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Cultura (di P. Isotta). Così i giochi della politica travolgono il Teatro Stabile di Napoli

Pubblicato il 4 Luglio 2019 da Paolo Isotta*
Categorie : Scritti

San Gennaro, mio protettore e soprattutto testimone, sa quanto vorrei scrivere di Omero, di Gibbon, delle origini di Roma. Purtroppo il mio passato giornalistico mi costringe a intervenire ancora, di tanto in tanto, su questioni che toccano la vita dello spettacolo italiano. Debbo farlo a proposito di un’importantissima istituzione della prosa italiana, il Teatro Stabile di Napoli. Ai lettori ricordo che tale istituzione svolge la sua attività abituale sia nel Teatro San Ferdinando, quello di Eduardo De Filippo, sia a Pompei d’estate, sia in quello che oggi si chiama il Teatro Mercadante. Esso è il borbonico Teatro del Fondo: quello ove avvenivano le rappresentazioni del Teatro San Carlo che non si collocassero nella sala principale. In questo bellissimo edificio neoclassico, dall’ ottima acustica, si ebbe, per esempio, la prima rappresentazione dell’Otello di Rossini (ossia la prima Opera importante della storia tratta da Shakespeare), nel periodo che, essendosi incendiato il Teatro di Corte il 12 febbraio 1816, il sommo architetto Antonio Niccolini lo ricostruì in meno di un anno facendole il più bel teatro del mondo e anche – allora – , prima della distruzione fatta dal commissario Salvo Nastasi, quello dotato della migliore acustica del mondo.

Il Teatro Stabile di Napoli svolge un’intensissima attività di prosa. Essa è varia. Non posso dire che tutto quanti vi si rappresenti merita di essere lodato o anche solo ricordato. Cito un’indegna messinscena delle Rane di Aristofane con la regia di un Giorgio Barberio Corsetti e due guitti chiamati Ficarra e Picone, che avrei fatta interrompere a pochi minuti dall’inizio. Però oggi non sempre è possibile salvare la qualità, nella musica, nella prosa, nel cinema. Il direttore artistico dello Stabile, Luca De Fusco, la pensa come me: ma sentendosi investito di un ruolo pubblico, debbo elogiarlo per il fatto di dare spazio anche a ciò ch’è lontano da lui, a ciò che non gli piace, a ciò che non condivide.  Infatti io non potrei ricoprire il suo ruolo. Faccio un altro esempio. Di recente, in una specie di trappola per topi chiamata il “Ridotto del Mercadante”, è stata rappresentata una serie di monologi di Giuseppe Patroni Griffi, un sopravvalutatissimo drammaturgo, regista, scrittore, poeta, che andrebbe lasciato all’oblio del limbo. Ma è capitato che De Fusco affidasse l’incombenza a Lara Sansone. Col suo genio, l’attrice napoletana è riuscita a creare un guscio vuoto, obsoleto, pateticamente inane, dandogli sostanza drammatica e umana. Ne è venuto un grande spettacolo, ma solo per l’intuizione di De Fusco di affidarsi a una potente personalità del palcoscenico. A ogni buon conto, nella gestione De Fusco il Teatro è passato da 2400 abbonati a 7000; il fatturato era quattro milioni e mezzo, ora è dieci. Sotti di lui il Teatro Stabile è diventato Teatro Nazionale. Etc.

De Fusco, napoletano e, macchia incancellabile, proveniente non dai Centri Sociali ma da una civilissima borghesia, in proprio è regista. Lo si accusa di fare rappresentare le sue regie nel teatro da lui diretto, quasi che ciò non sia un suo preciso compito. Ha fatto, per esempio, due spettacoli esemplari, dei quali ho scritto. Sei personaggi in cerca d’autore, un vero Pirandello col rispetto del testo e della didascalia, in un’epoca nella quale i furbastri fanno quasi solo “da” Pirandello – anche per beccarsi i diritti d’autore. Una Salome di Oscar Wilde con tutta la perversione orientalistica che il grande irlandese desume dalla fonte, il sommo Flaubert.  De Fusco è alla scadenza del mandato. È circondato da nemici, i quali mercoledì terranno un consiglio di amministrazione per far cadere la sua testa. Per amor di verità, debbo raccontare meglio la storia.

Il suo nemico numero uno, inutile dirsi, è il sindaco De Magistris. Una città cade a pezzi, l’intero quartiere di Posillipo è invaso dall’immondizia, i pini sono stati tagliati, egli è alla fine – totale – di un’inspiegabile carriera politica: col voto, appunto, dei Centri Sociali. Il suo livello culturale è tale che a rappresentare il Comune in Consiglio di Amministrazione ha collocato Patrizio Rispo, un attore delle serie televisiva Un posto al sole che con la lingua italiana (e anche, direi, la napoletana) ha serie difficoltà. Ma De Fusco, come dico, è l’emblema di una civile borghesia, ed è l’alieno da abbattere. Or che cosa avviene? Il Presidente dello Stabile è un’altissima carica dello Stato, niente meno che Filippo Patroni Griffi, Presidente del Consiglio di Stato. Ci conosciamo dall’infanzia, è colto, è una mente giuridica. Ma uno il quale dovrebbe rispondere solo a Dio – e la sua carica glielo consente – è inspiegabilmente paralizzato dal timore di spiacere a un cadavere politico quale De Magistris e al suo Rispo. Oltre a manutengoli che scrivono su loro mandato attacchi giornalistici contro De Fusco. Negli stessi giorni, scadendo fra meno di un anno la soprintendente del San Carlo rag. Purchia, il Teatro, del quale il presidente ex lege è De Magistris, indice un bando per la presentazione delle candidature. De Magistris è sindaco della stessa città: ma il fatto che per due teatri di pari importanza il comportamento sia difforme si chiama, nella migliore possibile interpretazione schizofrenia. Un vertice di una magistratura di garanzia amministrativa quale Patroni Griffi invece non indice un bando per nominare il successore a De Fusco. La sola procedura trasparente e ammissibile.

Non posso credere che la non indizione del bando, censurabile sotto profili che il Patroni Griffi dovrebbe insegnare a me e a tutti, nasca dal timore che se si presentasse De Fusco stesso per chiedere la riconferma, i suoi titoli sarebbero così schiacciantemente superiori a quelli dei concorrenti che il Consiglio si troverebbe come il Sinedrio davanti a Cristo. Siccome invece De Fusco, lo ripeto, non appartiene ai Centri Sociali, ecco che il Patroni Griffi accoglie il consiglio che al Sinedrio diede l’esperto politico Caifa: oportet ut unus moriatur pro populo: “bisogna che qualcuno muoia per tener tranquillo il popolo” (un popolo che per De Magistris non potrà votare più…). Ma il Vangelo dice anche: “Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti”. Patroni Griffi è vivo, ma invece di seppellire un morto come De Magistris ne riesuma il cadavere per farlo profetizzare: come quello della città di Numanzia assediata dai Romani di che parla Livio. Il cadavere vaticinò la fine di Numanzia e la morte di tutti gli abitanti. Per eterogenesi dei fini, i nomi improbabilissimi e, soprattutto, surrettiziamente inventati contra personam, realizzeranno il vaticinio del cadavere numantino: la morte di questa napoletana Numanzia chiamata (ormai quasi ex) Teatro Stabile.

www.paoloisotta.it

*Da Libero Quotidiano del 3.7.2019

Di Paolo Isotta*

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