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Il caso. Se Bruce Lee risorge per uno spot di whisky destinato ai cinesi

Pubblicato il 14 luglio 2013 da Giovanni Vasso
Categorie : Cultura

bruce leeControverso sacrilegio nel nome del dio denaro: c’è chi turba il sonno del Dragone. Nelle stesse ore in cui cade il quarantesimo anniversario dalla sua misteriosa morte, il mondo si divide sull’iniziativa di un noto marchio americano di whisky che grazie ad uno stuolo di negromanti smanettoni ha richiamato dal mondo dei giusti, per uno spot destinato ai cinesi, il grande Bruce Lee.

Tanto per cominciare, come hanno ricordato i suoi amici – come il regista Edwin Lee – e gli allievi prediletti, il Dragone era astemio, al limite del salutismo. Di certo non per moda né per vezzo, come accade in Occidente, ma per intima visione filosofica e religiosa della vita. Ma l’iniziativa della Johnny Walker, che ha elaborato al computer il volto di Bruce Lee sovrapponendolo al corpo del suo ennesimo sosia, dimostra come ancora sia grande il fascino esercitato in Asia ed in tutto il globo dall’uomo che insegnò le arti marziali al mondo intero.

La scena più famosa, più imitata, più rappresentativa della storia del cinema ‘di lotta’ è quella del combattimento all’ultimo sangue al termine del quale, all’interno del Colosseo a Roma, Bruce Lee uccide a mani nude addirittura Chuck Norris. Quella scena, anni dopo, è stata rivalutata dalla critica cinematografica e, grazie a quei dieci, epici, minuti Bruce Lee entrò addirittura nel cuore del Grande Timoniere Mao Tse Tung. Avrebbe avuto tutte le ragioni per odiarlo, Mao. Lui, nato praticamente per sbaglio a San Francisco negli Usa, cresciuto nell’allora enclave britannica di Hong Kong, era il simbolo di una tradizione ostinata e inestirpabile che resisteva a tutte le sue rivoluzioni culturali. E invece no: secondo quanto, negli ultimi anni, si è venuto a sapere sulla vita privata del dittatore cinese, questi adorava Lee e si affidava al suo ministro per gli affari culturali per ottenere le copie delle pellicole in cui recitava il Dragone. Per Mao e, in questi ultimi decenni per la critica, era diventato un eroe proletario, in grado di combattere e vincere a mani nude contro chi aveva in animo di opprimere il popolo cinese.

In ognuno dei suoi film, Lee, incarna la figura del paladino (umile, senza macchia con il cuore nobile e perfettamente ingenuo: da chi altri Akira Toriyama creatore di Dragon Ball avrebbe potuto trarre ispirazione per il ‘suo’ Son Goku?) che difende, a colpi di kung-fu e jeet kune do, la sua gente dalle angherie dei prepotenti. Nei più diversi contesti, dalle comunità cinesi di immigrati alle prese con la malavita organizzata, fino ai boriosi occupanti giapponesi, passando per tutta una colorita e vasta ‘varia umanità’ composta da sicari, assassini professionisti, uccisori per diletto, stregoni, maghi e strozzini, mastini ed i cani da guardia di associazioni, sindacati, cartelli e clan che vorrebbero cancellare e sopraffare la dignità di un popolo altrimenti inerme. Al termine di lotte spietate, in cui deve immergersi letteralmente trascinato dall’arroganza dei suoi nemici, abbatte tutti i giganti che gli si parano davanti.

Senza eccessiva retorica nazionalista ma con un’efficacia devastante, tanto da fare di lui, secondo la critica degli ultimi anni, “il simbolo e l’eroe del sottoproletariato”. In Asia orientale come nel resto del mondo. E da sconfiggere, almeno per una volta, anche grazie ad una fisicità dirompente, tutti i clichè cinematografici e culturali su un Oriente troppo esotico popolato da decrepiti vecchietti sapientoni, adusi ad esprimersi come la Sibilla Cumana, samurai troppo orgogliosi capaci di far seppuku per un nonnulla e mascherine gialle con gli occhietti piccoli e i dentoni da coniglio.

Oltre alla scena finale di del combattimento con Chuck Norris (maschera inespressiva del superomismo a stelle e strisce ridotta a farsa, specie negli ultimissimi periodi, dall’aggressiva satira del web) in ‘L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente’, è rimasta nella storia la scalata alla pagoda in ‘Game of Death’ in cui, indossando la celeberrima tuta gialla e nera da motociclista al soldo del ‘Sindacato’ (ed a cui pagò il suo entusiasta tributo Quentin Tarantino, vestendo dello stesso abito la vendicativa Uma Thurman di Kill Bill), affronta e vince Dan Inosanto, Jin Han Jae ed il gigantesco Kareem-Adbul Jabbar, leggenda dell’Nba e dei Los Angeles Lakers che, tra l’altro, era – nella vita reale così come gli altri attori – pure allievo di Lee. E’ il suo testamento cinematografico. Ma pure spirituale e filosofico. La flessibilità e la tenacia nel migliorarsi costantemente vincono sempre, l’armonia e l’interiorizzazione sconfiggono anche gli avversari più ostinati ed implacabili.

Quel film, incompiuto, raffazzonato e snaturato dal progetto originale del Dragone, che ne avrebbe voluto fare un vero e proprio manifesto filosofico, venne completato e pubblicato cinque anni dopo la sua misteriosa morte, avvenuta il 20 luglio del 1973. Una lunga sequela di sosia, artisti cinesi vagamente assomiglianti a Lee si alternarono nelle scene della pellicola. Bruce, infatti, aveva soltanto girato i combattimenti della Pagoda.

La sua parabola umana si arrestò in casa dell’attrice Betty Ting Pei mentre era in riunione con il suo produttore Raimond Chow, Fu il volo del Dragone: la sua morte, misteriosa, controversa e ancora dibattuta (al pari di altre celebrità made in Usa come Elvis, Marilyn Monroe, con le quali non aveva però nulla da spartire se non il fatto di essere un’icona mondiale), ed il fatto di essersene andato a 33 anni, età particolarmente significativa per l’Occidente, lo ha consegnato di diritto alla leggenda. Un destino tragico, che si è ripetuto puntualmente accanendosi contro il figlio di Bruce, Brandon Lee, ucciso sul set de ‘Il Corvo’ da una pallottola vera caricava invece di un colpo a salve. Così come, in Game of Death, muore il protagonista Billy Lo. Confermando gli aloni di mistero attorno alla morte del Dragone contornati dalle trame tradizionaliste delle mafie gialle, da una lunga serie di avvelenamenti o violazioni fatali del rigido Feng Shui oppure addirittura da combattimenti finiti male per Bruce. C’è chi, ancora oggi, ritiene che a causare la morte di Lee sia stato il misterioso colpo di un terribile maestro orientale delle più oscure arti marziali, che sebbene sconfitto dal Dragone, si sarebbe vendicato rifilandogli un colpo specialissimo elaborato appositamente per il sommo duello, in grado di posticipare i suoi effetti letali.

A quarant’anni dalla sua morte, il Dragone dovrebbe risorgere per pubblicizzare una marca di whisky. Forse Bruce Lee non merita un destino così assurdo. Non si può turbare il sonno del Dragone per indurre la gente a bere. Contro i suoi stessi insegnamenti.

Di Giovanni Vasso

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