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Francia. La nuova “Marianna” è una Femen? Così si cancella la narrazione di un popolo

Pubblicato il 16 luglio 2013 da Adriano Scianca
Categorie : Esteri

Femen MarianneChe la rivolta contro la legge Taubira andasse inquadrata nel contesto di una generale ribellione popolare contro la volontà delle élite francesi di cancellare ciò che resta dell’identità nazionale transalpina è un fatto che Barbadillo, in mezzo a pochissimi altri media, ha messo sin da subito in evidenza. Dopo la torre Eiffel trasformata in simbolo gay friendly in occasione del 14 luglio e di cui abbiamo già parlato, ora altri due fatti avvalorano ulteriormente l’idea che al di là delle Alpi sia in corso una vera e propria “guerra dei simboli”.

La prima notizia è piuttosto nota e ha già fatto discutere. Si tratta della discutibile scelta dell’artista Olivier Ciappa, incaricato di disegnare la nuova effige della Marianna (uno dei simboli dell’identità francese più radicati nell’immaginario popolare) destinata a finire sui francobolli. Dopo la presentazione in pompa magna del disegno, l’artista ha infatti confessato di essersi ispirato a Inna Schevchenko, l’ucraina fondatrice del movimento femminista Femen. «Marianna sarebbe stata una Femen perché liberté, égalité e fraternité sono i valori delle Femen», ha chiosato Ciappa, con un accostamento che gela il sangue a molti francesi. Basta del resto ricordare l’indegna profanazione della cattedrale di Notre Dame ad opera delle Femen, con tanto di irrisione a Dominique Venner, per capire di che stiamo parlando. La signora Schevchenko, del resto, ha commentato la sua elezione a simbolo di Francia con questo elegante tweet: «Femen è sui francobolli francesi. Adesso tutti gli omofobi, estremisti, fascisti dovranno leccarmi  il culo quando vogliono spedire una lettera». Chapeau.

Nel frattempo – e passiamo al secondo fatto simbolico – Parigi è stata tappezzata di manifesti del Museo della storia dell’Immigrazione, che ha pensato bene di reclamizzare le sue iniziative con slogan del tipo “Un francese su quattro discende da un immigrato” oppure “I nostri antenati non erano tutti galli”. Ora, qui non è tanto in questione la verità letterale di tali affermazioni (che andrebbero comunque dimostrate e contestualizzate diversamente) quanto il progetto ideologico che ne è alla base. La campagna combatte del resto contro nemici immaginari: neanche il più trinariciuto nazionalista oggi crede di poter rivendicare una discendenza lineare, totalizzante ed esclusiva di tutti i francesi odierni dai galli o magari, in Italia, di tutti i nostri concittadini dagli antichi romani. Il senso di un’origine e di un mito fondativo, però, non è quello di stabilire algoritmi o di dare certezze matematiche quanto piuttosto di strutturare una narrazione collettiva che risponda alle domande su chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo. Diluire questi punti cardinali in una notte del politicamente corretto in cui tutte le vacche sono grigie significa solo rinunciare all’idea che una nazione sia un progetto di civiltà.

“Ogni pensiero di destra discende dalla sensazione che gli uomini esistano prima di tutto in quanto portatori di un’eredità collettiva specifica”, scriveva a suo tempo Venner. A prescindere dalle perplessità che si possono nutrire sull’etichetta di destra, non c’è dubbio che proprio questa concezione sia sotto attacco oggi in Francia (e non solo). Che si parli di famiglia o di nazione, c’è chi ci vuole figli di non si sa bene chi o cosa. Progressisti? Macché, del progresso ormai fanno volentieri a meno. Chiamateli piuttosto “orfanisti”, perché quel che vogliono è proprio renderci tutti orfani.

Di Adriano Scianca

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