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Anniversari. Francesco Saverio Abbrescia, poeta dalla sensibilità comunitaria

Pubblicato il 6 luglio 2013 da Renato de Robertis
Categorie : Cultura

Francesco_Saverio_AbbresciaLe opere letterarie,  scritte in  lingue regionali, meritano  una maggiore rilevanza nei testi  di  storia della letteratura.  Sì,  nei libri di scuola,  ci sono i poeti  dialettali dell’ottocento lombardo e romano;  ecco il  Porta e il Belli  in  bella posizione nei testi scolastici; ecco  il poeta dialettale Salvatore Di Giacomo, apice della lingua napoletana tra ottocento e   novecento; ecco…

Però, se cerchiamo un poeta barese nella grande letteratura, non troviamo quasi niente. Per questo motivo è giusto cogliere  l’occasione  per ricordare il bicentenario della nascita ( 12 luglio 1813)         del più noto poeta barese del diciannovesimo secolo.   Limitiamoci a questo tipo di premessa per far conoscere Francesco Saverio Abbrescia, il poeta/prete nato a Bari, uomo di ideali liberali e comunitari, tanto da immaginare  una società  pacificata nelle sue liriche.

La sua opera è al centro di numerosi studi svolti dagli storici locali.  E la sua identità  coincide  con l’avanguardia intellettuale borghese nella prima metà dell’ottocento. Insegnante di Lettere nel Real Liceo di Bari, nel 1848  simpatizza con  il Comitato liberale  che auspica  un’evoluzione della monarchia borbonica.

Consapevole della possibilità di trasformare il suo paese,  ipotizza la nascita di un ‘Giornale Scientifico Letterario Commerciale ed  Industriale’  da intendere come una sintesi tra  la ‘voglia di fare’ dei baresi  e le scienze o  tutte le arti moderne.

Vi sono pertanto spazi critici per ri-considerare l’opera di questo letterato dell’ottocento, figlio della piccola borghesia cittadina, e sensibile artista interprete dell’anima popolare locale.  Ed  è la  poesia il punto più alto della sua opera. In molte  liriche  Abbrescia  dà espressioni intense alle tradizioni cittadine tra antica religiosità e nuovi costumi.

Raccontati con la   lingua locale,  i temi delle sue poesie sono dedicati all’ amore tra i giovani, al contrasto vita/morte, alla corruzione delle abitudini locali. Al centro dei suoi racconti,  in versi  vivaci e satirici,   rimane la città  di Bari:  una città che comincia  la propria ricerca dell’ idea di nazione;  come nella poesia  patriottica ‘La uascezze’ ( ‘Allegria’).   In questa  ballata  il  popolo abbraccia i nobili, i ricchi borghesi vanno a braccetto con i  poverelli (poverijdde), il re borbone trionfa su tutti;  ma,  mentre una mescolanza di sentimenti cristiani  si diffonde nelle strade,  la bandiera tricolore si  leva  alta su tutti e tutto ( ‘… la pannera  benedette/ senza uerre, senza sanghe/ tene un verd’ u rus’ u bianche ’- “la bandiera benedetta/senza guerre, senza sangue/tiene il verde il rosso il bianco.”)

‘La uascezze’ è scritta in riferimento con gli eventi del 1848,  per i quali il poeta barese subisce  un successivo  processo  politico.  Di certo,   per   una  collettività   senza  “ nemisce  e  tradeture” ( “nemici e traditori”),  il poeta/prete  si è esposto; egli ha auspicato  una comunità pacificata;   con ingenuità intellettuale ha  intravisto un regno costituzionale  e  una  società  inter-classista.

Con un vernacolo fresco e ironico, la sua poesia sembra agganciarsi  al lavoro letterario delle avanguardie borghesi nazionali della prima metà del diciannovesimo secolo.

Oggi le sue poesie patriottiche meritano di essere ri-lette.  E sono all’altezza di un significativo inserimento critico nei libri dedicati alla poesia romantica/risorgimentale.

Questo poeta/prete  non disgiunge  i suoi  versi dalla necessità di  raccontare il popolo,  le tradizioni religiose di una città, e le illusioni politiche di un periodo storico italiano.  Inoltre,  nella poesia  ‘A le puète’ ( ‘Ai poeti’ ),  egli chiarisce  che  non intende  il suo  poetare en passant,  cioè  vanitoso e  lieve.  Al contrario,  Abbrescia   conosce  l’arte della parola  come  la sua gatta, da maltrattare pure,  da tenere sempre all’erta,  da non adulare,  per scongiurare, in tal maniera,  che  la  gatta/poesia,   si  ingrassi, si ingrassi..,   e poi  esploda,  “ Vu tenìte la  Muse e ì la gatte, / e de fame la  fazze  ndesecà…” ( “Voi avete la Musa ed  io la gatta, / e di fame la faccio star male…”).

                                                                                  

 

Di Renato de Robertis

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