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La lettera. Perché merita rispetto l’addio di Calenda al Partito democratico

Pubblicato il 7 Settembre 2019 da Niccolò Mochi-Poltri
Categorie : Politica
Carlo Calenda

Carlo Calenda

Egr. Dott. Calenda,

 chi Le scrive non condivide molte delle Sue istanze politiche, né a maggior ragione il loro ubi consistam, ovverosia quel “progressismo” (mi perdoni il ricorso agli “ismi”, ma gli adopero per chiarezza) che non condivido né elettoralmente, né ideologicamente, né metafisicamente. Di più: nei dieci anni del mio personale impegno politico mi sono adoperato con tutte le forze a difendere la causa del conservatorismo (ciò che ho detto sugli “ismi” vale anche in questo caso, naturalmente!), non solo con la militanza politica in senso stretto, ma anche con una vivace attività culturale e metapolitica. 

 Tuttavia, se c’è una cosa che ho imparato grazie all’esperienza, è che le idee camminano davvero sulle gambe delle persone. E quando, in un momento storico come il nostro, da molti definito “post-ideologico”, ma solo perché non riconoscono o si vergognano di riconoscere il fatto che tutto il dibattito politico è segnato dall’approssimazione – le persone, vivaddio, abbandonano i posti da spettatori del dramma tragicomico recitato dalle ideologie per tornare sulla ribalta della Storia.

 Non mi fraintenda: non sto caldeggiando alcuna forma di personalismo, verso il quale sono sempre piuttosto diffidente, specie in politica. Non mi piaceva quello di Silvio Berlusconi, non mi piace quello di Metteo Renzi né quello di Matteo Salvini, né quello improvvisato da qualunque altro esponente politico. Si figuri che non mi piace nemmeno l’idea stessa di “partito”, perché la considero una forma di personalizzazione ideologica. Ciò che intendo dire è semmai che la politica, come ogni altra attività umana, ha bisogno di persone che non ne siano impiegati/burocrati o parassiti, bensì interpreti. Ciò che occorre alla politica in momenti storici come questo è, a parer mio, di esser tratta fuori dal pantano degli slogans, delle idiosincrasie ma anche delle verità apodittiche, da un pensiero critico che solo le persone, non le masse, riescono a sviluppare. Si tratta di un pensiero che risponde alla sincera esigenza di comprendere la situazione storica attuale e di progettare il futuro, senza indugiare ottusamente dietro al prossimo appuntamento elettorale. 

 C’è bisogno di questo, oggi, non di fanatismo barbarico che trova nella piazza (reale o digitale che sia) il suo luogo di sfogo né di poltronismo vòlto a mantenere posizioni di potere acquisite per clientelismo. 

 Lei, egr. Calenda, senza dubbio è una persona capace di questo pensiero. Che poi questo si traduca anche in scelte di coerenza politica come quella presa ieri l’altro, è una conseguenza niente affatto scontata ma, perciò, tanto più apprezzabile, del Suo modo di intendere la politica – che mi onoro di credere sia anche il mio. Forse in un prossimo futuro mi smentirà, tornando vergognosamente sui suoi passi. Ma io non sono solito fare processi all’intenzione. Perciò, per ora Le dico: grazie di aver dimostrato che la speranza in una politica migliore di quella da “sala dei bottoni” ancora non è morta.

 Cordiali saluti.

@barbadilloit

Di Niccolò Mochi-Poltri

8 risposte a La lettera. Perché merita rispetto l’addio di Calenda al Partito democratico

  1. Calenda è una risorsa vera della politica di questo Paese. Speriamo che ‘non si perda’ e che abbia successo.

  2. Anche se è stato un pessimo ministro dello Sviluppo Economico (pensiamo alla vicenda Mercatone Uno), gli va dato atto che è coerente, perché ha sempre avversato il M5S e non appena il PD ci ha fatto l’inciucio se ne è uscito. Invece i suoi ex colleghi di partito, in nome del poltronismo hanno fatto il governo coi grillini, e non solo, come loro hanno paura di andare a elezioni anticipate perché sanno di straperderle.

  3. Werner. Lo Stato faccia lo Stato e non il salvatore di imprese decotte.

  4. @Guidobono
    Ma nel caso di Mercatone Uno non si trattava di salvare un’azienda decotta, ma migliaia di posti di lavoro. L’impresa era già fallita, e perciò bisognava cedere marchio e punti vendita ad un altro soggetto. Il MISE li fece transitare verso una holding il cui titolare si é poi scoperto essere un tizio che non aveva risorse finanziarie adeguate e che per far ripartire l’attività si indebitò con le banche. Lla holding poi é fallita, lasciando col sedere per terra i dipendenti dell’ex Mercatone che dovevano essere ricollocati. Lo Stato ha l’obbligo morale di intervenire nelle situazioni di crisi aziendali, non può farsi i fatti suoi, anche perché non comporta chissàquale eesborso di soldi pubblici. Quello che dici tu lo fece negli anni ottanta ad esempio, con la REL, in cui furono buttati quasi 700 miliardi di lire per cercare di salvare le aziende italiane del settore elettronico produttrici di tv color, di cui non si salvò nessuna.

  5. Se l’impresa fallisce spiace per chi perde il posto di lavoro, ma non è, non dev’essere, un problema dello Stato. Lo Stato ha i suoi dipendenti, non quelli delle imprese private.

  6. L’obbligo morale dello Stato è di assicurare il buon funzionamento dei servizi pubblici, non quello di essere il datore di lavoro di riserva! Basta assistenzialismo a pioggia a spese di Pantalone…

  7. Per questo io predico sempre il ritorno al liberalismo economico. Sarebbe meglio per tutti.

  8. Al di là della vicenda Mercatone Uno (che non conosco nel dettaglio e non posso giudicare), Calenda è stato un eccellente Ministro, uno dei migliori nella storia repubblicana. Le norme sugli iperammortamenti, sulla industrializzazione e sullo sviluppo tecnologico hanno dato una spinta formidabile ad un sistema industriale che era in grave difficoltà.

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