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Poesia. ‘Millimetri’ del milanese Milo de Angelis o la destrutturazione della parola

Pubblicato il 12 luglio 2013 da Renato de Robertis
Categorie : Cultura

deAngelisCi sono libri che ci fanno comprendere che niente sarà come prima  dopo la relativa lettura. Libri che, acutamente,  segnano  i cammini  nelle storie letterarie  di ognuno di noi. Sono  esperienze di lettura  che continuano a vivere dentro. Come l’esperienza che il Saggiatore   ci permette di fare  con la recente  pubblicazione  di  Milo de Angelis, ‘Millimetri’ ( Giugno 2013,  pagg.72,  euro 12). Per chi si impegna a  capire i destini della poesia contemporanea, la  raccolta di De Angelis,  già stampata  nel 1983,  assume oggi differenti significati.

Soprattutto riconosciamo che, con  ‘Millimetri’,  ha  principio la post-poesia. Cioè, con quest’opera,  molti scrittori/lettori di versi  comprendo che non vi  è la possibilità di un altro inizio per la storia della poesia.  Ma qual  è l’origine di  tale conclusione? Solo una risposta:   La manifestazione poetica di questo autore  milanese  sublima la disgregazione semantica e  celebra  la forma letteraria  senza   alcun obbligo di  comunicazione.

 Anche per chi considera con distacco critico ‘Millimetri’, questa raccolta indica   che i luoghi della poesia sono ormai inabitabili.   E  la lingua dei versi  è ormai priva di vita.  Tuttavia, queste considerazioni,  provate leggendo le poesie di de Angelis,  non fanno tacere in noi  l’urgenza di  partorire nuove condizioni antropologiche del  ‘fare poesia’.  Da qui,  la ricerca di ‘andare oltre’ il  magistero poetico di De Angelis; oltre per focalizzare disparate condizioni intellettuali/linguistiche all’interno della vulva arrossata e frenetica della crisi contemporanea.

Non ci sono prospettive consolatorie nell’ opera di De Angelis.  Ed è la sua stessa formazione  a confermarcelo,  da sempre. Il suo Nietzsche,  i suoi poeti, da  Hölderlin a Rimbaud,  hanno costruito in lui  la  consapevolezza  di un tempo pietrificato e di  una parola sorprendentemente disfatta.  In questo senso, un’altra sua opera che canta la decomposizione, quella fisica,  è  il ‘Tema dell’addio’ (2004) in cui  lo sgretolarsi dell’esistenza appare  definitivo.

Così continuiamo a rileggere attentamente De Angelis  nel quadro della  contemporaneità.  Lo facciamo perché la sua opera rappresenta  un apice della poesia    a cui  però  vorremmo  mettere di fronte  un altro picco elevato.  Ma tra le pagine della contemporaneità  non scorgiamo altre  esperienze liriche, cioè    esperienze che ci dicano che il ventesimo secolo è  andato  ed  è giunto invece  il momento  in cui dare  voce alla vita di  un secolo, il ventunesimo, il quale  sta gridando e chiedendo la difesa degli alberi e dei cieli tersi;  il racconto del lavoro e delle passioni  dei giovani;  le parole della giustizia e  del coraggio.

La poesia non può che  rinascere ritornando all’assolutezza  della vita,  vale a dire all’assolutezza dell’ esperienza.   De Angelis, all’opposto, costruisce ‘Millimetri’ proprio bruciando il rapporto vitale arte/vita/esperienza.

In questa raccolta di versi ripubblicata, l’arte della parola si presenta come un segno stupendamente algido.  Ciò nonostante, in noi,  uomini fluidi mangiatori   nell’ osteria popolare  del web,   l’arte della parola  dovrebbe  rinascere  attraverso  il racconto in versi  della  rabbia individuale e  della partecipazione collettiva .

Leggete ‘Millimetri’. Per comprendere il  dramma della poesia contemporanea. Leggetelo, ma  con la speranza di non essere coinvolti dalla  destrutturazione  sublime  delle parole/contenuti  di questo grande poeta.   Leggetelo.  E un attimo dopo aver letto questi   versi,  pensate  alla   seduzione  infinita  dell’ avventura artistica della parola, “La goccia pronta per il mappamondo/ e per i più sconosciuti/  nomi  di ventura/  ha raggiunto  finalmente  una scorciatoia/ a colpi di lima/ appoggiato il bicchiere/ su un solo dito, fratello/ della prima volta. Tutto/ il campo, con le/ sue biciclette sepolte, sguizza/ parola di ventriloquo: / metà alla  vittoria, metà/ all’erba in trappola. / In noi giungerà l’universo,/  quel silenzio frontale dove eravamo/  già stati.”

Questa la voce di De Angelis.  Con dei versi inafferrabili.  Versi che non concedono neanche l’ombra di un’ eredità minima. Così continuiamo a sentirci orfani. Come degli orfani arlecchini.

Di Renato de Robertis

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