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Politica. Elogio della rivolta di Reggio Calabria come riscatto del Sud

Pubblicato il 15 Luglio 2019 da Augusto Grandi
Categorie : Politica
I moti di Reggio Calabria

I moti di Reggio Calabria del 1970

Allons enfants de la Patrie.. Persino nella sgangherata scuola italiana si continua a studiare che il 14 luglio 1789 iniziò la rivoluzione francese con la presa della Bastiglia (sperando che i nuovi prof, quelli che hanno adottato il libro di Storia in cui si spiega che a Caporetto vinse l’esercito italiano, non confondano Bastiglia con Pastiglia).

Ma il nostro storico Marco Cimmino ricorda anche che quel 14 luglio i popoli hanno capito che le rivoluzioni si possono davvero fare e, a volte, si può persino vincere.

Forse speravano di vincere anche i reggini che, il 14 luglio 1970, diedero inizio a quella che sarebbe diventata nota come “rivolta di Reggio Calabria”, durata quasi un anno e conclusa con una bruciante sconfitta. Rivolta e non rivoluzione, indubbiamente, ma anche l’ultimo tentativo del Mezzogiorno italiano di rivendicare la propria dignità. Contro uno Stato oppressore ed iniquo, uno Stato centrale legato a potentati locali. Uno Stato che non rinunciò ad uccidere, pur di stroncare la protesta popolare. D’altronde anche l’anno prima, a Battipaglia, lo Stato democratico aveva sparato sul popolo che protestava, provocando due morti e 200 feriti.

È la democrazia, bellezza. Puoi sfilare liberamente facendo il pagliaccio, ma se metti in gioco il potere dei soliti noti, ti sparo. Meglio i rapporti tra Stato e ‘Ndrangheta, tra Stato e Mafia, tra Stato e Sacra Corona Unita piuttosto di lasciar campo al populismo.

Dunque la rivolta di Reggio andava stroncata ad ogni costo, riconsegnando il territorio al controllo delle famiglie di ‘Ndrangheta. Così come andava stroncata la protesta di Battipaglia contro il caporalato. E di caporalato si muore ancora oggi, 50 anni dopo.

La stessa logica che porta ad impedire la realizzazione delle autonomie regionali. Perché autonomia significherebbe, per il potere locale, dimostrare alla propria gente l’incapacità di governare; significherebbe far emergere ritardi, privilegi, favori; significherebbe dimostrare che la spesa eccessiva è legata a sprechi e non ad investimenti. Si capirebbero gli effetti disastrosi del clientelismo, del nepotismo. E la rabbia repressa potrebbe tornare ad esplodere.

Meglio tenere tutto nascosto, attribuendo allo Stato centrale la responsabilità dei ritardi e del mancato sviluppo. Lasciando che sul territorio continuino a comandare le solite famiglie mafiose. Assicurando una scarsa preparazione scolastica perché l’ignoranza aiuta a restare sudditi fedeli, favorendo l’emigrazione dei migliori perché dimostrano che si può crescere, favorendo l’arrivo di nuovi schiavi più facilmente controllabili ed utilizzabili anche come manodopera criminale.

Che importa se Palermo è piena di rifiuti quando il sindaco della città può andare in tv a difendere i clandestini? Mica deve occuparsi dei palermitani, lui. Tanto il 14 luglio 1970 è lontano e le rivolte sono state sostituite dai gattini su Facebook.

@barbadilloit

Di Augusto Grandi

3 risposte a Politica. Elogio della rivolta di Reggio Calabria come riscatto del Sud

  1. Quella di Reggio Calabria fu una rivolta abbastanza sgangherata in una regione sgangherata ed in uno Stato che, ahimè, si stava sgangherando sempre di più. Una rivolta per difendere posti pubblici e di sottogoverno locale, essenzialmente. Poi sono arrivati i paroloni, le alte intenzioni e bla-bla, ma insomma, le motivazioni immediate quello erano…La burocrazia non si tocca se non per espanderla…In Italia meno autonomie locali ci sono meglio sarebbe. Aveva ragione Mussolini, neppure i sindaci…Con appalti centralizzati assegnati e controllati non in loco…

  2. Grandi ci faccia il piacere mai lette tante corbellerie in un solo articolo: un solo nome De Stefano.Per quanto riguarda le autnomie regionali abbiamo vista la Sicilia o i vari Formigoni, Galan, cota Maroni ,Scoepelliti Marrazzo, Del turco eccetera.

  3. Il 14 luglio 1789 fu ben lungi dall’essere quello che poi la mitografia nazional-rivoluzionaria creò in termini epici, tanto è vero che solo a partire dal 1880, in una Francia sconfitta ed umiliata, alla ricerca di fatti della storia per ‘nazionalizzare le masse’ sfiduciate , esso divenne un anniversario degno di ricordo. All’epoca non solo neppure Luigi XVI la degnò di un rigo nel suo diario, ma quasi tutti pensarono che quella vecchia fortezza, già condannata alla demolizione, che ospitava 6 o 7 reclusi nobili o ricchi, certo non sanculotti, non meritasse alcuna particolare attenzione, al di là dei poveri servitori dello Stato trucidati dalla ciurmaglia antenata dei ‘gilet gialli’… Ben altri furono i ‘passaggi’ importanti della Grande Révolution…

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