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Musica. The Thing: da Torino il pop che guarda alla tradizione britannica

Pubblicato il 30 giugno 2013 da Marco Petrelli
Categorie : Musica

musicaThe Thing, la Cosa. Mi viene subito in mente Carpenter, dei cui horror sono innamorato. E invece no, perché qui siamo in tutt’altro campo, in quello di un boy band piemontese che in pochi mesi ha conquistato il giovane pubblico di Torino.

The Thing ( Michele Albera, Lorenzo Albera, Roberto Benzi e Luca Calderan) ha esordito da poco con Blue, brano dalle tonalità che a primo acchito mi ricordano qualcosa che non riesco bene a capire subitoScorro allora la pagina facebook della formazione e mi è tutto chiaro: locandine e foto pregne di british style, tra beat e mod.

D’altronde Michele Albera, il cantante, me lo dice subito che il suo genere è il pop che guarda alla tradizione britannica. Ho imparato a memoria le parole dei Beatles prima di capirne il significato. Poi è venuta la passione per i Blur, i Pulp, gli Stone Roses e ovviamente gli Oasis”.

 

The Thing, La Cosa. Sei un fan di Carpenter?

Ce lo hanno chiesto in molti. Sì, Carpenter o perché non la Cosa dei “Fantastici 4”?

Ricordo che Morrissey disse che il nome The Smiths voleva strizzare l’occhio al cognome anglosassone più comune e banale. In un periodo di cantanti truccati e nomi altisonanti, lui cercava l’anonimato. The Thing, la cosa…

 

Nell’era di tormentoni estivi e di commerciale da spot, come si inseriscono i The Thing?

 

I The Thing nascono per il bisogno di tornare alle radici. Non amiamo l’abuso di tastiere ed i suoni artificiali. Credo che questi siano anche un segno del periodo attuale che impone valori di plastica.

 

Un ritorno alle origini che il pubblico ha apprezzato?

 

La sera della presentazione del video al 360° di musica indipendente avevamo 50 CD. “Troppi” ci siamo detti; sono andati via in un’ora.

 

Primo disco. Come ci si sente?

 

Tradizionali.

 

Come?

 

Sì, tradizionali. Abbiamo fatto uscire un EP in concomitanza col video. Mi piace considerarlo un “45 giri”, con un singolo e 3 B-sides, come si faceva negli anni ’60. Certo, è anche on line ma il fascino della versione fisica non ha paragoni.

 

 

Dove registrate?

In casa, studio casalingo. Il chitarrista, mio fratello Lorenzo, si occupa anche della produzione.

Molto easy, molto anni Sessanta! Avete nuovi progetti?

 

Ho scritto alcune canzoni, otto, nove, alle quali se ne aggiungeranno presto delle altre. Appena potremo dare corpo ad un nuovo EP butteremo tutto fuori.


Il vostro sogno nel cassetto?


Uscire a bere una birra con Paul Weller e parlare di musica.

Di Marco Petrelli

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