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Anime. I Cavalieri dello Zodiaco ovvero del trionfo del marketing

Pubblicato il 5 Agosto 2019 da
Categorie : Televisionando

Altissimi si levano al cielo i peana, le condoglianze. Un lamento generale e generalizzato. Nell’estate del Papeete, della modamare in frescolana dei tempi belli che furono, nell’inferno delle divisioni, un solo argomento mette tutti d’accordo.

La nuova serie “Saint Seiya – The Knights of the Zodiac” non piace (quasi) a nessuno. È uscita all’inizio dell’ultima decade di luglio; subito dopo sono spuntati migliaia di video, di post, di articoli. A pochissimi è gustata l’ennesima minestra riscaldata, il nuovo reboot. Il coro è unanime: non si sevizia così un cult. Sarebbe l’ora di riprendere coraggio e inventarsi qualcosa di nuovo invece che sfruttare all’infinito marchi, sigle e titoli prestigiosi.

Ma tutto nasce per colpa di un equivoco. Il problema di fondo è che Netlix ha pubblicato una serie per bambini americani e lo ha fatto prendendo a prestito una storia che ingolosisce milioni di trentenni in tutto il resto del mondo. Il busillis è dunque semplice e lo ha già spiegato la Toei, dato che le anticipazioni avevano sollevato un autentica ribellione in Giappone. “Prodotto pensato per un pubblico occidentale”. Leggi di cultura anglosassone: l’unica (e immensa) parte del mondo che ancora non s’era inchinata al Fulmine di Pegasus.

Con questa premessa si capiscono due cose. La prima: l’uso della computer grafica. Per chi ha superato i trent’anni è stato un trauma; senza nemmeno la consolazione del disegno dell’anime, è stato davvero straniante vedere Lady Isabel e i cavalieri muoversi sullo schermo più simili al Trenino Thomas che agli antichi classici cantati dalle reti private negli anni ’80 che i bambini non capirebbero nemmeno più. La seconda: l’abuso di mezzi militari, di proiettili, di hitech, di armature che si muovono da sole e si trasformano in piastrine militari, di meteore, persino tombini animati ed elicotteri abbattuti con un fiato: agli americani ‘ste cose piacciono da impazzire, a ogni età.

Ce n’è ancora una terza che fa da preludio alla grande questione, in realtà povera ma che ha fatto parlare e straparlare della serie ben prima che questa uscisse. Si tratta dell’azzeramento della violenza. La computer grafica, più realistica, rischia di mostrare crudeltà senza il filtro dell’irrealtà garantita dai disegni. Ergo, cancellata: ai cavalieri è concesso lanciare palle di energia stile Dragon Ball ma di cui non pare ci sia traccia nella serie classica. Così le mamme non si inquietano. E, intanto, non dovranno nemmeno scomodarsi a spiegare ai figlioli che significano quei paroloni che si scambiano  i duellanti prima di pigliarsi a mazzate. Ricordate le citazioni cavalleresche, addirittura dantesche? Scordatevele, nonostante (dove possibile) siano tornati i doppiatori originali. I dialoghi sono a misura di ragazzino.

S’arriva così alla grande questione, quella del politicamente corretto che avrebbe imposto il cambio di sesso del personaggio di Shun, cioé Andromeda. Nella nuova serie diventa Shaun, una “guerriera pacifista” che non combatte per imporsi né per altre cose frivole e violente da maschi ma utilizza solo tecniche di autodifesa (seppur armata di una catena che manco ai tempi delle risse coattissime al bar quando s’impennava con i Sì e i Ciao) che le sono state insegnate dal fratello Nero, poi (variazione sul tema di) Phoenix.

Il personaggio è francamente antipatico: chiede conto a Pegasus e Sirio della loro presenza al torneo indetto da Lady Isabel, lei è diversa da loro perché non combatte per imporsi sugli altri. Però si trova lì anche lei e i poveri Seiya e il Dragone stanno attorno al ring torturati dai sensi di colpa (l’armatura non si usa per scopi privati! Nella serie originali, invece, si battono in un torneo trasmesso in mondovisione….) e solo perché costretti dai loro maestri. Una differenziazione sottolineata troppo che diventa alquanto bigotta: una donna non può amare il combattimento, essere valente nella lotta e valorosa senza essere costretta a doversi sbracciare in mille e inopportune protasi?

Non ci vuole chissà che scienza a capire i motivi veri della transizione da uomo a donna del cavaliere di Andromeda. È solo marketing, fatto anche maluccio dal momento che non è piaciuto a nessuno. Altro che chissà che trama politica; l’idea di fondo è limpida: se le bambine avranno un personaggio in cui identificarsi, il pubblico si allargherà a dismisura rispetto a quello dei soli maschietti. È matematica, non è (solo) politica.

Date le premesse, la serie apparsa su Netflix è una grande operazione commerciale che punta agli Stati Uniti e alla cultura loro cerca di adattarsi. Chi preferisce altro, farà meglio a procurarsi i dvd della serie classica…

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