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Cinema. Quando il cinema di genere diviene strumento sociologico

Pubblicato il 28 Agosto 2019 da Stefano Sacchetti
Categorie : Cinema

Secondo l’Associazione Italiana di Sociologia si definisce con l’espressione “senso comune”:   <<quell’insieme di rappresentazioni, narrazioni, discorsi e linguaggi che danno senso alla realtà sociale e che la strutturano in termini di costellazioni di potere (…)>>. Il senso comune investe vari aspetti della vita, dunque la cultura, al cui insieme appartiene anche il cinema, ed è sicuramente una categoria utile e funzionale per descrivere del riverbero che un certo tipo di cinema, in questo caso quello di genere, ha sviluppato all’interno della società italiana. Il pregiudizio snobistico per un certo tipo di cinema ha contribuito non poco a sminuire il cinema italiano in generale, anche secondo l’antica logica per cui “nemo propheta in patria”. 

In un’intervista ad Antonio Dipollina, Marco Giusti è lapidario e deciso, anzi, decisivo e spiazzante. Critico, saggista, scrittore e soprattutto autore televisivo, creatore di programmi di rara foggia come Blob e Stracult. Un aut-aut concettuale. Una scelta. Il cinema di genere versus il cinema d’autore. Lui, ovviamente, parteggia per il primo.

Marco Giusti

<< (…) Abbiamo detto di quando eravamo maestri del cinema di genere che si vendeva all’estero: e oggi che succede? Prenda la serie Gomorra. È il western fatto a Napoli.Piace tantissimo all’estero, guarda caso. L’amica geniale? È un melodramma, no? Idem. E Sollima chiamato in America a fare quel cinema, e Guadagnino che fa Suspiria. Ce lo vogliamo mettere in testa che sappiamo fare soprattutto queste cose?».

Rivalutare il trash, un’accusa che contiene un sottile marchio di infamia agli occhi di chi si ritiene di parteggiare con la critica che predilige il cinema, così detto, d’autore, ammesso che, nella contemporaneità, la dicotomia <<cinema di genere versus cinema d’autore>> abbia ancora senso. Il cinema di genere è stato demolito in ogni suo aspetto da una critica formatasi in una specifica scuola filosofica, spesso non senza ragione.  Basta scorrere una qualsiasi recensione su un qualsiasi motore di ricerca per vedere come vengano decomposti e ricondotti a scarto. Il palato dei cinefili, spesso con una discreta dose di sprezzo, considera i film dei Vanzina (ma non del loro padre Steno), di Castellano e Pipolo al pari di una serie di incidenti di percorso. E l’etichetta di prodotto trash è riservata a certi spaghetti western (si prendano i vari Django) o poliziotteschi.

Se si considera il cinema come uno specchio della società, il cinema di genere può risultare una sonda rispetto ai cambiamenti intrinsechi che colpiscono la società nella sua interezza. Il cinema sopravvive grazie al genere, non solo economicamente, ma anche perché proietta fuori dalla prospettiva egocentrica il ritmo della narrazione, imbastita dal movimento dell’inconscio dei propri autori. Il cinema di genere è un romanzo d’avventura, parla di categorie esistenziali senza didascalie attraverso disincrostazioni dell’immaginario.

Con le nuove forme di trasmissione dell’opera cinematografica (come le piattaforme web) e dello sviluppo della serie tv anche questo muro è destinato ad infrangersi e lo si può infatti notare guardando le modifiche della programmazione delle ultime uscite. Da diverso tempo, infatti, i così detti <<autori>> hanno abbracciato il linguaggio del cinema di genere.  Nelle sale è uscito Il Traditore, incentrato sulla vicenda di Tommaso Buscetta, il pentito. Un film di genere che rientra in pieno nei canoni del Gangster Movie. L’autore è Marco Bellocchio, un cardinale del cinema italiano.

Il Senso comune però riduce il cinema di genere alla commedia, la cui immagine assume un riflesso vituperato “per colpa” dei cinepanettoni, tralasciando però l’importante ruolo sociologico che assume il genere medesimo nel descrivere proprio gli andazzi del suddetto senso comune, eterno ed irriducibile parametro di giudizio. Ed è così da almeno trent’anni. Infatti, film come Mani di fata di Steno con protagonisti Renato Pozzetto parlava di disoccupazione e di ribaltamento dei generi. Sono Fotogenico descriveva le illusioni del mondo del cinema, sempre con Pozzetto. Per non parlare poi dei vari Benigni, Troisi, Verdone e Francesco Nuti che con maestria e stili differenti hanno saputo incanalare le pulsazioni e le variazioni del tessuto socioculturale nostrano, per più di un decennio. I protagonisti delle commedie, solitamente, sono maschere, personaggi, archetipi. Un po’ goffi, un po’ irrisolti, un po’ malinconici. In tutti questi spigoli, però, passa una verosimiglianza con la quotidianità delle persone comuni, che sentono di arrivare alla fine del mese, o alla fine della gara, con il fiato corto, ma preservano in parte la loro dignità.

Punti a favore del cinema di genere vengono dalle parole di Riccardo Freda, un maestro del settore, a cui Giuseppe Tornatore ha dedicato pure un breve documentario (segno della sterilità di certi steccati): <<A me interessa lo spettacolo per lo spettacolo: la favola, la fiaba, chiamala come vuoi, il racconto, il racconto di fatti umani appassionanti dal punto di vista delle tragedie nostre, quotidiane: oggi si finisce in scazzottate da western, allora in duelli o in risse da taverna>>.

Steno, uno dei registi padri della commedia all’italiana

Nella società postmoderna, anche il cinema di genere, dunque, può riacquistare la doverosa e legittima dignità che gli è propria.

 

Di Stefano Sacchetti

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