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Il caso. La stagione dei saldi coinvolge Eni e Finmeccanica. L’Italia migliore in vendita

Pubblicato il 19 luglio 2013 da Marco Mancini
Categorie : Corsivi Economia

finmeccanica“Abbiamo annunciato, come una delle iniziative strategiche chiave, una accelerazione degli schemi di privatizzazione, che coinvolge i beni immobiliari posseduti, ma stiamo considerando anche la possibilità di ridurre le quote pubbliche sulle società partecipate”. Con queste parole il ministro Saccomanni, in un’intervista a Bloomberg TV, ha comunicato stamattina l’intenzione del Governo italiano di mettere sul mercato parte consistente del patrimonio pubblico, citando esplicitamente anche le “strategiche” ENI, ENEL e Finmeccanica. Ieri, del resto, nel bel mezzo delle polemiche sulla vicenda kazaka, la “cabina di regia” economica del Governo si era riunita a Palazzo Chigi, affrontando tra gli altri proprio questo nodo: pare, almeno a giudicare dalle indiscrezioni giornalistiche, che Fincantieri, Ferrovie dello Stato e Poste siano tra i primi asset indiziati per la cessione.

Insomma, è luglio e comincia la stagione dei saldi. Anche l’azienda Italia mette dunque in vetrina la propria mercanzia, sperando che il riccone di turno passi e si porti a casa qualche pezzo pregiato, sgravandola del peso dei debiti accumulati nel passato più o meno recente. Del resto il piano, al quale anche Renato Brunetta – che ieri ha parlato di un “roadshow con gli investitori internazionali” da tenere in autunno – lavora da mesi, è ambizioso e pretende di avere un impatto notevole, nell’ordine di qualche centinaio di miliardi, sebbene a questo riguardo non manchino le perplessità. Sul Corriere della Sera” di qualche giorno fa, l’economista Pellegrino Capaldo ha definito il progetto di alienazione del patrimonio immobiliare “non realistico”, visto che gli immobili da vendere non sono molti e, in ogni caso, questo non è proprio il momento ideale per farlo. Per non parlare del rischio che vengano ceduti, come già accaduto in passato con le cartolarizzazioni, anche beni strumentali: lo Stato si troverebbe a vendere le sedi di uffici pubblici per poi riprenderle in affitto, con un aumento dei costi totali nel medio-lungo periodo. “Non realistico”, dunque; a meno che non lo si integri con una svendita in grande stile dei gioielli di famiglia.

Se questa è l’intenzione dell’Esecutivo, come sembrerebbero dimostrare le parole di Saccomanni, ci troveremmo di fronte a una scelta ancora più sciagurata, per non dire criminale. Alberto Bagnai, sul suo blog goofynomics.blogspot.it, ha spiegato perché. Per farla semplice, il rapporto debito/PIL è, come dice la parola stessa, un rapporto, composto cioè di numeratore (debito) e denominatore (PIL). Il modo migliore per far scendere il rapporto è far crescere il denominatore, cioè il reddito nazionale. Non è un caso che, lungi dall’avvicinarci ai virtuosi parametri di Maastricht, la politica di austerità degli ultimi anni, determinando una dinamica recessiva, abbia portato il rapporto di cui sopra al massimo storico, con lo sfondamento del muro del 130%. Del resto, chiede retoricamente Bagnai, “quale creditore intelligente chiederebbe a un artigiano di vendere i propri utensili per abbattere, poniamo di 10, un debito di 100? Nessuno, per il semplice motivo che il restante 90, l’artigiano, senza utensili non riesce a rimborsarlo, perché smette di lavorare. O meglio: un modo per rimborsarlo ce l’avrebbe ancora: andare sotto padrone”.

Il rischio concretissimo, insomma, è che il processo di “valorizzazione” del patrimonio pubblico finisca per assestare il colpo mortale alla base produttiva del Paese, già in fortissima crisi a seguito della crisi e delle politiche eurocratiche adottate negli ultimi anni, come dimostrano le cessioni che proseguono senza sosta nel settore privato (solo nelle ultime settimane, la Loro Piana è finita in mani francesi e la Pernigotti in mani turche). Di questo passo, l’Italia diventerà – segnala Bagnai – “semplicemente un serbatoio di manodopera molto qualificata e sempre più a buon mercato”, con tutte le conseguenze che si possono immaginare anche in termini di autonomia politica. Occorre, dunque, vigilare e reagire: non vorremmo che, più che i salvatori della Patria, Letta e i suoi finiscano per essere i nostri commissari liquidatori.

Di Marco Mancini

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