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Teatro Greco. “Troiane” di Euripide: donne e guerra nella regia minimal della Mayette- Holtz

Pubblicato il 11 Maggio 2019 da Daniela Sessa
Categorie : Cultura

La scenografia di Stefano Boeri

“La tragedia è nuda” sarebbe la perfetta didascalia dello spettacolo “Troiane” andato ieri sera in scena al Teatro Greco di Siracusa. La seconda tragedia della 55ma stagione delle Rappresentazioni Classiche ha spogliato la già nuda architettura del teatro greco e si è spogliata di ogni artificio per raccontare il dolore delle prigioniere troiane in partenza per nuovi talami. Il testo di Euripide, scritto nel 415 a.C., è tra i più densi e commoventi della sua drammaturgia: una thrēnōdía ininterrotta, monocorde e convergente sulla figura di Ecuba, la regina di Troia.

Ecuba interpretata da Maddalena Crippa

Interpretata, ma sarebbe più corretto dire incarnata, da Maddalena Crippa, Ecuba risponde anche nella messinscena della regista francese Muriel Mayette- Holtz (la drammaturgia è di Cristiano Leone e la traduzione, solo tentata dal moderno, mentre insegue la lectio originale euripidea, di Alessandro Grilli) alla stilizzazione delle donne euripidee, portatrici del contraddittorio: da una parte archetipo di un aspetto della femminilità (Ecuba è la mater dolorosa delle donne troiane, sue suddite e figlie e nuore, ora compagne di prigionia) e dall’altra creatura filosofica, portatrice del dubbio sulla natura della felicità, sul ruolo degli dèi, sull’etica umana di fronte ai decreti divini “Vedo le azioni degli dei: / esaltano chi non vale niente, annientano i grandi”.

Ecuba e il coro delle donne troiane

Maddalena Crippa esprime pienamente, e non poteva essere se non così, la determinazione di una donna sconfitta ma non piegata con un’interpretazione di eccellente accademia e con l’esperienza del teatro-canzone: Mayette- Holtz ha pensato felicemente di intervallare le parti recitate con quelle cantate, omaggio alla vocalità dell’attrice e alla tradizione classica. E’ proprio la tradizione il quid problematico di “Troiane”: uno spettacolo che sembra voler ribadire la forza della imitazione dell’antico e intanto verte verso quel minimal che è quanto di più moderno l’arte del dopoguerra abbia espresso. Il pubblico ha apprezzato con un lungo applauso il lavoro di Mayette- Holtz, sentendo il conforto di una recitazione quanto mai regolare, modulata dai toni bassi (fin troppo, talvolta) e alti delle battute, sintomo di quel pathos che ogni tragedia impone, di una scenografia non assolutamente ridondante, di un coro che seguiva i regolari movimenti di strofe e antistrofe. Mayette- Holtz è stata esemplare a trasformare  un omaggio apparentemente didascalico in un lavoro di regia dai significati profondi e importanti. Non ci sono coreografie e il gioco scenico sta tutto nel rapporto alto e basso: il coro (perfetta la sincronia delle attrici dell’Accademia d’Arte del Dramma Antico) guidato dalla brava Elena Polic Greco e dalla corifea Claudia Galante sta ritto in piedi o vaga tra i fusti del bosco di Troia, mentre Ecuba si accascia spesso al suolo stremata dalla sconfitta e talvolta si erge nella forza del suo ruolo. Lo stesso gioco scenico investe l’intero teatro: in apertura Poseidone (Massimo Cimaglia) e Atena (Francesca Ciocchetti) occupano i lati opposti della cavea a significare la machina divina sul destino di Troia; il coro e Cassandra (un’invasata Marial Bajma Riva, sempre nella parte) salgono e scendono le gradinate del teatro, mescolandosi tra il pubblico, investendolo del loro dolore che è il dolore incombente sull’umanità di ogni tempo.

Marial Bajma Riva interpreta Cassandra

Indispensabili e minimi sono i costumi e la scenografia. Qui la complessità delle intenzioni registiche si esprime al meglio. Se il fuori scena vale quanto la scena, il progetto dell’architetto Stefano Boeri di portare gli alberi della Carnia, sradicati e uccisi dal tifone dell’ottobre scorso è una scelta politica e letteraria assieme: il diritto di quegli alberi distrutti, dalla violenza della natura e perpetrata alla natura dall’uomo, a una seconda vita è il complemento del diritto delle donne troiane, che sono le donne di tutte le guerre,  di rialzarsi dalla sciagura e dal dolore, di esercitare in un altro talamo (imposto ma necessario) il diritto di vivere. La scenografia è annullata: la cavea si presenta vestita di fusti senza chioma dei lecci e degli abeti friulani a significare il bosco morto fuori Troia, l’interruzione della vita delle troiane tra un prima (suggestivo il contrasto con la rigogliosa vegetazione, sullo sfondo, del parco in cui è inserito il teatro greco) e un dopo. Il dopo, anche quello che starà fuori scena e cioè l’immissione del legno di questi alberi nella filiera siciliana e la loro piantumazione. Il dialogo scenico si completa nei costumi. Marcella Salvo non smentisce quanto intessute di significato siano le sue creazioni. Una polvere grigia copre i costumi dei personaggi, ne fa emergere a tratti le sfumature di colore (celeste, verde, blu, nero). La polvere sulle divise della guerra, sui cenci della guerra, sugli unici abiti scomposti di Cassandra e di Elena (Viola Graziosi sa essere l’Elena infida che Euripide rovescerà tre anni dopo nella tragedia omonima: è la traditrice, sensuale e opportunista, disperata e con i colori della nuvola che sarà.

Ecuba con Menelao (Graziano Piazza) ed Elena (Viola Graziosi)

E’ la povere sollevata dalle bombe di ogni guerra, quella che lascia deserte e infeconde le terre che ha rovesciato, quella che obnubila i gesti e gli animi degli sconfitti. Una citazione per tutte: Elena viene trascinata dal coro di donne e ricorda la sorte delle collaborazioniste picchiate, denudate e rasate dalle altre donne nelle guerre del Novecento. Traduzione contemporanea in foggia classica è “Troiane” di Mayette- Holtz, servita da un testo offre un’universalità plurale di temi. Andromaca, nell’interpretazione di Elena Arvigo (la più prepotente in scena), traduce il dramma femminile dentro la tragedia della guerra “Dicono che basti una notte per ammorbidire l’ostilità di una femmina nei confronti di un maschio. Ma io disprezzo la donna che per un nuovo letto rinnega l’uomo di prima, e dà il suo amore a un altro: neanche una cavalla, se viene separata dalla sua compagna, riuscirà a tirare il suo giogo senza difficoltà”.

Taltibio è interpretato da Paolo Rossi

Taltibio (un Paolo Rossi trattenuto e didascalico: sarebbe Aristofane più congeniale al suo estro comico e surreale?) porta in scena la difficoltà della compassione quando tutto è agonia. Menelao, interpretato con buona misura scenica da Graziano Piazza, è l’espressione del vincitore vinto, del dramma tutto umano dell’amore e della forza.

 

 

 

 

 

 

Menelao

Astianatte, il piccolo e bravo Riccardo Scalia, nel suo corpo innocente e martoriato è il simbolo di tutte le ingiustizie delle eterne guerre dell’uomo. Mentre luci di Angelo Linzalata sfruttano sin quanto possono quelle naturali del crepuscolo e poi si fanno essenziali, il suono del silenzio è il protagonista della tragedia: esalta la parola, si fa squarciare da tre scoppi fragorosi che aprono lo spettacolo e dalle corde di una chitarra ( di Fiammetta Poidomani). Le musiche composte da Cyril Giroux sostituiscono l’aulos delle origini con la chitarra e trasformano il lamento in un canto popolare di origini mediterranee, in cui lontanamente si sente l’eco della canzone impegnata della Rive Gauche. Muriel Mayette-Holtz voleva un “teatro utile”, voleva “la verità e la realtà”. Ha pienamente raggiunto il suo scopo, rischiando però di sacrificare l’emozione.

Scena finale

Finché l’emozione è arrivata: la scena finale inondata dal rosso del fuoco di Troia- una Troiae Halosis neroniana-  e dalle sottane delle prigioniere che percorrono lo spazio dal dolore della morte alla rinascita e al riscatto, è il climax potente di questa tragedia. Il sussulto emotivo di un’opera forte, corale, elegante.

@barbadilloit

Di Daniela Sessa

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