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Il caso. Miccoli la peggiore identità cittadina e la Palermo autentica che sta con Falcone

Pubblicato il 27 giugno 2013 da Mauro La Mantia
Categorie : Cronache

miccoliFabrizio Miccoli oggi si è scusato con la città di Palermo per le deliranti frasi su Giovanni Falcone. Le parole pronunciate durante l’affollata conferenza stampa hanno chiarito meglio il quadro umano e psicologico dell’ex capitano del Palermo. È emersa una mentalità non solo sua ma di un pezzo di società meridionale, anche se diffusa probabilmente in tutto il Paese, che ancora è pervasa da una visione negativa del potere e dell’identità. «Ho trascurato la mia famiglia per essere un palermitano», «Ho voluto essere amico di tutti, della città»: queste due frasi centrano il problema di fondo.

Miccoli si era autoconvinto che per essere palermitano fosse necessario uniformarsi alla peggiore mentalità della città, quella dell’ossessione di frequentare gente “importante”, cioè quelli che comandano senza bisogno di ricorrere allo Stato, alla legge ed agli “sbirri”. Questo emerge dalle intercettazioni tra Miccoli e Mauro Lauricella, figlio di Antonio boss del quartiere Kalsa (detto “U Scintilluni”). Mauro Lauricella è incensurato, così come il nipote di Matteo Messina Denaro, altra amicizia discutibile del giocatore del Palermo. Miccoli sapeva benissimo il “ruolo sociale” di questi personaggi e delle rispettive famiglie in città. Miccoli, probabilmente nella sua ignoranza, si era convinto che per essere un “vero palermitano” e rappresentare al meglio la città bisognasse amalgamarsi con queste persone e compiere determinati gesti.

Nel volere essere “amico di tutti” non ha compreso il pericolo a cui andava incontro. In città come Palermo non si può essere amici di tutti. Bisogna selezionare le amicizie, soprattutto devono farlo quanti hanno un profilo pubblico. Miccoli dice di essere stato “ingenuo”. Eppure Miccoli non è calciatore nato a Parigi o a Londra. Viene anche lui dal profondo Meridione. Non può far finta di non sapere o capire quali persone frequentasse.

Selezionare le amicizie per decidere da che parte stare. Perché per essere persone perbene non basta partecipare alle partite del cuore in ricordo di Falcone e Borsellino o affermare retoricamente che sono degli eroi. Sembra quasi, poi, che nel copione recitato per essere un “vero palermitano” ci sia anche la parte dell’antimafia di maniera. Atteggiamento pubblico poi smentito dalle azioni (almeno da quello che emerge dall’inchiesta) e soprattutto dalle infamanti frasi su Falcone.

Miccoli non è un mafioso, non crediamo abbia bisogno tanto del perdono dei palermitani. Piuttosto Miccoli ha bisogno di rifare la scuola dell’obbligo con molte ore dedicate all’educazione civica. Non è un problema che riguarda soltanto calciatori come Miccoli. È una questione da affrontare seriamente perché la subcultura della illegalità, del mito dei boss, dell’adesione ad un contropotere arrogante è ancora molto diffusa. E non soltanto nei quartieri popolari ma anche tra quanti ricoprono ruoli rilevanti nella società.

Certamente questa subcultura è stata notevolmente colpita, soprattutto in Sicilia, grazie al martirio di uomini come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Tuttavia resta necessario ripensare certe iniziative antimafia che rischiano di perdersi nella pura retorica come nel caso di Miccoli. Ricordare con stile, con sobrietà, con l’esempio di tanti cittadini che nel silenzio decidono di stare dalla parte giusta. Per questo tanti tifosi palermitani hanno deciso, spontaneamente, di deporre sotto l’Albero Falcone una maglia del Palermo per testimoniare il loro amore per la squadra della città che si unisce al rispetto dei suoi figli migliori. Questi stessi palermitani si sono dati appuntamento, come avviene da tanti anni, il 19 luglio alla fiaccolata in memoria di Paolo Borsellino per dimostrare come la cittadinanza voglia stare dalla parte giusta.

Di Mauro La Mantia

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