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Focus (di Alain de Benoist). L’ecologia profonda come risposta al capitalismo anarchico

Pubblicato il 12 Giugno 2019 da Alain de Benoist
Categorie : Cultura Politica
Alain de Benoist

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Le due ecologie

Nel 1859 il naturalista tedesco Ernst Haeckel ha coniato il termine «ecologia» per designare la scienza delle relazioni tra gli organismi viventi e il loro universo «domestico» (in greco oikos), cioè il loro ambiente naturale. L’espressione «ecologia umana» risale invece al 1910. La nozione di “ecosistema” è stata creata nel 1935 dall’inglese Tansley. Nel 1953, nei loro Fundamentals of Ecology, i fratelli Odum attribuiranno agli ecosistemi il rango di organismi viventi, aprendo prospettive nuove alla scienza. Come preoccupazione politica e sociologica, l’ecologia compare molto più tardi, sebbene se ne trovi espressione fin dal 1926 nelle opere del biologo Vernadsky. Nei paesi anglosassoni uno dei suoi pionieri, George Stapleton, scrisse il libro Human Ecology fra il 1946 e il 1948, ma riscontrò così poco interesse intorno a sé che lasciò il manoscritto nel cassetto, dove rimase fino alla sua morte, avvenuta nel 1960 1. Bisogna infatti attendere gli anni Sessanta perché l’ecologia conosca un primo lancio con i libri di Gunther Schwab in Germania, di Barry Commoner, Barbara Ward, Evelyn G. Hutchinson e Rachel Carson negli Stati Uniti. In Francia, il Ministero dell’Ambiente viene creato nel 1971. L’anno successivo, il celebre rapporto del Club di Roma sui “limiti dello sviluppo” (Limits fo growth) e l’esaurimento delle risorse energetiche provocano polemiche memorabili. Negli anni Settanta, con le crisi petrolifere che segnano la fine dell’espansione continua e del pieno impiego, la «protezione dell’ambiente» sale davvero all’ordine del giorno, tanto che si assiste nella maggior parte dei paesi occidentali all’emergere dei partiti “verdi”, dei “comitati di cittadini” e dei nuovi movimenti sociali.

 Una crescita anarchica

L’ampiezza della preoccupazione ecologica è ovviamente proporzionale alla constatazione dei danni inflitti all’ambiente naturale dall’attività tecno-industriale, così come la si è intesa sinora. Per decenni, se non per interi secoli, l’attività economica si è svolta nell’ignoranza delle leggi fisiche fondamentali secondo le quali l’ambiente e l’economia non formano mai delle entità radicalmente distinte. Il libero funzionamento dei mercati permetteva ai decisori di massimizzare i propri interessi senza tener conto delle “esternalità” delle iniziative assunte. Il più delle volte, la logica del profitto spingeva a ricercare la redditività a breve termine, mentre i costi necessari alla riproduzione o alla ricostituzione delle condizioni non mercantili di produzione venivano rinviati “verso l’esterno”, vale a dire in definitiva sul sociale. (È la celebre formula dell’“effetto NIMBY”: «not in my backyard»). Questa propensione al saccheggio o all’esaurimento incondizionato delle risorse naturali era del resto la regola anche nei paesi del “socialismo reale”, come testimonia l’attuale situazione dell’ambiente naturale nei paesi dell’Europa dell’Est, in genere disastrosa. Di fronte a questa situazione, l’atteggiamento generale sia dell’opinione pubblica che dagli ambienti ufficiali si è a poco a poco evoluto a partire dai dubbi su un eventuale esaurimento delle riserve naturali, cosi come sul costo di una crescita illimitata e sull’impatto che un certo numero di provvedimenti pubblici e privati possono avere sul ritmo di questa crescita. Due modi di procedere ben differenti si sono di conseguenza fatti strada: uno di orientamento liberale o riformista, che continua a diffondere una concezione strumentale o utilitarista della natura, esposta per esempio da William F. Baxter e John A. Livingston; l’altro, che è quello dell’ecologismo in senso proprio, che si propone di modificare radicalmente, approfittando della crisi attuale, i rapporti tra l’uomo e la natura.

 L’ecologia superficiale: gestire l’ambiente

Il primo di questi modi di procedere corrisponde a ciò che l’ecologista norvegese Arne Naess ha chiamato “ecologia superficiale” (shallow ecology), in opposizione all’ “ecologia profonda” (deep ecology). Si riduce a una semplice gestione dell’ambiente, e mira a conciliare preoccupazione ecologica e produttività in termini di redditività, senza rimettere in discussione le basi del sistema di produzione e consumo dominante. Esso si colloca peraltro in una prospettiva antropocentrica; si fonda, in altre parole, sull’idea che la natura deve essere protetta solo in quanto – poiché la Terra costituisce il contesto di vita della specie umana – un deterioramento eccessivo dell’ambiente naturale andrebbe a discapito degli interessi puramente umani. È la posizione brutalmente espressa da Haroun Tazieff: «Per me, la Terra deve servire l’umanità. Se l’umanità scomparisse, la sorte della Terra non avrebbe più alcuna importanza per nessuno». Nel migliore dei casi, questa posizione, senza dubbio oggi la più diffusa, si limita a sottolineare le “responsabilità dell’uomo” nei confronti di una natura prima di tutto concepita come un capitale che non dev’essere sperperato avventatamente. Questo atteggiamento riformista, che contrappone frequentemente l’ecologia (come scienza) all’ecologismo (come pratica politica), è portato ovviamente alle estreme conseguenze dagli autori liberali o ultraliberali, spalleggiati da economisti come Tietenberg e Solow. Per i liberali, che si rimettono al libero gioco del mercato, eventualmente corretto da misure fiscali adeguate, gli ecologisti sono semplicemente degli adepti come tanti altri dell’economia dirigista; sono peraltro dei neomalthusiani, sostenitori di un’economia “stazionaria” o addirittura regressiva, fondata sulla sola considerazione dei volumi (limitati) a detrimento della nozione di valore (illimitata). Questa critica liberale dell’ecologismo si fonda prima di tutto sull’elogio incondizionato della proprietà privata. L’idea basilare è che soltanto i beni appartenenti a una persona privata (o a un’associazione di privati) possono essere difesi e ben amministrati, perché è nell’interesse del loro proprietario prendersene cura. Viceversa i “beni pubblici”, che non appartengono a nessuno, sarebbero del tutto naturalmente i più deteriorati e i più inquinati, giacché l’inquinamento dipenderebbe dal fatto che le risorse naturali non sono state considerate come beni mercantili appropriabili, ma come se avessero un prezzo nullo o vicino alla zero. Se ne deduce che gli Stati, i quali si disinteressano del lungo termine, sono “i più grandi inquinatori del pianeta” (Gérard Bramoullé) e che l’“ecologia di mercato” deve avere per principio primo la generalizzazione di una proprietà privata ammantata di tutte le virtù. In termini più chiari: si tratta di trasformare la maggior parte possibile di res communes (cose che non appartengono a nessuno e il cui uso è comune a tutti) in res nullius (cose che non appartengono a nessuno, ma di cui ci si può appropriare) e poi in res propriae (beni appropriabili). Converrebbe parallelamente generalizzare il principio « chi inquina paga »: coloro che inquinano devono pagare un certo prezzo per risarcire le vittime dell’inquinamento subito. Murray Rothbard scrive pertanto: «Se ad esempio un’impresa è proprietaria di una risorsa naturale, diciamo una foresta, coloro che la dirigono sanno che ogni azione consistente nel tagliare un albero e nel venderlo per un profitto a breve termine sfocerà nel ribasso del valore capitalizzato dell’intera foresta. Un imprenditore privato deve sempre mettere in bilancio il profitto a breve termine e le perdite di capitale. Tutto lo invoglia a guardare lontano davanti a sé, a ripiantare degli alberi per sostituire gli alberi tagliati, ad accrescere la produttività e a preservare le risorse, e così via». Con lo stesso spirito, Gérard Bramoullé spiega la scomparsa delle speci selvagge col fatto che non si sono adeguate; e pone questa domanda: «perché un petroliere dovrebbe prendersi la briga di degassificare uno spazio che non appartiene a nessuno? ». Alain Laurent afferma, dal canto suo: «Il proprietario si prende cura della sua proprietà, la valorizza e la fa fruttare perché è sicuro di conservarla e di trasmetterla ai suoi discendenti e perché, in queste condizioni, è più redditizio per lui utilizzarla in una prospettiva di medio e lungo termine piuttosto che esaurirla o deteriorarla».

 Chi ha interesse a proteggere la natura?

Queste argomentazioni si confutano da sole. Ciò che Rothbard, Bramoullé o Laurent si limitano infatti a spiegare è che può essere interesse di un proprietario preservare una risorsa naturale che costituisce per lui una fonte di reddito. Ma che cosa succederà se la vendita di questa risorsa, vendita che ne implica il saccheggio o la distruzione, rappresenta un interesse ancora maggiore? Murray Rothbard fa l’esempio di una foresta in affitto. Quale sarà il comportamento del proprietario di questa foresta, se per acquistarla gli viene proposta una somma superiore a quella che può ricavare dal suo sfruttamento, con lo scopo di costruirvi degli immobili in cemento irti di tabelloni pubblicitari o di farne uno scarico di rifiuti affittato al miglior offerente? È evidente che quel proprietario non esiterà un istante, poiché la sua prima motivazione è la ricerca del maggior vantaggio materiale. Ci troviamo, in questo caso, dinanzi all’assiomatica dell’interesse e alla logica del più redditizio. In un contesto del genere, il rispetto della natura può essere tutt’al più una conseguenza indiretta e contingente del desiderio di massimizzare un’utilità individuale; il che non ha ovviamente più niente a che vedere con l’ecologia. Quanto al principio «chi inquina paga» coi suoi corollari di internalizzazione dei costi esterni e di «verità ecologica dei prezzi», le prime applicazioni che ne sono state fatte, specialmente negli Stati Uniti a partire dagli anni Sessanta, non si sono rivelate affatto efficaci. Questo principio si è soprattutto tradotto la creazione di un «mercato dell’inquinamento» che consiste, per le imprese, nell’acquisto di un diritto di inquinare alle condizioni più vantaggiose passi] bili. Si presume che inquinatori e inquinati debbano accordarsi sull’ammontare di un giusto risarcimento, per i danni causati dagli uni e subiti dagli altri. Negoziazioni di questo genere ovviamente non fanno diminuire l’inquinamento, dal momento che è sempre possibile trovare qualche vittima potenziale resa consenziente dall’importo degli indennizzi promessi: la California Waste Management Board, ufficio californiano incaricato della gestione dei rifiuti, ha recentemente pagato a una società di consulenza di Los Angeles, Cerrel Associates, una somma di un milione di dollari per individuare la popolazione del pianeta che, in cambio di qualche risarcimento finanziario, «si opporrebbe di meno all’utilizzazione indesiderata della terra» (formula politically correct per designare il deposito dei rifiuti tossici). Un siffatto mercato può inoltre riguardare solamente gli effetti immediati, puntuali, di certi inquinamenti, senza tener conto degli effetti generali, che si rivelano soltanto a lungo termine e di cui neppure gli stessi inquinatori sono in genere consapevoli (l’acqua inquinata dai nitrati, ad esempio, è chiara come tutte le altre), né del costo, non valutabile in termini finanziari, delle funzioni naturali che vengono meno in ambienti inquinati. I «permessi d’inquinare» inoltre, sono totalmente inadatti per quanto concerne i rischi tecnologici più gravi o i danni irreversibili all’ambiente. In fin dei conti, il “mercato dell’inquinamento” ha come principale conseguenza di orientare le industrie inquinanti non a ridurre l’ammontare delle emissioni nocive, ma ad integrare nei costi dei prodotti le somme assegnate agli inquinatori potenziali, ad esempio trasferendo questo aumento sui prezzi. E la ragione per cui il principio «chi inquina paga», benché sia stato adottato nella dichiarazione finale della conferenza di Rio del 1992, tende oggi a cedere il passo all’organizzazione dei sistemi di riciclaggio o di stoccaggio, e soprattutto alle “eco tasse”, cioè ad imposte prelevate direttamente alla fonte delle attività inquinanti. Altri economisti riformisti come Pearce, Bishop o Turner, coscienti della miopia del mercato di fronte al, la complessità dei problemi della biosfera e dei danni provocati all’ambiente naturale dalla ricerca sistematica del profitto a tutti i costi, propendono piuttosto per un’intensificazione degli interventi pubblici. Il loro approccio s’inquadra pertanto in un’“economia dell’ambiente” alla quale vengono generalmente collegate le nozioni di «ecosviluppo» o di «sviluppo durevole». Questa economia dell’ambiente si è soprattutto sviluppata sulla base di un’analisi costi-benefici, giacché la maggior parte degli studi disponibili dimostrano che il costo delle misure di protezione della natura è sempre inferiore a quello dei danni subiti qualora non siano adottate. Sorta di compromesso tra l’utopia della «crescita zero» e l’ideale produttivistico classico, essa si fonda sull’idea che l’attività economica debba svolgersi a beneficio delle generazioni presenti senza compromettere però la capacità delle gerazioni future di far fronte ai propri bisogni. Si tratta dunque di una rielaborazione riformista della visione umanistica della modernità, che trova espressione nelle risoluzioni delle grandi conferenze internazionali, nonché nei discorsi degli esperti e dei partiti politici classici. L’obiettivo è ridurre l’inquinamento, proteggere la biodiversità, contenere l’esaurimento delle risorse e l’erosione dei suoli, o determinare le scelte energetiche dell’avvenire e trasformare talune forme dell’habitat urbano. Per raggiungere questo scopo, le istituzioni internazionali stabiliscono norme ed emettono divieti, ai quali si aggiungono diverse iniziative degli Stati e dei governi. Certi testi costituzionali menzionano esplicitamente i «doveri verso l’ambiente» (gli Umweltschutzgebot della Costituzione bavarese); taluni paesi, come la Germania, hanno già trovato soluzioni avanzate nel campo dell’ecologismo quotidiano: stampa su carta riciclata, introduzione della marmitta catalitica e della benzina senza piombo, legge federale che permette ai consumatori di lasciare gli imballaggi nei luoghi d’acquisto, raccolta differenziata dell’immondizia e dei rifiuti domestici, e via dicendo. Ci si può chiedere tuttavia se questi provvedimenti siano davvero all’altezza dei problemi posti. Al di là delle critiche che si possono muovere al concetto stesso di sviluppo», durevole e non, e alla prospettiva «globalista» al cui interno esso si colloca, le proposte fatte nell’ambito delle grandi conferenze internazionali sono raramente seguite dai fatti anche a causa delle reticenze della grande industria e di taluni egoismi nazionali. E così gli Stati Uniti, dove il consumo di energia pro capite è due volte superiore a quello dell’Europa, restano ostili a tutti gli accordi internazionali sulle emissioni di ossido di carbonio (CO2 ), e la Francia fino ad oggi ha sempre respinto l’idea di una ecotassa imposta agli industriali inquinatori dalle istituzioni comunitari. Un esempio tipico è quello della biodiversità, che è stata una delle parole-chiave del «vertice della Terra» organizzato nel giugno 1992 a Rio de Janeiro. Con questo termine si intendono sia la biodiversità degli ecosistemi sia la diversità genetica delle specie animali e vegetali. Al termine della conferenza venne firmata da 160 dei 172 paesi rappresentati una convenzione sulla biodiversità. Un’altra riunione si è in seguito tenuta a Trondheim (Norvegia) nel maggio 1993, al fine di determinare le modalità della messa in opera delle deliberazioni assunte. Alla data del 31 dicembre 1993, questa convenzione era stata tuttavia ratificata solo da trenta paesi, tra i quali non figura nessuno degli Stati-membri della CEE. Quanto agli Stati Uniti, si sono puramente e semplicemente rifiutati di firmare il testo adottato a Rio, con il pretesto che gli interessi della loro industria farmaceutica ne potrebbero risentire negativamente. Questo testo solleva d’altronde un certo numero di equivoci, specialmente per quanto riguarda le “compensazioni” che potrebbero essere versate ai paesi del Sud attraverso accordi commerciali bilaterali, e la “brevettabilità del vivente”, nella quale alcuni paesi, come il Brasile, vorrebbero trovare una nuova fonte di finanziamento. L’ecologia riformista pare dunque un’ecologia che mira a ritardare le scadenze, ma non è in grado di farle scomparire. Michel Serres la paragona «alla figura del vascello che naviga a venticinque nodi verso una barriera rocciosa dove immancabilmente si fracasserà, e sulla cui tolda l’ufficiale di guardia raccomanda al macchinista di ridurre la velocità di un decimo senza cambiare rotta». Parallelamente essa permette l’emergere di un «mercato dell’ambiente», che introduce a preoccupazione ecologica nel settore mercantile («eco-business» o «capitalismo verde»). In effetti, essa firma la propria condanna nel momento in cui continua a porsi all’i interno di un sistema di produzione e di consumo che è la causa essenziale dei danni ai quali tenta di porre rimedio. Si traduce allora, «nel quadro dell’Industrialismo e della logica del mercato, in un’estensione del potere tecno-burocratico […} abolisce l’autonomia del politico a favore dell’espertocrazia, erigendo lo Stato e gli esperti di Stato a giudici dei contenuti dell’interesse. generale e dei mezzi per sottomettere ad essi gli individui». Il risultato, per riprendere una formula di Edgar Morin, è che, in risposta ai problemi nati dal dominio della tecnica, «si sviluppano delle tecnologie di controllo che curano gli effetti di questi mali sviluppandone nel contempo le cause». In altre parole, si cura la malattia estendendola.

 Alternative al produttivismo

Proprio per uscire da questo circolo vizioso un certo numero di economisti (Brown, Lele), di teorici e di movimenti ecologisti propongono di adottare un approccio alternativo. Invece di limitarsi a valutare il costo finanziario dei rischi, a determinare tassi d’inquinamento sopportabili a moltiplicare le penalità, tasse e regolamentazioni d’altro genere, sarebbe a loro avviso il caso di ripensare interamente il modello attuale di società e il problema del posto dell’uomo nella natura, di farla finita con l’egemonia del produttivismo e della ragione strumentale; insomma, di agire sulle cause piuttosto che sugli effetti, rompendo con la religione della crescita e con il monoteismo del mercato. Negli Stati Uniti questo ecologismo radicale si ispira alle tesi avanzate già nel 1949 dal celebre naturalista ed esperto di foreste Aldo Leopold e sviluppa, in generale, una critica dell’antropocentrismo che può assumere forme svariate. Nella versione più “moderata” l’uomo è considerato parte integrante di un tutto «cosmico» da cui non si può astrarre senza negare le particolarità della specie umana e la dignità superiore che ad esse è connessa. Ma questa critica dell’antropocentrismo può essere anche portata alle estreme conseguenze, al punto di sfociare in una sorta di «biocentrismo» egualitario, che attribuisce alla natura un valore intrinseco (indipendente da qualunque giudizio umano), stabilisce l’equivalenza di valore di tutte le forme di vita (o addirittura di tutte le forme di oggetti) contenute nell’universo e tende a considerarle come veri e propri soggetti di diritto, In ogni caso, questo ecologismo radicale prospetta una nuova etica e un nuovo modo di vedere il mondo. Esso sostiene che la natura merita di essere protetta indipendentemente dall’”utilità” che rappresenta per l’uomo, e generalizza un principio di prudenza fondato su una nuova forma di “dotta ignoranza”: non potendo mai essere interamente previste le conseguenze di lungo termine di una trasformazione dell’ambiente naturale, è meglio astenersi ogni volta che il rischio connesso a una data azione sembra molto elevato. Una delle correnti più radicali che si collocano in quest’ottica è quella dell’Ecologia profonda, apparsa alla fine degli anni Settanta, i cui principali rappresentanti sono il norvegese Arne Naess e gli americani Bill Devall e George Sessions. Movimento di pensiero più filosofico che politico, aperto inoltre a tendenze assai differenti, l’Ecologia profonda rifiuta nel contempo sia l’individualismo che l’antropocentrismo, ritenuti intrinsecamente portatori di un atteggiamento strumentalizzante e manipolativo nei confronti dell’ambiente, e predica una «saggezza» fondata sulla natura, che mira a restaurare rapporti di simbiosi armonica tra tutti i viventi. «Crediamo», scrivono Bill Devall e George Sessions «non di aver bisogno di qualcosa di nuovo, bensì di far rivivere qualcosa di molto antico, di far rivivere la nostra comprensione della saggezza della terra»… Ad avviso di Giovanni Filoramo, l’Ecologia profonda può essere definita «un tentativo di ordinare ontologicamente uomo e natura, al fine di creare una maniera nuova di pensare e di agire, una nuova filosofia di vita, un nuovo paradigma ecologico caratterizzato dall’olismo e dal radicalismo: olistico perché rifiuta l’atomizzazione della conoscenza e della realtà e radicale perché vuole andare all’origine delle cose, criticando e decostruendo la macchina tecnomorfa creata dalla scienza moderna restaurando nel contempo nella sua integrità il senso perduto dell’armonia tra uomo e natura». A proposIto dei suoi autori, Dominique Bourg afferma: «Essi sono portati a respingere la conseguenza stessa di questa elevazione [dell’uomo al di sopra della natura e dell’individuo al di sopra del gruppo], ovvero la proclamazione dei diritti dell’uomo, Essi se la prendono inoltre con la religione giudeo-cristiana, accusata di essere stata all’origine dell’antropomorfismo, con lo spirito scientifico, analitico e dunque inadatto alla comprensione della natura come totalità, ed infine con le tecniche, accusate di tutti i mali. Niente di ciò che è moderno sembra trovare grazia davanti ai loro occhi». A titolo personale, Arne Naess ha introdotto il termine «ecosofia» per indicare una filosofia globale della vita, distinta dall’ecologia come disciplina scientifica e centrata sull’idea della realizzazione di sé. Rintracciando le proprie radici nell’opera di Spinosa, ritenuto l’avversario per eccellenza del pensiero cartesiano e il promotore di un monismo assoluto, questa «saggezza ecologica» sostiene che la realizzazione di sé (selfrealization) passa attraverso un processo di autocomprensione fondato su un dialogo con la natura, dialogo che permette all’uomo di scoprire la sua natura e di dare un senso alla sua vita. Essa implica l’abbandono del principio di non-contraddizione a profitto di un nuovo modello cognitivo di tipo “mitopoietico”, grazie al quale l’individuo può trascendere il proprio io e sperimentare l’unione dei contrari (coincidentia oppositorum) identificandosi con la natura, considerata alla stregua di un grande essere vivente. L’«ecosofia» sembra in tal modo resuscitare l’ideale della vita contemplativa, non senza incappare, malauguratamente, in alcune tendenze caratteristiche della confusione della «New Age», e talvolta in un irenismo un po’ ingenuo. Il dibattito tra ecologisti riformisti e radicali è ovviamente ben lontano dal potersi considerare chiuso. Sembra anzi destinato ad acuirsi, come è testimoniato dalla pubblicazione, alla vigilia del vertice di Rio, nell’aprile 1992, dell’appello di Heidelberg, manifesto sottoscritto da più di duecento personalità (fra cui, peraltro, pochissimi veri specialisti dell’ecologia), i quali dichiaravano la loro preoccupazione per “l’emergere di un’ideologia irrazionale che si oppone al progresso scientifico e industriale” e affermavano che “l’umanità è sempre progredita mettendo la natura al suo servizio, e non l’inverso”. Utilizzando, perfino nel vocabolario, le argomentazioni più classiche dell’ideologia del progresso, questo Appello ha suscitato vivaci reazioni, a partire da un contromanifesto, l’Appello alla ragione per una solidarietà planetaria, i cui firmatari si schieravano “sia contro i comportamenti di estremismo ideologico che sacrificano l’uomo alla natura, sia contro i comportamenti di imperialismo scientifico che pretendono di salvare l’umanità attraverso la sola scienza”. La posta di questo dibattito è in ogni caso essenziale, perché si tratta di capire se i problemi sollevati dall’ecologia sono in definitiva soltanto una “questione tecnica che la modernità liberal-capitalista può risolvere senza doversi rimettere in discussione o se invece implicano nel medio periodo una diversa scelta di società, vale a dire una trasformazione profonda dell’organizzazione sociale e del modo di vita oggi dominanti. L’approccio planetario al problema fornisce un primo elemento di risposta, non tanto, come si dice sovente, per semplici ragioni di ordine demografico, quanto piuttosto dal punto di vista delle possibilità di generalizzazione del modello di produzione e consumo che è alla base della concezione occidentale dello “sviluppo”. Come ha scritto Jean-Paul Besset, «con la forza congiunta delle baionette, del mercato e della televisione, il modello di civiltà occidentale si è imposto all’universo, sostituendo l’avere all’essere e i prodotti ai valori. Sia nella versione liberale sia nell’approccio marxista, la produzione e il consumo di massa sono diventati il motore principale delle società, nel contempo modalità regolativa economico-sociale e progetto culturale […]. Ogni società umana ha dovuto abbracciare la religione di [questo] modo di vita, che assimila il ben-essere al possesso massimo di un massimo di cose, e inchinarsi davanti al vitello d’oro dell’automobile privata e degli imballaggi di plastica, degli hamburger e dell’elettricità nucleare». Tuttavia attualmente, un quinto solamente. degli abitanti del pianeta consuma da solo l’80% delle risorse esistenti, e il quarto più industrializzato della terra consuma sedici volte di più del resto del mondo metalli non ferrosi, quindici volte di più carta, otto volte di. più acciaio, quattro volte di più concimi. Che cosa succederebbe se questo modello venisse effettivamente generalizzato? La risposta non lascia spazio a dubbi. «La verità è dura da dire, ma è incontrovertibile. L’annullamento del divario fra Nord e Sud sulla base dei criteri culturali della felicità fondata sull’accumulazione dei beni e sulle regole di un’economia trainata dal consumo ipertrofico costituirebbe un suicidio planetario».

@barbadilloit

Di Alain de Benoist

8 risposte a Focus (di Alain de Benoist). L’ecologia profonda come risposta al capitalismo anarchico

  1. ‘Ecologia Profonda’, ‘capitalismo anarchico’? L’unica verità è che si può discettare all’infinito su colpe e virtuali rimedi, ma che nessuna ricetta esiste per fronteggiare sul serio la bomba demografica, fonte praticanmente unica di tutti i mali…

  2. Guidobono sei ontologicamente materialista
    C’è qualcuno che può limitare( le nascite)qualcosa a qualcuno? E se si in base a quale discriminante?
    Si buana tu ordina io eseguo?

  3. Se sai leggere: ‘nessuna ricetta esiste per fronteggiare sul serio la bomba demografica’.

  4. Fonte praticamente di tutti i mali
    Passo e chiudo

  5. La bomba demografica è solo in Africa, ma in tutti gli altri continenti, il tasso di crescita della popolazione è assolutamente nella norma. Ma è inevitabile, perché i governi degli Stati africani, per puro menefreghismo, non hanno mai voluto adottare politiche di riduzione delle nascite. Sta di fatto però che loro (gli africani) fanno un sacco di figli, poi però siamo noi con l’immigrazione che subiamo che dobbiamo mantenerli.

  6. Werner: ti sei dimenticato dell’Asia e pure dell’America Latina. In pochi decenni il Brasile ha raddoppiato la popolazione! E qualche bello spirito conciona sull’Amazzonia…. Il maschio africano, e non solo, manco vuol usare il preservativo, perchè non fa parte della sua…’cultura’! Aha, aha, aha…

  7. @Guidobono
    Infatti, ammesso che in Africa esista davvero una cultura. Comunque in Asia e America Latina la natalità si è fortemente ridotta, anche se non ai livelli pietosi dell’Europa. L’unico paese extraeuropeo con una natalità bassa come la nostra è il Giappone, che non a caso è il paese più vecchio al mondo. Ripeto, è l’Africa subsahariana il problema per il nostro pianeta, in cui la natalità non scende affatto. Occorre distinguere il problema del surriscaldamento, causato dall’antropizzazione, da quello dell’inquinamento, causato invece dal capitalismo selvaggio che impianta industrie altamente inquinanti e distruttive per l’ambiente, specie nei paesi emergenti.

  8. Il ‘capitalismo selvaggio’ produce quello che il mercato chiede… non lo inventa…Industrie ancora altamente inquinanti son quelle cinesi, ad esempio… Ma la Cina è un Paese emergente?

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