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Teatro. Le “Marocchinate” nel racconto di Cristicchi-Vincenti: la vergogna dei goumier

Pubblicato il 1 Maggio 2019 da Alessandra Vio
Categorie : Cultura
Sofia Loren ne La ciociara

Sofia Loren ne La ciociara

Ogni 25 aprile, l’assordante vociare degli ampollosi cortei e le sterili, insensate polemiche occupano prepotentemente la scena mediatica. Ma quest’anno, nel cuore di Roma, c’è stato modo di sfuggire, almeno per un’ora, al nauseabondo carrozzone di frasi fatte e vuota retorica che viene rispolverato di anno in anno in questa data. Mentre nelle piazze italiane si litigava – stendardi alla mano! – per chi avesse più diritto al patentino di antifascista modello, c’era un palco dalla semplice scenografia pronto a raccontare una storia; una storia da raccontare affinché essa – liberata dal silenzio che per lungo tempo l’ha avvolta, relegandola ai margini degli eventi che sconvolsero l’Italia tra il 1943 e il 1944 – entri finalmente a far parte della Storia e della memoria collettiva. «Marocchinate» è il testo scritto a quattro mani da Ariele Vincenti e Simone Cristicchi e diretto da Nicola Pistoia, che ha debuttato al Festival “Narrastorie – Il Festival del racconto di strada” nell’agosto 2016. È stato il teatro Sala Umberto ad accoglierlo in scena nella serata del 25 aprile: un argomento insolito da narrare in questa data, quello delle marocchinate; un modo insolito, poco chiassoso e quasi intimo, per ricordare gli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale sul suolo italiano. Bastano due balle di fieno, un grazioso violino ed un eccezionale Ariele Vincenti per andare a dipingere con precisione e genuinità, su quella scenografia a sfondo nero, una storia spesso estromessa dalla Storia, che mostra una faccia della “liberazione” diversa da quella che si è soliti osannare. Ariele Vincenti veste i panni di Angelino, pastore della Ciociaria, testimone degli orrori che hanno travolto la sua amata terra con la Seconda guerra mondiale e la tanto agognata “liberazione” che, tradendo tutte le speranze e le aspettative popolari, nelle terre del basso Lazio si era rivelata un inferno: «Aspettavamo ji salvatori…so’ arrivati ji diavoli!». Le truppe infernali – descritte con orrore e sdegno da un Angelino desideroso di rivalsa e giustizia – sono quelle dei goumier, i soldati marocchini dell’esercito coloniale francese che ebbero il compito, nel 1944, di sfondare la linea Gustav, inespugnabile baluardo tedesco.

Nei paesi della Ciociaria si aspettavano i liberatori americani, ma gli americani mandarono avanti i marrocchini, i migliori nei combattimenti corpo a corpo, racconta Angelino. Soldati spietati, imbarbariti anche dalle promesse del generale Juin: diritto di preda sui territori liberati, una volta eliminato anche l’ultimo tedesco. Per cinquanta ore i goumier avrebbero potuto essere i padroni assoluti di tutto ciò che incontravano: campi, raccolti, pecore. E donne. E così fu: «Arrivarono i diavoli» ripete una voce di donna fuori campo, un ricordo indelebile, straziante, martellante che risuona nella mente di Angelino. Il pastore ciociaro è un fiume in piena; lo spettacolo è tutto un suo vivace e accorato monologo, in un genuino italiano regionale che sfocia, nei momenti più caldi, in un gustosissimo dialetto schietto; una confessione, una testimonianza disperata ad un misterioso e invisibile Professore, giornalista per «Epoca», che solo sul finale si rivela essere Enzo Biagi, tra i primi a diffondere, a distanza di anni, la tragica vicenda delle Marocchinate. «Professo’ scriva, è importante»: una preghiera, un urlo, una denuncia, quella di Angelino, per lacerare il corposo velo di silenzio che aveva avvolto il dolore, lo strazio, le vessazioni e le umiliazioni che i paesi del basso Lazio erano stati costretti a sopportare in quel terribile 1944.

Paesi devastati e sconvolti nel corpo e nell’anima, come le tantissime donne della Ciociaria stuprate dalle truppe del Cef: violentate nel corpo e nello spirito, derubate del loro sorriso, costrette a portare per il resto della loro vita l’indelebile onta di essere marocchinate, macchiate di una colpa, senza possibilità di espiazione, di cui in realtà esse furono solo vittime inermi. Intanto, su scala nazionale, l’accaduto veniva minimizzato, si lasciava cadere nel vuoto il dibattito parlamentare del 7 aprile 1952 – durante il quale la deputata del Pci Maria Maddalena Rossi aveva denunciato le violenze compiute dalle truppe del generale Alphonse Juin che, solo nella provincia di Frosinone, erano state 60.000 – e nel cimitero di Venafro venivano ospitati i caduti del Cef e li si celebravano come liberatori.

Tutto questo è troppo da sopportare per Angelino, a cui la guerra ha portato via il padre e il gregge e la Liberazione il sorriso della sua amata Silvina, «la più bella di tutte», marocchinata anche lei. Per questo urla, per questo denuncia: perché questa tragica pagina sia fatta Storia. Ma nel suo vivacissimo monologo c’è anche molto altro: ci sono i fotogrammi di un’Italia in continua trasformazione, dal primo dopoguerra ai giorni nostri; c’è un incantevole dipinto di un mondo rurale e contadino, fatto di fatica, povertà, genuinità, allegria e semplicità, di lavoro nei campi e tra i greggi, di convivialità, di danze, di feste in piazza e di giochi alla taverna, di donne che lavano i panni al fiume e di ragazzi che le spiano timorosi. Un dipinto dalle tinte vivacissime, godibilissimo per lo spettatore. Un dipinto di un mondo spazzato via sia dalla guerra che dalla Liberazione; un mondo che con difficoltà torna a risorgere, irrimediabilmente mutato, col passare degli anni. Tutto questo sgorga e zampilla dalla bocca di Angelino. Un monologo irriverente, che non risparmia nessuno: uno spettacolo che denuncia, senza remore, guerra, tedeschi e liberatori; e lo fa in modo genuino e spietato, con le parole di un pastore, vere e violente, libere da qualsiasi ideologia. Un gioiello teatrale, dimostrazione di quanto l’arte libera possa essere in grado di raccontare la Storia con una storia, emancipandosi dalla nauseante retorica che, su temi simili, predomina nelle piazze reali e virtuali e nell’immondo circo mediatico.

@barbadilloit

Di Alessandra Vio

4 risposte a Teatro. Le “Marocchinate” nel racconto di Cristicchi-Vincenti: la vergogna dei goumier

  1. Questa delle “marocchinate” è una delle storie più insopportabili, inaccettabili e umilianti dell’Italia nella seconda guerra mondiale.

  2. E la colpa è di Badoglio e dei militari che vollero una resa incondizionata per “salvare il salvabile”. Certo, a monte, la gran colpa fu di Mussolini…I francesi gollisti bisognerebbe ‘passarli per le armi’ ancora oggi…

  3. Complimenti per il coraggio di esporsi artisticamente, su tematiche fuori “tendenza”.
    Sulle marocchinate c è poco da dire…
    Si sa per certo che in Sicilia alcuni di quei magrebini furono ritrovati evirati.
    L unica pena degna sarebbe questa ,per tutti.

  4. I magrebini in Sicilia stettero poco, nell’Italia centro-meridionale molto, purtroppo…Comunque la colpa fu dei gollisti…

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