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La lettera. A cento anni dall’impresa, la destra riparta dalla lezione di Fiume e d’Annunzio

Pubblicato il 2 Settembre 2019 da Paolo Caroccia*
Categorie : Parola ai lettori

Il molo di Fiume

L’impresa di Fiume, della quale a settembre ricorrerà il centenario, è, forse, la più italiana e la più romantica delle imprese: lo spirito che mosse i legionari guidati dal Vate Gabriele D’Annunzio, fu di forte amor Patrio e di “disobbedienza” nei confronti delle potenze estere che miravano a mortificare e a ridimensionare lo sforzo italiano a vantaggio di nuovi Stati-satellite, come la Jugoslavia, da poter controllare e giostrare. Sotto una certa ottica, tale impresa, nel secondo dopoguerra, è maggiore anche della marcia su Roma: infatti a Fiume si esaltava la Tradizione e l’Amore contro il pragmatismo e il cinismo del Presidente americano Wilson.

La domanda da porsi, però, è la seguente: cosa c’entra Fiume con la Destra di oggi? Si può avere una stretta connessione tra Fiume e il sovranismo?

Fiume per la Destra italiana di oggi può essere un enorme patrimonio ed insegnamento: capire l’impresa di Fiume italiana serve per dettare i nuovi orizzonti dell’Italia. Così come cent’anni fa, la politica italiana era in piena confusione, non si usciva dalla guerra dei mercati, ma da un conflitto reale; in più c’era un clima, causa il nuovo governo Nitti, rinunciatario e desolante che stava portando all’Italia ad accettare un Trattato di Pace che vanificava lo sforzo bellico di tanti italiani. L’insegnamento che esce fuori da quella pagina di storia, infatti, può essere brillante e politicamente scorretta: l’Italia da sola può farcela e, spesso, il “ce lo chiede l’Europa” è usato per limitarci.

La seconda domanda merita una riflessione più acuta: l’impresa di Fiume non nacque da un’idea dannunziana, ma venne raccolta dal Vate su proposta dei cittadini della città adriatica. Fiume era italiana perché i cittadini, in gran parte, si sentivano baciati dal tricolore nonostante politicamente, territorialmente ed istituzionalmente siano stati lontani dal Bel Paese: l’impresa fu di popolare, culturale, sociale e non di apparato o di Stato. Fu anche questo un motivo per cui a capo dell’imprese fu scelto D’Annunzio e non un generale qualsiasi. Se il sovranismo, dunque, vuole sopravvivere deve rilanciare un’anima culturale che lo lega al popolo per creare una destra identitaria e sociale.

Quindi, in questo momento di analisi e rilancio politico, se la Destra vuole essere una forza irrompente ed entusiasmante rivolga lo sguardo verso Fiume perchè possa ritrovare la rotta.

*Dirigente provinciale Fratelli d’Italia Salerno

Di Paolo Caroccia*

6 risposte a La lettera. A cento anni dall’impresa, la destra riparta dalla lezione di Fiume e d’Annunzio

  1. Oddio, cento anni dopo forse qualche ‘aggiornamento’ sarebbe opportuno (per essere credibili). Perchè se la destra di oggi’guarda’ a Fiume e al Vate come a dei modelli stiamo freschi…In termini politici, non in termini culturali o di costume, naturalmente…Parola di chi a 20 anni (50 anni fa, circa) aveva già letto tutti i romanzi di D’Annunzio, parte della sua opera lirica, in prosa e teatro, e visitato due volte il Vittoriale, tra l’altro…Non certo un ‘sinistro’… E non prendiamo in giro l’universo mondo. La colpa fu di chi entrò nel 1915 in una guerra inutile e scriteriata. Senza neppure richiedere Fiume (Patto di Londra). Ma per l’ “onore” (altri lo definirono tradimento) valeva poi la pena sacrificare oltre 600 mila vite e 900 mila mutilati (per non parlare dei danni materiali)?

  2. Si ne valeva la pena

  3. Forse, ma se fossero stati volontari, non contadini analfabeti o semi in maggioranza, che se non avanzavano, o peggio retrocedevano, dietro c’erano i carabinieri a sparargli! In questo modo non crei una patria, ma molta avversione alla sua idea, purtroppo. Lì maturarono le centinaia di migliaia di disertori e poi le rese in massa della WWII, tranne lodevoli reccezioni, quando Mussolini non volle più far ammazzare quelli che retrocedevano…

  4. La destra italiana nel dopoguerra è stata un concentrato di buoni a nulla, ladri, massoni, ciarlatani vari, finita nella vergogna a Montecarlo, e questo lo sa benissimo chi abbia bazzicato anche per poco tempo le sedi missine . Da salvare c’erano i poveri militanti ‘buoni soltanto a riempire le greppie di quattro militanti’. A Fiume ci andavarono gli Arditi, i Futuristi, i sindacalisti rivoluzionari ; nella destra italiana tra Papeete e Meloni c’è solo miseria .Tra Salvini e Mario Carli o tra la Meloni e Alceste De Ambris ci può essere un paragone?

  5. Alceste de Ambris non fu mai fascista, né prossimo al fascismo, e questo lo disse Mussolini… Di Mario Carli ebbi tra le mani alcuni carteggi di quando era Console Generale a Porto Alegre. Un buon Console, ma uomo d’ordine, come Mazzolini, che fu un buon Ministro residente a Montevideo e poi Console Generale a San Paolo. Molto popolare, aprì i giardini della Residenza a tutti i connazionali nelle ricorrenze patrie…Doveva diventare il Governatore dell’Egitto, o qualcosa del genere, ma al Canale purtroppo non ci arrivammo mai… Mazzolini morì diabetico, sottosegretario all’epoca della RSI (suo fratello Quinzio, anch’egli Ambasciatore, stava dall’altra parte)e non avendo lasciato un soldo Mussolini gli pagò il funerale di tasca sua…

  6. Anche D’Annunzio e molti legionari erano massoni…Se uno aveva la vocazione di rubare si sceglieva un partito di governo dopo il 1948, non l’emarginazione missina…. Sonnino – Ministro degli Esteri dal 1914 al 1919 -non richiese Fiume durante la negoziazione del Patto di Londra nel 1915, come ho qui scritto giorni fa. Fu uno dei suoi tanti errori. In ogni caso Wilson disse a Parigi di non attribuire valore al Patto di Londra e come tutti i vincitori erano indebitati fortemente con gli USA tacevano… anche perchè la posizione di Wilson sulla Dalmazia ormai faceva pure comodo a Francia e Gran Bretagna…

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