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Cinema. Il regista Sergei Loznitsa o la rappresentazione di una Nazione

Pubblicato il 20 Giugno 2019 da Andrea Piran
Categorie : Cinema
Sergei Loznitsa

Sergei Loznitsa

Uno degli aspetti più caratterizzanti dell’opera di Sergei Loznitsa è il rigore formale applicato alla (ri)costruzione filmica della realtà. Convinto della necessità di stabilire una distanza col soggetto trattato, il regista ucraino ottiene l’effetto di straniamento, teorizzato da Viktor Shklovsky, evitando tutti i meccanismi di spettacolarizzazione che sono d’uso comune nel linguaggio audiovisivo. Elementi linguistici come la voce fuori campo, o la musica, vengono usati al fine d’indirizzare lo stato emotivo, o l’interpretazione, dello spettatore in quanto sottolineano percettivamente un momento della visione o esplicitano la posizione dell’autore rispetto al soggetto. Lo stile dell’autore ucraino è invece orientato al concedere allo spettatore una libertà interpretativa che ha anche lo scopo di evitare effetti propagandistici visto che i temi sono, spesso, di rilevanza, anche, politica. 

Nel cortometraggio “Polustanok” (La Stazione) viene rappresentato un gruppo di persone che pernottano dentro un locale che, solo durante la visione, si rivela essere la sala d’aspetto di una stazione. Non avendo né dialoghi né musica, ma solo suoni diegetici, allo spettatore è richiesta un’azione interpretativa scevra d’ogni suggerimento registico. Non essendo rivelato il motivo per cui le persone stanno in quel luogo, che si rivela una stazione solo nell’inquadratura finale e che viene anticipato dal suono di un treno che passa grossomodo a metà film, emerge la sensazione che quella sia una sistemazione di fortuna per coloro che sono stati dimenticati dal potere. In quest’ottica la sala d’aspetto diventa la metafora dello stato in cui vive una parte della popolazione, mentre l’altra va per la sua strada, dato che il treno attraversa la stazione senza fermarsi.

L’esempio più esteticamente riuscito di questa forma è forse “Blokada” (Assedio) che è un found footage basato sui filmati dell’assedio di Stalingrado, durante la seconda guerra mondiale, che è noto anche come “grande guerra patriottica”. L’unico aspetto di finzione sono i suoni diegetici che sono stati ricreati poiché spesso mancanti nelle pellicole del tempo. Lo sforzo bellico, con conseguente sofferenza della popolazione, è rappresentato eliminando ogni enfasi drammaturgica i.e., non viene mostrata nessuna battaglia epica, ma l’impossibile normalità di una vita sotto la minaccia d’invasione, dovendo continuamente fare fronte ai danni degli attacchi. Anche la vittoria viene rappresentata come l’effetto dello scorrere del tempo, visto che viene rappresentata come l’arrivo della primavera dopo l’inverno, più che come risultato della guerra. L’assedio diventa, pertanto, quasi la metafora della capacità di adattarsi alle avversità della vita e racconto comunitario sulla possibilità di ricostruire sulle macerie quando questo diventa uno sforzo collettivo. 

La stazione di Loznitsa

L’opera di Sergei Loznitsa può essere vista come un meccanismo di raccontare il proprio paese lavorando su una grammatica visiva sovente a rischio di deriva propagandistica, o schematismi ideologici, a causa della sua pretesa di raccontare una verità oggettiva. Pertanto la sua opera non si presta ad essere classificata soltanto come documentario per via dei meccanismi con cui riesce ad elevare la realtà a metafora di una condizione esistenziale e con la quale ricorda che, se è pur vero che la macchina registra oggettivamente, l’occhio che guarda e la mano che seleziona sono guidate dalla soggettività dell’autore. 

@barbadilloit

Di Andrea Piran

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