0

Geopolitica.La “Guerra delle petroliere” durante la Guerra del Golfo tra Iran e Iraq, 1980-1988

Pubblicato il 15 Giugno 2019 da Andrea Lombardi
Categorie : Esteri

Il conflitto nel Golfo degli anni ottanta

Gran parte della capacità d’export dell’Iraq andò perduta durante la guerra Iran-Iraq, sia a causa dei danni della guerra, sia a causa di ragioni politiche. Nel 1982, ad esempio, la Siria (alleata all’epoca con l’Iran) chiuse l’oleodotto di Banias, lungo 500 miglia e dalla portata di 650.000 barili al giorno (b/g), che era stata una vitale via di accesso dell’Iraq ai mercati petroliferi dei paesi europei e del Mediterraneo.

Per il 1983, le esportazioni di greggio iracheno erano di soli 700.000 b/g, meno del 30% della capacità operativa dei campi petroliferi dell’epoca.

Similmente, la quota di entrate dell’Iran provenienti dall’esporta-zione del greggio crollarono dopo la Rivoluzione Iraniana del 1978-1979, e durante tutta la guerra.

Tutta la produzione di greggio iraniana sulla terraferma e quello estratto dal campo di Forozan (che è mescolato con quello dei campi di Abuzar e Doroud) è esportato dal terminal dell’isola di Kharg, che si trova nel nord del Golfo Persico. 

La capacità originale del terminal di 7 milioni di b/g fu quasi azzerata dai più di 9.000 raid di bombardamenti subiti durante il conflitto. 

Ad un certo punto sembrò che la “Guerra delle petroliere” potesse causare un incidente internazionale per due ragioni: primo, agli inizi degli anni Ottanta, circa il 70% delle importazioni petrolifere giapponesi, il 50% di quelle europee occidentali, e il 7% di quelle americane provenivano dal Golfo Persico. Secondo, gli attacchi alle petroliere non coinvolsero solo le navi dei belligeranti, ma anche quelle neutrali.

La “Guerra delle petroliere” ebbe due fasi: la prima fase, relativamente poco conosciuta, iniziò nel 1981, e la seconda fase, ben coperta dai media, nel 1984.

Sin dal maggio 1981, Baghdad aveva unilateralmente dichiarato una zona di blocco navale, avvisando ufficialmente tutte le navi che facevano rotta o che ritornavano dai porti iraniani nella zona settentrionale del Golfo Persico di evitare quella zona, o, se vi entravano, lo facevano a loro rischio. 

I bersagli principali in questa fase furono i porti di Bandar-e Khomeini e Bandar-e Mahshar; pochissime navi furono colpite al di fuori di queste zone. 

Nonostante la vicinanza di questi porti all’Iraq, la Marina Militare irachena non giocò un ruolo importante in queste operazioni. Invece, Baghdad impiegò in queste operazioni gli elicotteri Super-Frelon e i caccia Super Etendard e Mirage F-1 equipaggiati con missili antinave Exocet e i MiG-23. Le operazioni navali cessarono agli inizi del 1981, probabilmente a causa delle perdite in navi subite dall’Iraq e Iran; questa fase della “guerra delle petroliere” era durata due anni.

Nel marzo del 1984 la “guerra delle petroliere” entrò nella sua seconda fase quando l’Iraq incominciò delle intense operazioni navali nella sua autodichiarata zona di esclusione di 1.126 chilometri, che si estendeva dalla bocca dello Shatt al Arab al porto iraniano di Bushehr. Nel 1981 Baghdad aveva attaccato i porti e i complessi petroliferi iraniani, oltre che le petroliere neutrali e le navi che facevano rotta da e per l’Iran; nel 1984 l’Iraq estese la “Guerra delle petroliere” usando i caccia francesi Super Etendard armati di missili antinave Exocet.

Nel marzo del 1984 un caccia Super Etendard iracheno lanciò un missile Exocet contro una petroliera greca a sud dell’isola di Kharg: da notare come sino a questo attacco, l’Iran non avesse mai attaccato intenzionalmente delle navi civili nel Golfo Persico. Da quel momento, invece, le navi neutrali divennero il bersaglio favorito, e i Super Etendard, con la loro grande autonomia di volo, compirono missioni sempre più a sud. Solo nel corso del 1984 furono attaccate 71 navi mercantili, al confronto di 48 nei primi tre anni di guerra. 

Le motivazioni dell’Iraq nell’aumentare il livello dello scontro includevano il desiderio di giungere a spezzare la situazione di stallo, presumibilmente tagliando le esportazioni petrolifere iraniane e costringendo quindi Teheran a sedersi al tavolo delle trattative. Tuttavia, i ripetuti attacchi iracheni contro il principale terminal d’esporta-zione di greggio dell’isola di Kharg non riuscirono a distruggerlo totalmente.

Questa nuova serie di attacchi iracheni portò l’Iran alla ritorsione: nell’aprile del 1984, Teheran lanciò il suo primo attacco contro il naviglio mercantile civile, colpendo una nave da carico indiana, attaccando poi il 13 maggio 1984 una petroliera kuwaitiana vicino a Bahrain, e quindi una petroliera saudita in acque territoriali saudite cinque giorni dopo, mettendo in chiaro che se l’Iraq avesse continuato a interferire con il naviglio dell’Iran, nessun stato del Golfo Persico sarebbe stato al sicuro. Molti osservatori notarono però subito come gli attacchi aeronavali condotti dall’Iraq superavano quelli iraniani di un rapporto di tre a uno.

Gli attacchi di rappresaglia dell’Iran furono in gran parte inefficaci, a causa del numero limitato di aerei e navi equipaggiati con missili antinave a lungo raggio messi in campo; inoltre, nonostante le ripetute minacce iraniane di chiudere lo stretto di Hormuz, l’Iran stesso dipendeva dalle vie di comunicazione marine per le sue vitali esportazioni di petrolio.

Questi intensi attacchi tagliarono le esportazioni petrolifere iraniane della metà, ridussero il naviglio mercantile nel Golfo Persico del 25%, portarono i Lloyd’s di Londra ad aumentare le polizze assicurative sulle petroliere, e rallentò la fornitura del greggio del Golfo Persico al resto del mondo; inoltre, la decisione saudita di abbattere un Phantom iraniano che aveva violato lo spazio aereo sopra le acque territoriali saudite giocò un ruolo importante nel far giungere al termine i tentativi di ambo i belligeranti di internazionalizzare la “Guerra delle petroliere”. 

L’Iraq e l’Iran accettarono la moratoria ONU del 1984 sugli attacchi ai bersagli civili, e Teheran propose più tardi un’estensione della moratoria, includendo il traffico mercantile del Golfo Persico, una proposta che gli iracheni respinsero a meno che non includesse anche i propri porti.

L’Iraq ignorò la moratoria non appena entrò in vigore, incrementando i suoi raid aerei sulle petroliere da e per l’Iran e i terminal petroliferi iraniani nel 1986 e 1987, attaccando anche le navi armate dagli stati arabi conservatori del Golfo Persico.

L’Iran replicò aumentando i suoi attacchi al naviglio mercantile che toccava i porti arabi del Golfo Persico. Dal momento che le navi kuwaitiane formavano una grossa porzione dei bersagli di questi raid di rappresaglia, nell’autunno del 1986 il governo kuwaitiano cercò la protezione della comunità internazionale. L’Unione Sovietica rispose per prima accordando agli inizi del 1987 di dare in charter al Kuwait molte petroliere sovietiche.

Washington, che era stata avvicinata per prima dal Kuwait e che aveva rimandato la sua decisione, seguì infine la posizione di Mosca. 

Il coinvolgimento degli Stati Uniti fu confermato il 17 maggio 1987, quando un attacco missilistico iracheno colpì la USS Stark, nel quale persero la vita 37 membri dell’equipaggio. Baghdad porse le sue scuse, dichiarando che l’attacco era stato un errore. Ironicamente, Washington usò l’incidente della Stark per incolpare l’Iran dell’escalation della guerra, e inviò diverse navi da guerra nel Golfo Persico per scortare undici petroliere del Kuwait alle quali era stata “cambiata bandiera” con la bandiera americana e equipaggi americani. L’Iran si trattenne dall’attaccare direttamente la forza navale americana, ma impiegò varie forme di disturbo, incluse mine, attacchi “mordi e fuggi” di piccole motovedette e imbarcazioni veloci, e operazioni periodiche di controlli in alto mare. In diverse occasioni, Teheran lanciò i suoi missili antinave cinesi Silkworm dalla penisola di Al Faw verso il Kuwait. Gli USA risposero con una operazione segreta denominata Prime Chanche, dove elicotteri leggeri MH-6 e OH-6 “Killer Eggs” pesantemente armati iniziarono a compiere delle missioni notturne da delle navi della U.S. Navy e da chiatte da carico modificate. Il 21 settembre 1987, un elicottero rilevò un mezzo da sbarco iraniano, l’Iran Ajr e lo attaccò con la Minigun di bordo e con razzi, uccidendo tre uomini dell’equipaggio: secondo i piloti dell’U.S. Army, il battello stava posando delle mine. L’Ajr fu quindi abbordato, e dopo aver confermato la presenza di mine marine tipo M-08 a bordo fu affondato da un team di U.S. Navy SEAL intervenuti dopo l’attacco.

Quando le forze iraniane colpirono nell’ottobre 1987 la petroliera Sea Isle City, alla quale era stata “cambiata bandiera”, Washington replicò il 19 ottobre attaccando con i Destroyer lanciamissili Young, Hoel, Kidd e Leftwich le piattaforme petrolifere iraniane del complesso di Resalat e Reshadat: secondo gli americani, gli attacchi aeronavali iraniani erano diretti dalle piattaforme. In un’ora e mezza i cacciatorpediniere americani spararono contro le piattaforme un totale di 1.000 proiettili da 127 mm, distruggendo completamente la piattaforma R-7 e danneggiando gravemente la R-4: lo scopo dell’attacco era evidentemente anche di danneggiare le capacità estrattive iraniane.

Il 14 aprile 1988 ci fu poi l’avvenimento che portò al maggiore scontro tra USA e Iran della guerra: la Fregata Samuel B. Roberts, durante un pattugliamento nel Golfo Persico scoprì di essersi inoltrata in uno sbarramento di mine non precedentemente rilevato; manovrando per uscirne urtò in una mina, che esplose danneggiando gravemente l’unità, che riuscì a tornare in porto. L’esame di una delle mine in seguito dragate dagli americani rivelò un numero di serie simile a quelli delle mine trovate sull’Ajr. La U.S. Navy decise così di intraprendere una imponente azione di rappresaglia, l’Operazione Praying Mantis, concepita per attirare fuori dai propri porti parte del naviglio della Marina da Guerra iraniana, e in particolare la Fregata Sabalan, che si era distinta nei mesi precedenti nella “Guerra delle petroliere”.

Il 18 aprile 1988, due gruppi di superficie americani attaccarono delle piattaforme petrolifere iraniane al largo di Sirri nell’intento di provocare la reazione delle navi iraniane ancorate nel porto di Bandar Abbas, mentre un terzo gruppo rimaneva in agguato. Le piattaforma a Sirri fu bombardata dalle unità navali, e la piattaforma di Sassan fu attaccata da AH-1 Cobra dei Marines con missili TOW e poi abbordata da Marines e SEAL trasportati da elicotteri birotore CH-46 che posero delle cariche da demolizione; l’equipaggio della piattaforma fu catturato.

La prima risposta iraniana fu l’attacco della vedetta lanciamissili Joshan, che lanciò un missile antinave alla nave capofila del terzo gruppo, l’Incrociatore lanciamissili Wainwright, che sviò il missile con un lancio di chaff, e rispose al fuoco assieme alle Fregate Simpson e Bagley, distruggendo e affondando la Joshan. 

Quindi, alcuni aerei da bombardamento A-6E Intruder della portaerei USS Enterprise attaccarono con delle CBU dei barchini iraniani nel Golfo, affondandone uno e danneggiandone altri.

Poco dopo, la Fregata Sahand, unità gemella della Sabalan, fu scoperta mentre stava attraversando il Golfo diretta verso delle piattaforme petrolifere degli Emirati Arabi Uniti. La nave fu attaccata da aerei A6-E che la colpirono con due missili antinave AGM-84 Harpoon, bombe razzo Skipper, una bomba a guida laser Walleye e diverse bombe da 454 Kg., nonostante la sua difesa contraerea lanciasse diversi SAM, sviati dalle contromisure elettroniche degli aerei americani. La Sahand, in fiamme, fu finita da un Harpoon lanciato dal Destroyer Joseph Strauss.

Dopo diverse ore dall’inizio dei combattimenti anche la Sabalan fu ingaggiata dagli aerei americani, dopo aver salpato dal porto di Bandar Abbas. Verso le 17.00 una formazione di A-6E eluse i SAM lanciati dall’unità e la colpì con una GBU da 227 Kg., che la immobilizzò; a questo punto da Washington si decise di sospendere gli attacchi, e la Sabalan fu rimorchiata a Bandar Abbas da dei rimorchiatori iraniani.

L’entità degli attacchi americani contro l’Iran durante l’Operazione Praying Mantis rende ancora più evidente il “doppio standard” americano nel Golfo, considerando che dopo qualche settimana dal grave incidente della Stark, l’Iraq, senza essere sfiorato dalla benché minima rappresaglia USA, riprese tranquillamente i suoi raid contro le petroliere, spostando i suoi attacchi ancor più a sud, vicino allo stretto di Hormuz. Washington giocò poi un ruolo centrale nel dar forma alla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU 598 sulla guerra del Golfo Persico, approvata all’unanimità il 20 luglio; i tentativi occidentali di isolare l’Iran furono però frustrati quando Teheran rigettò la risoluzione poiché non soddisfaceva la richiesta iraniana che l’Iraq dovesse essere punito per aver iniziato il conflitto. 

All’inizio del 1988, il Golfo Persico era un affollato teatro di operazioni aeronavali. Almeno dieci Marine da Guerra occidentali e otto regionali pattugliavano l’area e i punti dove settimanalmente erano attaccate le navi mercantili: i Lloyd’s di Londra stimarono in ben 546 le navi civili (petroliere e mercantili) colpite, con la morte di 430 marinai. I cantieri di riparazioni navali nel Bahrain e nel Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, non riuscivano a tener dietro alle riparazioni necessarie alle navi danneggiate in questi attacchi. (tratto da https://www.soldiershop.com/index.php?dispatch=products.view&product_id=2600)

@barbadilloit

Di Andrea Lombardi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *