e Haydée Santamaría Cuadrado, José Luis Tasende, Juan Almeida Bosque e Melba Hernández.

I giovani patrioti cominciarono ad organizzarsi, a raccogliere armi e ad esercitarsi segretamente con l’audace fine di rovesciare il regime. Fedeli alla lezione di José Martí, secondo il quale, chi controlla la Sierra Maestra controlla l’Oriente e chi controlla l’Oriente controlla Cuba, progettarono l’assalto alle due principali caserme di Santiago de Cuba (il Cuartel “Guillermo Moncada”), seconda città del Paese, e di Bayamo (il Cuartel “Carlos Manuel de Céspedes”), entrambe ai margini della Sierra Maestra. Il loro piano era di neutralizzare le forze militari governative, impossessarsi delle armi contenute nelle caserme, e dare così il via ad un’insurrezione generale, che da lì si coinvolgesse il resto del Paese, fino all’Avana.

Era stata scelta la notte del 26 luglio, dopo il Carnival de Santiago, auspicando che i soldati fossero ancora storditi dai festeggiamenti. Tuttavia, nonostante un apparente successo iniziale, l’incapacità dei rivoluzionari di assicurarsi subito il controllo degli edifici e l’intervento di rinforzi governativi fecero sì che l’assalto si risolvesse in un disastro. Molti caddero in combattimento, altri furono giustiziati sommariamente, altri ancora torturati e massacrati, come Abel Santamaría e José Luis Tasende. I superstiti non riuscirono a fuggire nella Sierra, ma furono catturati, processati e condannati al carcere nell’Isola dei Pini. Fu in occasione del processo che Fidel Castro si difese da solo pronunciando la famosa arringa “La Storia mi assolverà”.

Il 26 luglio, dunque, si celebra una Caporetto, che ebbe però, negli anni successivi, il suo Piave, il suo Grappa e la sua Vittorio Veneto. Dal 1956 al 1958, le forze rivoluzionarie, guidate dai fratelli Castro, combatterono sotto il nome di Movimento 26 Luglio. “M-26” era scritto in bianco sulla fascia rossa e nera che i guerriglieri portavano al braccio sinistro, sopra le divise verde olivo, e a loro si deve, essenzialmente, la sconfitta del regime. Gli eventi che seguirono divisero poi lo stesso fronte rivoluzionario, ma eventi come il 26 luglio o il 1 gennaio appartengono all’intera nazione cubana.

A sottolineare ciò, dal 1959 in poi, ogni anno, una città diversa ha ospitato le celebrazioni ufficiali di questa ricorrenza. Quest’anno, il sessantesimo, spetta proprio a Santiago de Cuba, e le mura crivellate di proiettili del Cuartel Moncada riecheggeranno delle voci dei protagonisti d’allora, invecchiati dagli anni e dall’esercizio del potere, ma nell’intimo ancora giovani come allora. Io sarò là, a vedere da vicino com’è un popolo sovrano, un popolo che non festeggia l’occupazione straniera chiamandola “Liberazione”.

* Con questo reportage iniziamo a pubblicare una serie di articoli da e su Cuba

Di Andrea Virga

3 risposte a Esteri. Il 60° anniversario della Rivoluzione cubana come lezione sovranista

  1. Andrò a cercarlo,quello che per 45 anni mi ha raccontato un’altra storia.Ed Io a fidarmi.Mi ha raccontato,”l’altro”, che Battista,dopo il tentativo ‘rivoluzionario’ del 26 luglio finito con l’uccisione di tanti insorti, e con l’arresto di tanti altri fra cui uno dei promotori,cioè Castro,poi liberato(figuriamoci se era stato possibile)per intercessione del Vescovo dell’Avana e fatto scappare.E si è permesso anche di raccontarmi che Castro,malgrado avvertito della fuga di Battista il 31 dicembre del 59′,non fidandosi degli “avvisatori”,impiegò 8 giorni per rendersi presentabile(sulle montagne non è che ci fossero tutti i confort,allora)e finalmente dopo che i “veri” combattenti(quelli sempre rimasti in città) avevano reso sicura L’Avana….il ‘nostro’vi entrò l’8 gennaio,trionfalmente,con i suoi “barbudos”,preceduti dai carri armati che forse non hanno mai sparato un colpo dato che i soldati di Battista non andavano di certo sulle montagne a cercarli….quando tornerà dai festeggiamenti,sarà un piacere leggere il resoconto delle ‘manifestazioni’,cubane.
    nb.Il mio “raccontatore” si era premurato di dirmi che non mi raccontava il tutto per difendere Battista,dato che aveva ridotto l’isola(fra l’altro) ad un bordello a cielo aperto per americani e mafiosi…certo meglio ora,diceva sempre quello,almeno è bordello(per fame, povertà e dittatura) ‘globalizzato’.(con tutto il rispetto per i cubani).

  2. Viva Cuba, paradiso negli anni ’90 (almeno per quel che mi riguarda anagraficamente) di giovani comunisti, che cercavano a Cuba quello che non poteva esserci! (come al solito)
    Viva Fidel Castro, genio sociale, che ha sempre nutrito nei confronti di Mussolini, una sincera ammirazione!

  3. Caro Pietro,

    Fidel il 31 dicembre si trovava ancora sulla Sierra Maestra, a 800 km dall’Avana, e provvedette ad entrare trionfalmente, il giorno dopo, in Santiago, la seconda città dell’isola, da dove fece il famoso discorso dal balcone dell’edificio dell’ayuntamiento di Parque Cespedes.
    Contemporaneamente, all’Avana, entravano le forze guidate da Ernesto Guevara e Camilo Cienfuegos, i quali avevano avuto il compito di portare la guerra nell’occidente dell’isola.
    Questo spiega perché Fidel entrò all’Avana solo una settimana dopo la vittoria.

    I soldati di Batista ci provavano ad andare a cercarli sulle montagne, ma non era facile, viste le condizioni del terreno e del clima (che ho sperimentato di persona!).

    Inoltre, Fidel Castro era già uno dei capi dell’assalto al Moncada. La sua vita fu salvata prima da un ufficiale dell’esercito che rifiutò di uccidere sommariamente i ribelli e insistette per arrestarli in vista di un giusto processo. Intervenne poi anche l’Arcivescovo di Santiago Enrique Pérez Serantes, e pesò anche il fatto che Castro ed altri fossero di buona famiglia. Sta di fatto che fece un breve periodo di carcere presso il Presidio Modelo sull’Isola dei Pini, prima di essere scarcerato, a patto che lasciasse il Paese.

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