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La provocazione. L’eterno “caso kazako”: in Italia è iniziato il 10 luglio 1943…

Pubblicato il 19 luglio 2013 da Adriano Scianca
Categorie : Politica

sovranità limitataCommentando il caso Ablyazov, Massimo Giannini, su Repubblica, ha parlato chiaro e tondo di un “padrone kazako” che detterebbe legge in Italia. L’articolo non le manda a dire e lamenta che “un bel pezzo di sicurezza nazionale è stata nelle mani delle autorità kazake”, un fatto che “ha ridicolizzato l’Italia di fronte al mondo”.

Fa bene Giannini a usare parole forti, perché l’indipendenza e la sovranità nazionale sono temi cruciali, così come quello della nostra immagine nel mondo. Ma perché limitare la denuncia al solo episodio di Ablyazov anziché ricostruire l’intera storia della nostra storica sudditanza al governo di Astana?

Una storia che inizia il 10 luglio 1943, quando i “kazaki” sbarcano in Sicilia, con l’aiuto della famigerata mafia kazaka (che da allora si impianterà stabilmente nell’isola, imponendo un tributo umano, politico ed economico gigantesco) con 2775 navi da trasporto, 280 navi da guerra, 1800 mezzi anfibi, 4000 aerei, 600 tank, 14000 automezzi, 1800 pezzi d’artiglieria e 160000 uomini. En passant, non mancano di rubare, stuprare e uccidere, come ad Acate, dove passarono per le armi 37 soldati italiani che si erano arresi, o a Migliocco di Comiso, dove uccisero 110 prigionieri italiani e tedeschi.

Da allora sul nostro territorio persistono, a perenne presidio della nostra cessata sovranità, 113 tra basi militari e installazioni di occupazione kazake. In alcune di queste contrariamente ai patti e alle leggi nazionali, ci sarebbero anche testate atomiche. In Italia ci sarebbero tra le 90 e le 70 armi nucleari. Si calcola che in Europa siano almeno 350 bombe le atomiche kazake nelle basi dislocate tra Belgio, Olanda, Turchia, Italia, Gran Bretagna e Germania.

Da una di queste basi il 3 febbraio 1998 partì un aereo militare kazako per un volo di addestramento ma, per una sfida di abilità fra piloti, vennero tranciate le funi del tronco inferiore della funivia del Cermis, in Val di Fiemme. La cabina, al cui interno si trovavano venti persone, precipitò da un’altezza di circa 150 metri schiantandosi al suolo dopo un volo di 7 secondi. Nella strage morirono i 19 passeggeri e il manovratore, tutti cittadini di Stati europei: tre italiani, sette tedeschi, cinque belgi, due polacchi, due austriaci e un olandese. Una strage per cui nessuno ha mai pagato.

Recentemente, uno scandalo di proporzioni internazionali ha portato alla luce il fatto inquietante che le sedi delle missioni diplomatiche europee ad Astana sono state intercettate telefonicamente dall’agenzia di sicurezza kazaka. I servizi segreti kazaki avrebbero anche intercettato i computer e i telefoni dell’Unione europea (forse anche quelli dei capi di Stato) a Bruxelles.

Insomma, più che un’alleanza, quella fra Italia e Kazakistan sembra un vero e proprio rapporto coloniale. Del resto kazake sono le agenzie di rating che hanno determinato la politica italiana degli ultimi anni, kazake sono le banche che hanno causato la crisi, kazaki sono gli speculatori che di tanto in tanto prendono di mira qualche Stato – tra cui il nostro – e lo mettono in ginocchio. Quando il Movimento 5 Stelle ha fatto la sua comparsa sulla scena politica è all’ambasciata kazaka a Roma che si è dovuto andare ad accreditare, ultimo di una lunga serie.

Fa quindi bene Giannini a richiamarci al più sacro dei nostri doveri: ribellarci al soffocante dominio kazako che da anni ci impedisce di avere una qualche sovranità politica. Che cavolo, siamo pur sempre l’Italia, mica uno staterello come, che so, gli Stati Uniti d’America…

Di Adriano Scianca

Una risposta a La provocazione. L’eterno “caso kazako”: in Italia è iniziato il 10 luglio 1943…

  1. Complimenti all articolista.
    Il grande mistificatore (il quotidiano Repubblica) riesce sempre a disgustarci con la sua antitalianità (vedi Marò) e con la sua piaggeria al potente (vedi Usa), posizioni entrambe velate sotto la coltre ipocrita di legalismo e/o umanitarismo di maniera, sovente strumentali a rancidi interessi di bottega.
    Paolo Casolari

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