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StorieDi#Calcio. Flop Grosso, dal rigore del trionfo azzurro a Berlino all’esonero a Verona

Pubblicato il 3 Maggio 2019 da Giovanni Vasso
Categorie : Sport/identità/passioni

Fabio Grosso

Il dottor Faust fece impazzire Mefistofele che però seppe aspettare e cogliere i frutti dell’umana debolezza. Egli, Faust, cercava l’attimo a cui imporre di fermarsi, una volta e per sempre. Solo in cambio del più bello, avrebbe dato la sua anima al demonio.

Goethe insegna tante cose. A voler essere cinici, insegna – magari – anche a diffidare della felicità più perfetta, del raggiungimento dell’apice. Una volta giunti allo zenit, non si può che discendere. Lentamente o rovinosamente, questo non è dato saperlo.

Fabio Grosso ha raggiunto l’irraggiungibile nei mondiali di Germania. Semisconosciuto e snobbato terzino del Palermo, trascinò l’Italia di Lippi a cantare il poporopoppopò sulle rovine della Francia di Zidane e Domenech, a sorridere in faccia ai tedeschi boriosi che sognavano, nel fortino inespugnabile (fino a quella semifinale) di Dortmund, di dare una lezione agli azzurri che, storicamente, gliele hanno sempre suonate.

Il suo urlo, come quello di Tardelli ventidue anni prima in Spagna, è un’icona della storia sportiva (e non solo) del nostro Paese.

Il salto rovinoso in panchina

Quando il tempo, però, ha reclamato il suo tributo, Grosso s’è seduto in panchina. Ma è qui che, finora, s’invera la “maledizione” di Faust. Dalla primavera della Juve al Bari in B, ambizioso come sempre. Un’annata maledetta perché, dopo il sesto posto tra mille critiche, si conclude con la storiaccia del fallimento del club subito dopo il fallimento ai playoff, decretato per “peggior piazzamento” dopo il pareggio (contestatissimo dai pugliesi) contro il Cittadella. Saluta tutti comprando pagine di quotidiani locali, cui affida il messaggio di addio alla città.

Dopo la Puglia, arriva Verona. L’Hellas è ambiziosa e vuol risalire immediatamente in Serie A. La squadra è forte. Ma la B è impossibile e nonostante la fiducia incondizionata della società, il 1° maggio arriva l’esonero. “Però a malincuore”, dice il presidente Setti che sempre lo ha difeso dalle critiche dei tifosi. L’allenatore paga il crollo verticale della squadra che, allontanatasi in fretta dalla promozione diretta, ora rischia la qualificazione ai playoff. Al suo posto, dopo tanto vociare su Zdenek Zeman, arriverà Alfredo Aglietti: antico bucaniere dell’area di rigore con Reggina e Napoli, oggi allenatore che viene dalla gavetta, esperto di B.

L’esonero nella città di Giulietta e Romeo

Grosso conosce l’onta dell’esonero. Non se ne abbia a male. È il destino di chi ha già conosciuto quell’attimo di felicità ineffabile cui Faust chiese, fatalmente, di fermarsi per sempre. In fondo, questo è un destino comune a tanti grandissimi dello sport e del calcio in particolare. Di solito, non esistono uomini buoni per tutte le stagioni. Gennaro Gattuso lo sta imparando, amaramente, al Milan. Prima di lui s’è scottato Pippo Inzaghi, tra l’altro esonerato (quest’anno) al Bologna. A meno che tu non sia Zidane e ti capiti la fortuna di guidare il Real Madrid autogestito, in cui – diciamolo sottovoce – forse avrebbe vinto (da allenatore) anche un impiegato del catasto.

Altrimenti è dura, davvero dura. In attesa di dimostrare il suo talento anche in panchina e di smentire chi scrive, Grosso può consolarsi: nemmeno a Tardelli, suo immenso predecessore mondiale, la panchina non è che abbia dato molte soddisfazioni.

@barbadilloit

Di Giovanni Vasso

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