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Cultura (di P. Isotta). Hector Berlioz, un genio che vive da centocinquant’anni

Pubblicato il 7 Maggio 2019 da Paolo Isotta*
Categorie : Cultura

Quando Hector Berlioz morì centocinquant’anni fa, aveva sessantasei anni. Neanche per quell’epoca poteva considerarsi un vecchio. Ma aveva trascorso gli ultimi anni nell’amarezza e nella solitudine; la salute era minata da un’infiammazione al colon di origine certamente nervosa e della quale soffriva sin da giovane. E poi, era distrutto nel fisico e nel morale da due cose: aveva vissuto molte vite, ed era stato un lottatore come ce ne furono pochi. Lottatore per i suoi ideali artistici, che anteponeva alla stessa sua opera di compositore; e lottatore per le sue composizioni. Fu uno dei sommi genî della musica; taluni glielo riconobbero in vita, a cominciare da Liszt, che quanto a penetrazione e generosità verso l’arte altrui non aveva rivali. Ma in realtà morì da sconfitto. I suoi successi, molti e forti, vennero superati dalle sconfitte e da una diffidenza nei suoi confronti che pare inspiegabile. Oggi la situazione non è molto diversa, a prescindere da quel che dicono le enciclopedie. Sommo compositore, sì; ma nella vita musicale posposto a un’infinità che non valgono la millesima parte di lui. E faccio un esempio per farmi subito capire. Tra le sue Opere teatrali, la più alta è Les Troyens, finita nel 1858. È una vertiginosa vicenda ch’egli, anche poeta, trasse dal II e dal IV libro dell’Eneide. La distruzione di Troia, con i foschi bagliori dell’incendio. L’amore di Didone per Enea, vietato dagli dei, e il suicidio dell’eroina. Virgilio ha avuto tanti melodrammi tratti da Metastasio, ma questo è unico. Il solo omaggio degno del più grande poeta mai vissuto. Berlioz non ascoltò mai in vita Les Troyens. La prima esecuzione avvenne nel 1890 a Karlsruhe sotto la direzione di Felix Mottl: ironia della storia, un seguace di Wagner, il quale a sua volta disprezzava Berlioz pur avendo appreso moltissimo dalla sua musica. Ancor oggi, quanti possono dire di aver ascoltato il capolavoro a teatro? O anche solo in esecuzioni concertistiche? Che poi sarebbero ormai preferibili. Vedere Enea in abito da tupamaro e Didone vestita da Marina Berlusconi … Quando Berlioz, innamorato della Salammbô di Flaubert, gli si rivolse per consigli sulla storia e la vita di Cartagine …

Nell’Ottocento molti compositori erano dotati di vasta cultura generale. Sovente, la filosofia la inquinava impedendo loro di goderne con libertà. Berlioz di filosofia s’intrigava poco; eppure è anche uno dei più eleganti scrittori francesi del secolo, con una vena, persino, di narratore surreale (Les Grotesques de la Musique, Les soirées de l’orchestre) che meriterebbe miglior fortuna di molti romanzi di Dumas. Egli ha coltivato Byron, dedicandogli una meravigliosa Sinfonia, Harold en Italie; ma al vertice del suo amore sono Shakespeare e Virgilio, adorati con assoluta equanimità. Poi viene Goethe. E per quanto tocca Shakespeare, insieme con Verdi è stato il più grande di tutti i compositori shakespeariani.

Ma la sua cultura era diversa. Era un latinista. Quando, in ritardo perché per quattro volte era stato bocciato (con composizioni ancor oggi ammirevoli) vinse il Prix de Rome, invece di fare i compiti che gli spettavano se ne girava per la Campagna Romana pensando alle vestigia dell’antica grandezza. E Roma è anche l’oggetto di un altro suo capolavoro teatrale. La Roma del Rinascimento. Nel Benvenuto Cellini la scena più terribile e commovente è quella della fusione della statua di Perseo: mancandogli il metallo, Cellini getta nella fucina tutto quel che ha, il suo oro, persino altre sue opere. È uno dei più bei simboli della creazione artistica trasformati in teatro.

Quando tornò a Parigi, compose La Sinfonia fantastica, che fu uno scandalo memorabile. È purtroppo l’unica sua opera effettivamente in repertorio. E dico purtroppo giacché serve a perpetuare di Berlioz la falsa immagine, sempre prevalente sulla vera. È un pezzo di pseudo autobiografia, o meglio di pseudo automitografia. Vorrebbe rappresentare i delirî di un giovane artista in preda all’oppio (la gran moda degli anni Trenta dell’Ottocento: si pensi a Quincey), il quale si perde dietro all’immagine fantastica di una donna amata, impersonata da una melodia ricorrente. Al poeta viene tagliata la testa. Indi si ritrova all’inferno, in mezzo alla ronda del Sabba, ritrova la sua melodia orribilmente sconciata e infine si disperde nel Sabba del quale fa parte anche la melodia liturgica del Dies irae. Naturalmente, venne e viene classificato come l’esponente di un Romanticismo estremo e caduco. Non si comprese che la Sinfonia fantastica è scritta del tutto a freddo, che ogni effetto è studiosamente calcolato, e che dietro il pandemonio si cela una perfetta forma classica.

Solo partendo dal fatto che l’aspetto letterario, a partire da un nuovo tipo di venerazione per Shakespeare, di Berlioz, è romantico, ma quello musicale classico, si può inquadrare la sua figura. Riesce a trasformare Romeo e Giulietta non in un banale melodramma, ma in una Sinfonia che sintetizza il dramma e usa il coro come narratore da Tragedia greca. Compone un Requiem al quale Verdi si è ispirato per il suo e che gli è persino superiore. Nelle ultime battute le parole di speranza sono contraddette da un accordo di Sol maggiore fatto da tre timpani soli, l’immagine del Nulla.

Ha rinnovato l’idea stessa del timbro orchestrale: tutti i compositori gli debbono qualcosa, da Wagner a Verdi a Liszt a Rismkij-Korsakov a Ravel e Debussy. Il suo Trattato di orchestrazione venne tradotto in tedesco da Richard Strauss: è un monumento di dottrina e di gusto che aiuterebbe moltissimo i direttori d’orchestra. Salvo che ormai la gran parte dirige a orecchio. Il Grande Sconfitto contempla dal Nulla il Nulla della civiltà.

www.paoloisotta.it

  *Da Il Fatto Quotidiano del 5.4.2019

Di Paolo Isotta*

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