6

La lettera. Gli attacchi qualunquisti alla Sicilia e gli investimenti che latitano al Sud

Pubblicato il 12 Ottobre 2019 da Fabrizio Fonte
Categorie : Parola ai lettori

Uno spaccato di Sicilia

Sta tornando di “moda”, in particolare da parte di alcune trasmissioni televisive (in ultimo «Non è l’Arena» di Giletti), una sorta di gioco al massacro mediatico, in riferimento non solo all’utilizzo del denaro pubblico da parte della classe politica, nei riguardi della Sicilia, ma più in generale nei riguardi di un’intera popolazione. Una generalizzazione che di tanto in tanto torna in auge e che ferisce, certamente, tutti coloro che invece producono con sacrificio ed impegno, avvalorando in effetti la tesi di Bufalino quando sosteneva che la Sicilia è un’«Isola plurale». Nel senso che esistono, e coesistono, tante «sicilie»; «vi è una Sicilia “babba”, cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode». Va detto subito che alcune critiche, specificatamente ad una ben determinata classe dirigente, sono, per carità, anche legittime. Oggi, infatti, il disavanzo della «Regione Siciliana» ha raggiunto i 7 miliardi e 300 milioni (frutto di 30 anni di scellerata gestione delle casse regionali), che peraltro blocca ogni precondizione di investimento. Non a caso dal 2004-2006 le leggi, che prevedono degli impegni di spesa, approvate dall’«Assemblea Regionale Siciliana» sono sostanzialmente il bilancio e la finanziaria. Da quegli anni, ovvero da quando sono iniziati a ridursi drasticamente i trasferimenti statali, il bilancio è stato impegnato per pagare i numerosissimi dipendenti diretti ed indiretti (nell’Isola un occupato su cinque è un dipendente pubblico (20%), con una media superiore a quella nazionale (14%)), per i carrozzoni delle partecipate e per alcuni enti o associazioni (la celebre ex «tabella H» per intenderci). Spesso, purtroppo, dietro al paravento dello «Statuto speciale», il parlamento siciliano, invece di prospettare all’Isola delle condizioni di sviluppo in linea con i parametri europei, ha agito solo attraverso logiche clientelari al fine di accaparrarsi, o mantenere, bacini di consenso elettorali. Tutto ciò ha precluso alla Sicilia di essere attrattiva e competitiva nei mercati internazionali e, di conseguenza, ha allontanato ogni ipotesi di investimento estero, ma anche l’avvio di start-up innovative da parte dell’imprenditoria locale. Il risultato di queste scellerate “politiche” è un assai elevato tasso di emigrazione, ponendo in essere l’ennesimo paradosso pirandelliano di vedere tantissime risorse umane (soprattutto giovani e spesso altamente formati) trasferirsi altrove per vedersi gratificare, in qualche modo, le proprie competenze e professionalità. Ed è una storia che si ripete e che sembrerebbe non avere mai fine, per il semplice fatto che sfortunatamente le classi dirigenti di “governo” hanno frequentemente portato avanti delle “politiche del territorio”, che anziché sviluppare quest’ultimo lo hanno scientificamente depresso, mantenendo delle condizioni di sottosviluppo funzionali alla loro capacità gestionale del potere. Sono, purtroppo, delle amare riflessioni su di una Terra che nonostante abbia immensi «giacimenti culturali» da cui poter trarre profitto, continua ad arrancare sul piano sociale ed economico.

Ecco perché oggi appare indispensabile un serio «piano infrastrutturale» e, soprattutto, un’efficace ed efficiente «Pubblica Amministrazione» a servizio della collettività. L’improvvisazione che sembra perversare nella politica italiana degli ultimi anni a dire il vero non lascia ben sperare ed oltretutto le rivoluzioni in Sicilia storicamente non funzionano. Anche Sciascia, infatti, ha dovuto, almeno in un secondo momento, ammettere che Tomasi di Lampedusa aveva ragione, con il suo celebre adagio «se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». Non a caso a proferire nel «Gattopardo» questa frase non è il vecchio ed attempato «Principe di Salina», bensì suo nipote il giovane Tancredi, sottolineando quanto sia profondo il sentimento di «irredimibilità» nella storia della Sicilia, che nessuna trasmissione, votata a fare audience, può in ogni caso scalfire.

Fabrizio Fonte

Fabrizio Fonte

*Presidente Centro Studi Dino Grammatico

@barbadilloit

Di Fabrizio Fonte

6 risposte a La lettera. Gli attacchi qualunquisti alla Sicilia e gli investimenti che latitano al Sud

  1. Ho seguito i talk in cui hanno parlato della scandalosa gestione finanziaria della Regione Sicilia, e non è vero che si tratta di “attacchi qualunquisti” a una terra e ai suoi cittadini, bensì alla sua classe dirigente, che è la peggiore d’Italia. In realtà la popolazione siciliana è essa stessa vittima di una classe dirigente, che ha usato lo Statuto speciale concesso nel 1946 dal re Umberto II d’Italia, solo ed esclusivamente per fare i propri interessi di casta e mai l’interesse generale di una terra dalle mille potenzialità, mai adeguatamente sfruttate. Se l’autonomia fosse stata usata per fare il bene comune, la Sicilia poteva essere la “Baviera del Mediterraneo”, e invece siccome è stata usata come tutti sappiamo, è di fatto il “Burundi dell’Europa”. Però va detto che una parte significativa delle responsabilità sono dei siciliani stessi, che per oltre 70 anni con il loro voto hanno permesso a questa classe politica di rimanere al potere. E’ inutile girarci attorno, le Regioni vanno abolite e vanno ripristinate la Province, ma la prima da abolire è certamente la Regione Sicilia.

  2. Concordo in toto con il commento di Werner. E da siciliano aggiungo che uno degli errori più grandi della mia vita è stato proprio quello di non aver lasciato definitivamente quest’isola…

  3. Werner,però forse un piccolo appunto te lo devo fare sulla questione voto ; io ti parlo di Palermo,dove vi sono stati negli ultimi anni amministrazioni sia di destra che di sinistra,le prime ci hanno portato Cammarata(un totale disastro),le seconde Leoluca Orlando(quanto di peggio possa esistere su scala nazionale…).Ebbene,quando i personaggi che le varie coalizioni presentano sono come questi,c’è poco da scegliere,a meno di non votare affatto(ma i clientes li voterebbero comunque).La responsabilità più che dei cittadini(che comunque hanno tante altre colpe su mille altri argomenti)è dei partiti politici che ci presentano per il voto codesti soggetti.

  4. @Wolf
    D’accordo con te, ma i personaggi di cui hai fatto menzione sono espressione della partitocrazia nazionale. Secondo me, quando i partiti tradizionali offrono all’elettorato persone inadeguate, i cittadini dovrebbero guardare un po’ di più e “provare” i candidati civici, non legati ad alcun partito politico, che sono cosa ben diversa da quelli che invece sono iscritti ad un partito e si presentano con una lista civica, prendendoli per i fondelli. Almeno questo ciò che penso io, magari scrivo castronate.

  5. Le liste e candidati civici finiscono poi per essere monopolizzati e fagocitati dagli schieramenti più grossi…Vi possono essere rarissimi casi di liste realmente indipendenti,ma hanno(per ovvie ragioni) una visibilità talmente limitata che non mi sentirei di rimproverare chi non le dovesse considerare affatto…Tutto ciò,sempre volendo dare per scontato che siano guidate da gente per bene,cosa che,senza opportuni approfondimenti,in Sicilia non darei affatto per scontato.

  6. …ho usato 2 volte l’espressione “dare per scontato” entro una stessa frase. Vabbè comunque credo si sia capito cosa intendessi dire…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *