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L’analisi. Se il Cav (anche condannato) rischia di non poter fare a meno delle “larghe intese”

Pubblicato il 11 luglio 2013 da Antonio Rapisarda
Categorie : Politica

berlusconiSe c’è uno a questo punto cui la crisi di governo – nonostante tutto – non conviene è proprio Silvio Berlusconi. Lo sa bene il Cavaliere che, nonostante la rabbia per «l’accanimento dei giudici», ha stoppato ogni opzione di scontro totale con il governo auspicata dai pretoriani del Pdl. Certo, Renato Schifani ci prova a lanciare un avvertimento – «Ci dimettiamo dal governo in caso di condanna» – in risposta all’accelerazione giudiziaria. Ma, si sa, dal Quirinale è chiaro come l’opzione del ritorno al voto sia l’ultima delle ipotesi auspicate.

I falchi del Pdl, da parte loro, credono nelle virtù rigeneratrici di una sorta di “guerra preventiva” che spacchi il Paese in due. Berlusconi, invece, sa bene che un eventuale ritorno immediato alle urne significherebbe scontrarsi di sicuro con Matteo Renzi. Un avversario che oggi ha tutto in “più” rispetto all’anziano leader del centrodestra: è più giovane, più veloce, più in forma, ma soprattutto più nuovo e apprezzato trasversalmente. Tant’è che Berlusconi stesso lo vorrebbe con sé, se potesse. E invece non ce l’ha.

Certo, il leader del Pdl potrebbe tentare il tutto per tutto ma il rischio delle urne potrebbe essere troppo alto. Perché una sconfitta elettorale significherebbe, poi, la mancata possibilità di “trattare” una resa, e l’impossibilità di restare a galla nonostante l’eventuale l’interdizione e di traghettare il suo stesso partito nelle mani di sua figlia Marina. Paradossalmente le larghe intese – nate come punto di forza ottenuto dal Pdl ai danni del Pd – rischiano di trasformarsi nella condanna “minore” per il Cavaliere ma pur sempre in una condanna.

Una rete intricatissima, allora, sta emergendo in queste ore dove il fattore tempo assume sempre più importanza. Ma soprattutto iniziano via via a materializzarsi tutti gli incubi del Cavaliere: Berlusconi infatti sperava con «l’atto di responsabilità» della grosse koalition in un’azione di convincimento da parte di Giorgio Napolitano rispetto alla magistratura inquirente. Sperava, in qualche modo, che la “ragion di Stato” potesse prevalere sul timing dei suoi processi. Forse davvero – come dicono i suoi – si era illuso che la “tregua” con il partito dei giudici fosse possibile.  E invece, sconfitto il fronte politico guidato da Bersani, l’apparato di fatto autoreferenziale della giustizia non ha mollato l’osso. Certo, è sempre possibile che la Cassazione rimandi indietro la sentenza di Appello. Ma poi resterebbe sempre in piedi il processo Ruby e poi un altro ancora.

Insomma, credere che sia possibile separare il destino del governo da quello dell’ex premier è puro vagheggiamento. Libero, come estrema ratio, propone a Napolitano di chiudere la partita con la grazia a Berlusconi dato che quest’ultimo – a quanto trapelato – avrebbe addirittura pensato di presentarsi in carcere, con un’uscita choc, dopo la lettura della sentenza. Giovanni Floris, dall’altra parte, già “sogna” scenari con Berlusconi a fare il “badante” con le vecchiette in forza ai servizi sociali. Un po’ tutti gli analisti, dunque, credono che sia giunta l’ora x. Il Cavaliere, dunque, potrebbe aver costruito con le sue stesse mani una trappola da cui è difficile uscire. Le “larghe intese” potrebbero cucinarlo a fuoco lento. Un piano “perfetto” contro di lui. Se non avesse contribuito lui stesso a metterlo in pratica.

@rapisardant

Di Antonio Rapisarda

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