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Cinema. Joker di Phillips, il supercriminale che sognava il cabaret

Pubblicato il 6 Ottobre 2019 da Claudia Raimondi
Categorie : Cinema
Il nuovo Joker

Il nuovo Joker

“La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita, dappertutto. Nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi, dappertutto. Non c’è scampo: sono nato per essere solo”.
Era il ’76, l’alienazione metropolitana di Travis Bickle vinceva la Palma d’oro a Cannes: quarantatre anni dopo, la New York da incubo post Vietnam di Scorsese è la medesima, immutabile Gotham City di tutti gli sconfitti, i diseredati, gli scarti del mondo,e quella stessa alienazione conquista  il Leone d’oro di Venezia.

Il filo che lega Joker – il miracolo che ha saputo, dopo la strada già spianata da Nolan, trasformare la genesi di un personaggio della DC Comics in un’inattesa gemma autoriale – a Taxi Driver e Re per una notte, non è un mistero: lo stesso Todd Phillips li ha citati come principali fonti d’ispirazione. Si potrebbe parlare per ore di tutti i rimandi a certo cinema degli anni 70 e 80, o ancora indietro, dalle atmosfere alla colonna sonora, perfetta tra l’altro nel mescolare le cupe marce della compositrice islandese Hildur Guðnadóttir a Frank Sinatra, Etta James, i Cream e Gary Glitter. Ma Joker va oltre: sa di essere un film potente, e ci riesce, ma non vuole fermarsi a questo. La maschera di Joaquin Phoenix – il cui corpo non si risparmia nel mostrarsi continuamente deformato, scarno, scomodo, e il cui volto è un impossibile e incessante fulcro tra riso e pianto – non è solo quella della malattia mentale, del disagio, della miseria umana: è la porta sul retro dell’America, e della società urbana e suburbana occidentale. Il suo Arthur Fleck, ancor prima di diventare il supercriminale nemesi di Batman, sopravvive in un mondo che lo isola, lo ignora, lo calpesta: affetto da disordini psichici di cui ha rimosso l’origine, e il cui sintomo è l’isterica e incontinente risata che lo soffoca nei momenti peggiori, sogna di diventare un acclamato cabarettista come il proprio idolo – un Robert De Niro a metà tra jerry Lewis e David Letterman – mentre il miserabile mondo che lo circonda, fatto di disadattati, freaks, ragazze madri e pagliacci falliti sprofonda tra immondizia, invasioni di ratti e criminalità. La Gotham dove si muove è una società profondamente classista, spaccata tra un’élite granitica e privilegiata che vive del tutto indifferente alle sterminate masse di abbandonati a loro stessi: e il ritratto del candidato a sindaco Thomas Wayne, l’assassinato e sempre rimpianto padre di Batman/Bruce, non ne viene fuori rarefatto e bonario come siamo sempre stati abituati a vedere fin’ora, mostrando invece tutte le contraddizioni di una classe dominante reazionaria e paternalistica. E se questa è la suburra metropolitana, ancora più desolante è l’universo intimo di Arthur, che non conosce altro contatto fisico umano se non con le botte che subisce da parte di balordi, o col corpo in disfacimento dell’anziana madre disturbata che accudisce quotidianamente: in una realtà così sconfortante, l’unica scappatoia  è fantasticare su come avrebbe potuto essere la sua vita, sulla vicina di casa, sul suo programma televisivo preferito. Ma la realtà torna: e Arthur vede punite tutte le sue velleità, tutti i suoi sogni, perché in una società come la sua – la nostra – ai fenomeni da baraccone le aspirazioni,le soddisfazioni e i desideri non sono cosentiti. E tutta la sua vita si sgretola, tutte le sue -poche- certezze si incrinano, mostrandogli l’unica verità: che la solitudine, come Travis Bickle, lo perseguiterà sempre. E allora l’autocommiserazione, la depressione,  il dolore di chi sa di non esistere per il mondo, improvvisamente, si trasformano in qualcos’altro: dal volersi autodistruggere al voler distruggere. E’ il momento esatto il cui non si punta più la pistola verso se’ stessi ma verso il mondo intero, e si preme il grilletto: ecco il Joker, ecco il Caos.

C’è chi ha intravisto la spaventosa carica eversiva, col rischio concreto di istigare moti di emulazione – con precedenti tragici, vista la strage del 2012 -, chi invece ha tacciato semplicisticamente la nascita del super villain come frutto degli abusi subìti, temendo  l’ennesima, pericolosa e facile, giustificazione del Male. Ma non sono gli abusi ad avere creato Joker, come non sono solo gli incubi del Vietnam a far impazzire Travis Bickle: è la società che li abbandona, è il sistema che li ignora e li schiaccia e li vuole soltanto vinti, invisibili, infinitesimali.
Non sorprende allora perché Joker ci affascini e ci spaventi tanto: perché se è molto improbabile e difficile saper essere e restare Batman, sappiamo che, nonostante tutti i nostri sforzi, nel nostro porco mondo a volte è molto, troppo facile – un lutto, un incidente, un fallimento, una malattia – sprofondare nell’abisso, e diventare Joker.

Di Claudia Raimondi

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